domenica, Agosto 9

Usa – Giappone, l’asse per contrastare Cina e Nord Corea Una comunità d’intenti porta oggi il Giappone ad essere uno dei partner più affidabili per l’America nell’estremo oriente

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Fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il rapporto degli Usa con il Giappone è sempre stato positivo. Come ha ultimamente dichiarato lo stesso Donald Trump, il Paese asiatico rappresenta, tutt’oggi, un valido alleato degli States ed un sicuro punto d’appoggio per gli interessi dell’America in Asia. Specialmente in questi tempi, in cui la potenza cinese minaccia l’egemonia economica e politica americana, e la vicina Corea del Nord continua a preoccupare con i suoi continui test missilistici. Proprio il Giappone sembra essere la ‘vittima’ preferita di Kim Jong Un, che, proprio in questi giorni, ha allarmato i nipponici e tutto il mondo, permettendo ad uno dei suoi missili di sorvolare lo spazio aereo del Giappone. Si consolidano, in questo modo, i rapporti fra i due Paesi, che oggi come mai rafforzano la loro alleanza al cospetto di un comune ‘nemico’.

I rapporti di amicizia fra Usa e Giappone non possono che cominciare all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Con la vittoria delle forze alleate contro il potere dei nazisti, gli Usa impongono la loro visione di Costituzione al Giappone, per evitare che possano tornare i tempi bui del periodo nazista. Nel 1946 la Nazione asiatica si trova a sottostare alle condizioni di Washington, che le impedisce, per regolamento, di avere una forza militare nazionale e di partecipare a qualsiasi azione bellica al di fuori dei propri confini. L’America si fa carico della difesa del Giappone, stipulando un rapporto di aiuto non reciproco, in cui gli States si assumono il compito di correre in aiuto dei giapponesi in caso di minaccia dall’estero.

Un rapporto che assume particolare rilievo anche in chiave Guerra Fredda. Con il Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza del 1960, il Giappone diventa l’avamposto asiatico per eccellenza delle truppe americane, che da lì godono di un ulteriore stazione di controllo su quanto succede in Russia. Il Giappone concede le sue strutture militari alle truppe americane, che, in cambio, si fanno carico di assicurare la difesa della Nazione dalle minacce esterne.

Con il tempo, l’alleanza fra i due Paesi si è arricchita attraverso operazioni di politica estera congiunte, che hanno portato alla collaborazione militare in contesti anche lontani da quello del Pacifico. Il Giappone è intervenuto in occasione della guerra in Afghanistan, facendosi carico di operazioni di rifornimento navale nell’Oceano Indiano, così come in Iraq, in cui ha partecipato attivamente alla ricostruzione del Paese – in seguito all’occupazione statunitense – e contribuendo con il dispiego di 600 truppe. Un elemento che risulta in controtendenza con quella Costituzione giapponese voluta dagli Usa, che, all’articolo 9, stabilisce come il Paese non possa mantenere alcun tipo di forze armate di terra, d’acqua o aeree.  

Evidentemente, la rigidità americana a riguardo si è allentata, anche grazie ad anni di reciproca collaborazione tra le due potenze. Aprendo, a questo proposito, una piccola parentesi, l’attuale Primo Ministro giapponese Shinzo Abe sta portando avanti una battaglia proprio per rivedere quella Costituzione. In particolar modo, riguardo proprio la legittimazione normativa della SDF, la Self Defense Force giapponese, ovvero l’apparato militare del Paese. In una dichiarazione nel maggio di quest’anno, Abe ha voluto discutere una proposta di revisione che possa mettere fine al dibattito sulla costituzionalità o meno del mantenimento di un esercito nazionale. Un processo lungo, che Abe ha pronosticato possa portare ad una risoluzione per il 2020. Per abbreviare i tempi, il Primo Ministro aveva già aggirato il problema nel 2014, promulgando una nuova legislazione che in qualche modo regolamentasse la presenza di una forza militare nazionale.

A parte lo scoglio costituzionale – visto ancora dal Giappone come un fastidioso memorandum della sconfitta nella guerra e come una prevaricazione americana nella propria politica – i rapporti fra i due Paesi rimangono oggi decisamente buoni.

L’importanza che attribuiscono gli Usa al Giappone si intuisce anche dai numeri. Qui si trova infatti il più alto contingente di forze armate Usa al di fuori dei propri confini. Dati del Dipartimento della Difesa americano registrano una presenza militare di poco più di 39 mila truppe a fine dell’anno scorso, un terzo delle quali rappresentate dal corpo dei Marine (13.724). La maggior parte delle basi militari si trovano sull’isola di Okinawa, circa il 70 per cento – un elemento che ha provocato, tra l’altro, un quasi scontro diplomatico con gli Usa, causa le proteste dei cittadini giapponesi contro le truppe americane e la contestata costruzione della nuova base aerea a Futenma.

