sabato, Agosto 15

USA: elezioni, un rinvio per mobilitare Una strategia molto rischiosa ma che l’attuale clima politico statunitense potrebbe rendere anche molto pagante

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Per quando difficile (se non impossibile) da realizzare, la proposta adombrata in un ‘tweet’ di Donald Trump di posticipare la scadenza elettorale del prossimo novembre “finché il popolo americano non potrà esprimersi in modo proprio e in piena sicurezza”, evitando in questo modo il ricorso a un voto postale universale etichettato come “inaccurato e fraudolento”, è stata sufficiente a rilanciare le polemiche che, in questo convulso periodo preelettorale, attraversano la vita politica statunitense. Oltre alle prevedibili reazioni del panorama democratico (dall’ex Presidente Obama allo Speaker della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, che ha ricordato come spetti solo al Congresso deliberare l’eventuale spostamento della data del voto), le parole del Presidente sono state criticate anche dal numerose figure dell’establishment repubblicano (fra cui il senatore del South Carolina Lindsey Graham, Presidente della Commissione giustizia al Senato e tradizionalmente considerato vicino alle posizioni del Presidente, il capogruppo repubblicano al Senato, John Thume, e il leader del partito al Senato, Mitch McConnell), che hanno posto fine sul nascere a qualsiasi speculazione a riguardo.

Quale è, quindi, la logica di una ‘fuga in avanti’ destinata a essere stroncata sul nascere? Le critiche del Presidente al voto postale non sono una novità e l’avevano già portato, nelle scorse settimane, a scontrarsi con i vertici di Twitter per il contenuto di alcuni suoi messaggi. D’altra parte, se pure avesse il sostegno del Congresso, l’ipotesi di uno slittamento del voto porrebbe, secondo la maggior parte degli esperti, gravi problemi costituzionali. Senza dimenticare, poi, che il voto presidenziale negli Stati Uniti si accompagna a quello per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, di un terzo del Senato e di una lunga serie di esecutivi e legislativi statali; un intreccio di appuntamenti che non è semplice ‘scardinare’ né sul piano operativo, né su quello delle conseguenze politiche della sua articolazione. Da alcune parti è stato ipotizzato che la mossa di Trump serva in qualche modo amettere le mani in avanti’, evocando la possibilità di brogli per giustificare quella che – secondo i sondaggi – si profila come una pesante sconfitta. Non a caso, da qualche tempo, la possibilità che il voto di novembre possa essere ‘aggiustato’ sembra essere diventato un tema ricorrente della propaganda presidenziale.

Tuttavia, gli obiettivi della Casa Bianca potrebbero essere anche altri. Davanti ai problemi posti dall’emergenza COVID-19 e alla crisi economica che questa ha innescato, con un PIL in discesa, nel secondo trimestre del 2020, di oltre il 32% e con oltre dieci milioni di disoccupati in più rispetto a febbraio, la retorica tutto sommato positivache ha accompagnato Donald Trump negli ultimi quattro anni (una retorica incarnata dagli slogan ‘gemelli’ del 2016 e del 2020: ‘Make America Great Ahain’ e ‘Keep America Great’) sembra avere ceduto il passo a una in cui i messaggi negativi hanno un peso crescente. In altre parole, quella portata avanti dal Presidente appare una strategia di mobilitazione della sua base tradizionale, chiamata a raccolta per difendere non solo quelli che sarebbero i risultati ottenuti dal Paese negli ultimi quattro anni, ma la sua stessa identità e i suoi valori. Nella stessa linea sinquadrano i ripetuti appelli a impedire che un successo del candidato democratico, Joe Biden, porti il governo degli Stati Uniti nelle mani di una sinistra radicale che, nella migliore delle ipotesi, l’ex vicepresidente non sarebbe in grado di controllare o della quale sarebbe, nella peggiore, una specie di fantoccio.

L’idea sottesa è di dare voce a una ‘maggioranza silenziosa’ che non sarebbe rappresentata dal movimento che in queste settimane ha riempito le piazze e che, per ciò, sarebbe tagliata fuori dalla narrazione ‘mainstream’. Parallelamente, si tratta di portare alle urne il maggior numero possibile di elettori, soprattutto negli Stati-chiave. Il vantaggio (in taluni casi a due cifre) di cui Biden è accreditato a livello aggregato cela, infatti, situazioni molto diverse a livello locale, situazioni che possono condurre a risultati ‘a sorpresa’ come quello del 2016. In questo quadro, il ‘tweet’ sul possibile rinvio del voto è solo un tassello nel quadro di uno sforzo più ampio, volto a tenere alta la tensione dell’elettorato e spingerlo a recarsi alle urne. Nella misura in cui quello pro-Trump è un voto fortemente personalizzato, in cui la lealtà va più alla figura in sé che al rappresentante di un partito, anche le critiche espresse dall’establishment repubblicano perdono di peso e, anzi, possono andare a sostegno della posizione del Presidente. Come spesso accade quando si tratta di Donald Trump, siamo di fronte a una strategia molto rischiosa ma che l’attuale clima politico statunitense potrebbe rendere anche molto pagante.

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