domenica, Novembre 29

Usa: ‘Generazione Columbine’ simile ai movimenti studenteschi del ’68? Intervista a Tiziano Bonazzi, storico politico e Professore emerito dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna

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#NeverAgain è l’hashtag che ha scosso l’America dopo la strage dello scorso 14 febbraio in un liceo di Parkland, in Florida, nella quale il 19enne Nicolas Cruz ha ucciso 17 persone, tra studenti e adulti, e ne ha ferite 15. Tra urla di rabbia e slogan, diffusi con molto rumore attraverso  i principali social network, si è immediatamente formato il movimento di protesta degli studenti americani, battezzato ‘generazione Columbine’, contro il fenomeno delle sparatorie di massa  che da anni attanaglia il Paese. In America sono sempre sorti movimenti spontanei di protesta contro i diversi problemi contingenti della società, come ai tempi della crisi economica con Occupy Wall Street.

Adesso l’attenzione è però rivolta al movimento dei teenager americani i quali, dopo la sparatoria di San Valentino, stanno organizzando per il prossimo 24 marzo la ‘Marcia per le nostre vite’ che invaderà le strade di Washington  grazie anche al sostegno economico di personaggi famosi come  Steven Spielberg e George Clooney. I ragazzi hanno un obiettivo politico mirato: cambiare le cose e ottenere controlli più restrittivi sull’acquisto di armi. Il gruppo dei liceali, il cui profilo Twitter ha già 60mila follower, non è totalmente contrario al II emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che dal 1791 sancisce il diritto di possedere armi e affonda le sue radici nelle occupazioni da parte degli imperi britannico e spagnolo. Difatti, il possesso di armi da parte delle milizie cittadine – durante gli anni delle grandi colonizzazioni europee – era l’unico strumento a disposizione dei cittadini americani per difendere famiglie e proprietà.

Tuttavia, i ragazzi affermano che bisogna distinguere tra le varie tipologie di armi, lasciando fuori dal mercato quelle più pericolose e, nello specifico, il fucile militare semiautomatico AR-15 usato da Cruz nel massacro di Parkland. La prima mossa dei ragazzi di ‘generazione Columbine’ è stata quella di chiedere una petizione per esercitare controlli maggiormente approfonditi su coloro che vogliono acquistare un’arma. Credono che sia necessario agire sulle leggi per una seria riforma di regolamentazione sull’uso e il possesso delle armi. Nonostante la protesta sia guidata da teenager, il movimento intende fare sul serio. Numerose sono state le reazioni sollevate da una parte della Destra più conservatrice americana che ha accusato i ragazzi di essere degli attori sostenuti dall’FBI per danneggiare l’amministrazione Trump e la recente politica delle armi.

La voglia dei ragazzi di risolvere concretamente il problema delle armi in America, unita alle alle grida di rabbia e alle azioni mirate a sostenere l’idea di una riforma delle leggi sulle armi, ricorda molto i movimenti giovanili studenteschi di piazza per i diritti civili interraziali e per l’affermazione del femminismo che a metà degli anni ’60 invasero con la loro ondata di protesta gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, passando attraverso la guerra del Vietnam e gli omicidi politici di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King. La società, da allora, è radicalmente cambiata e il clima politico, culturale e sociale è diverso. Tuttavia, ci siamo chiesti se è possibile stabilire un parallelismo tra ‘generazione Columbine’ e i movimenti degli studenti statunitensi del ’68.

Nello specifico, per comprendere la prospettiva di ‘generazione Columbine’ abbiamo intervistato Tiziano Bonazzi, storico politico e Professore emerito dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna al fine di trovare eventuali similitudini tra i due movimenti giovanili.

 

Professore Bonazzi, pensa che il movimento di protesta degli studenti americani ‘generazione Columbine’ il prossimo 24 marzo con la ‘Marcia per le nostre vite’ scenderà in strada solo per chiedere controlli più stretti sulle armi e ‘disarmare’ l’America o ha altre e più ampie ambizioni, magari di ‘cambiare’ qualcosa dell’America di Trump?

Prima di tutto non si sa ancora chi ha organizzato il movimento di protesta e chi lo coordinerà. Negli Stati Uniti queste grandi manifestazioni sono sempre ordinate dal basso da una serie di organizzazioni senza un grande coordinamento; quindi, sono sufficientemente spontanee. Di conseguenza,  parlare di scopi politici in modo diretto e concreto è sempre difficile. Lo scopo principe non è tanto di limitare l’uso delle armi, ma chiaramente di vietarlo. Ma questo può definirsi più uno scopo ideologico che pratico. Si sa che non ci si può arrivare, ma lo si chiede. Quasi tutti coloro che parteciperanno a queste manifestazioni avranno un’agenda vasta di richieste e saranno di estrazione liberal e democratica. Ma, al momento, non possiamo sapere se queste manifestazioni diventeranno qualcosa di più.

Trova delle similitudini con i movimenti giovanili che cambiarono profondamente la società nel ’68? Se sì, quali?

Siamo a mezzo secolo di distanza e, dunque, non si tratta di una derivazione diretta da quei movimenti. Non credo che questi  ragazzi, teenager estremamente giovani, possano pensare ai movimenti degli anni ’60. Al momento non mi pronuncerei al di là dello scopo immediato. Non si sa assolutamente nulla degli obiettivi che tali giovani possono proporsi. Bisognerà stare molto attenti perché già ci sono già stati attacchi violentissimi da parte della Destra, la quale ritiene che tutte le interviste e gli interventi fatti siano stati fatti da attori, e non da studenti. Secondo i gruppi cospiratori dell’estrema destra si tratta di attori pagati per creare sfiducia nell’amministrazione Trump. Sono operazioni meschine, ma la politica americana è senza pietà!

La rivolta degli studenti scoppiata nel ’68 in Usa e in diversi Paesi d’Europa fu soprattutto una rivolta etica contro i valori diffusi della società capitalistica (individualismo, potere ed esaltazione della tecnologia, corsa al consumismo). Crede che oggi ‘generazione Columbine’ possa condurre ad una riflessione sui valori fondanti della società americana e a future richieste di cambiamento della stessa dal punto di vista culturale?

I movimenti giovanili del ’68 sono letteralmente scomparsi, non possiamo fare paragoni diretti con i ragazzi di oggi. Sono movimenti finiti con l’amministrazione Nixon. Quel movimento ha cambiato molto l’America soprattutto  per quanto attiene alla sfera sociale. La situazione è profondamente cambiata: non c’è più la guerra del Vietnam, non esiste più il movimento per i diritti civili dei neri.

Oggi in America si può ancora parlare di movimentismo?

Il movimentismo in America ci sarà sempre. Anche il conservatorismo di Reagan era un movimentismo di base, la società americana vive di movimenti spontanei. La cultura politica è molto diversa dalla nostra. Non nasce, come in Italia,  solo un Movimento 5S; bensì, nascono tantissimi movimenti che ottengono qualcosa e poi si compongono, si scompongono e poi scompaiono. La società americana è una società estremamente mobile, flessibile, in cui è difficile creare che qualcosa duri molto e che sia fisso. L’instabilità è la cifra ed è anche la bellezza della società americana.

Cosa è cambiato, secondo lei, nel movimentismo americano dal ’68 a oggi?

Si tratta di movimenti che nascono riguardo a problemi immediati, sempre. Così come il movimento di Wall Street o il Tea Party, che rispondeva a dei problemi immediati di ritornare ad un’America bianca e perfetta. Ci sono continuamente movimenti, sia di destra sia di sinistra, che nascono in America e poi si smontano.

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