Altro importante avamposto è la Yokota Air Base, a ovest di Tokyo, il principale quartier generale delle forze Usa, in cui opera un totale di 54 mila persone del personale militare, mentre altre basi sono disseminate a nord e a sud del Paese. Il dispiegamento di forze Usa senza eguali e le parole stesse dei capi militari di Washington, che definiscono il Giappone come uno dei loro principali alleati, rendono l’idea di come oggi sia importante questo Paese per gli States.

Già sotto la Presidenza Obama, la politica estera Usa in Asia si era progressivamente spostata dal sud est asiatico a zone più strategiche e maggiormente vicine ad aree critiche. Il Giappone ha rappresentato il punto focale su cui incentrare uno sforzo militare che fosse in grado di tenere sotto controllo quest’area del mondo, nonché un alleato sempre pronto a correre in aiuto. Era successo in occasione della lotta alla pirateria nel Mar Arabico, per il sostegno alle popolazioni del Pakistan colpite dagli alluvioni, e quando una nave della Corea del Sud era stata affondata da missili nordcoreani.

L’intesa militare tra Usa e Giappone si avvale anche di progetti condivisi portati avanti in diversi settori, a cominciare dal programma missilistico, il Ballistic Missile Defense (BMD), la cyber sicurezza e i programmi spaziali. Uno degli esempi più esemplificativi della collaborazione è il Bilateral Joint Operations Command Center a Yokota, in cui i due Paesi collaborano e si scambiano informazioni per l’identificazione e il tracciamento di obiettivi comuni.

Con lo sviluppo di una solida collaborazione nel campo militare e della ricerca, i rapporti Usa e Giappone sono cresciuti anche da un punto di vista economico e commerciale. Nel 2014, la bilancia commerciale fra le due potenze ha registrato scambi per 200 miliardi di dollari, facendo del Giappone il quarto partner commerciale degli Usa. Altro progetto che andava verso questa direzione era il TPP, il Trans Pacific Partnership Agreement, che tuttavia oggi sembra andare incontro ad uno stallo, considerate le idee dell’Amministrazione Trump, ma che, se ratificato, avrebbe portato una significativa crescita all’economia giapponese, calcolata in aumento di 2.7 punti percentuali per il 2030.

Gli stretti rapporti fra Giappone e Usa, come si diceva all’inizio, si avvalgono di una comunità d’intenti fra le due potenze, che trovano una nell’altra un partner affidabile nel controllo di situazioni instabili o potenzialmente lesive per i loro interessi, come quelle della Corea del Nord e della Cina.

La crescente minaccia nucleare coreana sta sempre più allarmando i giapponesi. Proprio per questo è in corso una lotta contro il tempo, in cui i nipponici spingono per ottenere dagli americani la tecnologia anti missile di ultima generazione. Si tratta dei nuovi sistemi Aegis BMD, di cui il Giappone richiede ora l’installazione su terraferma, insieme al nuovo radar Spy-6, nettamente più potente dei sistemi radar di cui oggi dispone. Come riportano alcune fonti americane a Reuters, c’è ancora incertezza su quando e se l’America concederà i nuovi sistemi difensivi ai suoi fedeli alleati. Questo per la riluttanza della Missile Defence Agency, azienda incaricata dello sviluppo dei sistemi BMD, che vorrebbe prima testare sul campo le nuove tecnologie, non prima del 2022, come afferma una delle fonti. Il Giappone potrebbe considerare quindi l’installazione dei nuovi sistemi antimissile Aegis – che gli costerebbero 700 milioni di dollari ciascuno senza missili, per i quali sono necessari altri 30 milioni cadauno– e dotarli con i vecchi sistemi radar.

Altro discorso è quello che sta accadendo nei delicati rapporti fra Usa, Giappone e Cina. Con un’economia che ha conosciuto negli ultimi anni una forte crescita e mire espansionistiche verso nuovi territori, la Cina si è trovata a calpestare i piedi anche ai vicini giapponesi. Con il suo progetto A2/AD di access denial, incentrato a creare zone di controllo militare su aree strategiche, la Cina ha espanso la sua zona di influenza sullo spazio aereo che si trova sopra le Senkaku Islands, isole amministrate dal Giappone. Una mossa vista con sospetto dai nipponici, ma di cui, al momento, gli americani non sembrano interessarsi. Sebbene sia chiaro il progetto cinese verso l’estensione delle proprie aree di controllo, gli Usa non stanno discutendo, al momento, su un eventuale intervento per limitarne l’azione, non rilevando elementi significativi in grado di giustificarlo.

Questo perché il progetto americano nell’estremo Oriente non pare essere quello di ostacolare o danneggiare la potente Cina, bensì creare un florido asse nel sud est asiatico – includendo il Giappone – che possa rappresentare un’alternativa diplomatica e commerciale allo strapotere che sta mettendo in mostra il gigante asiatico. In questo contesto, la lunga collaborazione fra Stati Uniti e Giappone rappresenta la base più solida da cui partire per costruire questo tipo di relazione, e per garantire agli Usa una sempre affidabile torre di controllo, in grado di monitorare costantemente le mosse di potenziali rivali come Russia, Cina e Nord Corea.

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