giovedì, Giugno 20

USA e Russia alla prova del vertice Sul confronto di Helsinki tra Putin e Trump prevale lo scetticismo, ma non mancano neppure motivi per non escludere un eventuale successo comunque auspicabile

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Molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate, e non di poco conto, da quando il mondo aspettava col fiato sospeso, o almeno con una certa trepidazione, l’esito dei numerosi incontri a quattr’occhi tra i massimi dirigenti degli Stati Uniti e della Russia sovietica e postsovietica. E soprattutto, naturalmente, di quelli che costellarono nella seconda metà del secolo scorso la lunga sfida tra le due superpotenze, gli USA e l’URSS dominata da Mosca, alla testa dei rispettivi schieramenti ovvero blocchi anche ideologicamente contrapposti.

Fiato sospeso e trepidazione pienamente giustificati perché proprio da Mosca e Washington dipendevano in gran parte le sorti di un mondo sul quale incombeva la minaccia, non di rado tangibile con mano, di un terrificante conflitto termonucleare senza precedenti, capace di fare terra bruciata dell’intero pianeta o quasi. Come sappiamo, per tutto il corso della “guerra fredda” e della successiva ma assai precaria “distensione”, ovvero “coesistenza pacifica”, tra Est e Ovest i conflitti armati non sono mancati, anche in forma oltremodo aspra e duratura (basti ricordare il Vietnam), come neppure le tensioni più acute ed allarmanti (blocco di Berlino, crisi dei missili a Cuba).

Se il peggio, tuttavia, fu sempre scongiurato, e la sfida rimase perciò sostanzialmente incruenta almeno nel suo nodo centrale, lo si dovette in parte considerevole anche ai cosiddetti “vertici”, un termine che non a caso divenne di uso comune al punto da estendersi, proprio perché suonava bene, persino ai ritrovi tra sottosegretari, dirigenti sindacali o altri personaggi non di primissimo piano. Un successo lessicale, insomma, spiegabile con una credibilità politica non sempre comprovata ma risalente ad un periodo nel quale ci si aspettava di più e di meglio dagli incontri tra i due uomini più potenti del mondo, e nemici quanto si voglia, che non dai rituali e più “democratici” convegni allargati a più partecipanti.

Sotto gli occhi di tutti, comunque, la sfida più epocale si chiuse, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, all’insegna dei vertici che proiettarono alla ribalta Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, capaci di sdrammatizzarla con nuovi accordi per la limitazione degli armamenti e di spianare la strada alla soluzione delle pendenze politiche dopo il subentro di George H. Bush alla Casa bianca. Gorbaciov, peraltro, aveva propiziato la svolta con le sue riforme interne, economiche e politiche, oltre che col ritiro unilaterale dall’Afghanistan, prima di conferire alla chiusura delle ostilità il prevalente carattere di una sostanziale resa all’avversario, suggellata in particolare dalla riunificazione della Germania a coronamento della caduta dei regimi comunisti est-europei “satelliti” dell’URSS, seguita infine dal tracollo anche di quest’ultima.

Nulla di simile a tutto ciò si riscontra attualmente nella Russia di Vladimir Putin, tutt’altro che in fase di rinnovamento interno (benchè probabilmente bisognosa a sua volta di riforme) e di ritirata sui vari fronti esterni. Bensì protesa, semmai, a recuperarvi terreno, prestigio e influenza con vari mezzi, nel momento in cui si apprende che il “nuovo zar”, appena riconsacrato per la terza volta, e il suo omologo d’oltre oceano, il superdiscusso Donald Trump, hanno concordato di inscenare finalmente il loro primo, vero vertice, tra una dozzina di giorni, a Helsinki, sede classica per eventi del genere.

Evento del quale si avverte sicuramente un bisogno, oggi, non inferiore a quello attribuito in passato ai suoi prototipi, tenuto conto che da parte russa, soprattutto, si rimarca che i rapporti tra Mosca e Washington non sono mai stati così cattivi, dopo le storiche svolte appena ricordate, e che un po’ dovunque si parla spesso e volentieri di nuova guerra fredda e si paventa addirittura il rischio di una terza guerra mondiale. Bisogno, dunque, e conseguente importanza, pure alquanto ridimensionata dal relativo declassamento di entrambe le vecchie superpotenze, costrette a fare i conti a vari effetti con altri grossi calibri, Cina in primo luogo. Come sappiamo, del resto, basta oggi un pesce piccolo, ma scalpitante e spericolato, come la Corea del nord per mettere a rischio la pace a largo raggio.

Sperare che l’appuntamento di Helsinki si riveli positivamente fruttuoso è comunque naturale e persino doveroso, tanto più che non mancano le premesse favorevoli al riguardo. A cominciare ovviamente da un rapporto personale tra due uomini che, improntato a reciproca simpatia fin da prima dell’insediamento di Trump alla Casa bianca, sembra destinato a reggere sia alla tempesta scatenata oltre oceano dal Russiagate sia alle varie mosse e gesti compiuti da “the Donald” non si sa se per convinzione, perché costretto dalle circostanze o per opportunismo, ma comunque oggettivamente tali da avvelenare ulteriormente le relazioni con Mosca. Putin non ha mancato di deplorarli, di protestare e di reagire anche duramente, continuando però a mostrarsi fiducioso quanto meno nelle buone intenzioni dell’interlocutore più importante, evidentemente considerato più che altro vittima di un establishment americano inguaribilmente antirusso.

Tutto ciò a vistosa differenza del rapporto col predecessore di Trump, Barack Obama, che nonostante lo stile così diverso dal rozzo magnate niuiorchese a Putin non piaceva per niente e forse appena un po’ più di Hillary Clinton, detestata al punto da indurre il Cremlino (se le accuse al riguardo, finora sdegnosamente respinte, saranno mai provate in qualche misura) ad interferire subdolamente nell’ultima campagna presidenziale USA per scongiurarne la prevista vittoria.

Non si può escludere, beninteso, che al “nuovo zar” convenga, per ragioni interne oltre che di politica estera, ostentare un minimo di fiducia nel rapporto diretto anche qualora condivida, in fondo, lo scetticismo circolante, a quanto risulta, tra i suoi collaboratori e del resto prevalente anche nel campo occidentale, circa le prospettive di un appuntamento nato da un’iniziativa americana sia pure seguita da ampie consultazioni bilaterali anche ad alto livello.

Scettici o quanto meno perplessi appaiono soprattutto gli osservatori più o meno obiettivi, tra i quali si ritiene giustamente opportuno ricordare, tra l’altro, che più di una volta in passato i vertici delusero anche clamorosamente speranze ed attese. Stephen F. Cohen, autorevole russista di Princeton e collaboratore della rivista ‘The Nation’, rievoca ad esempio quello di Parigi tra Dwight Eisenhower, l’ex generale vincitore della seconda guerra mondiale, e Nikita Chrusciov, abortito nel 1960 a causa dell’abbattimento sovietico di un aereo spia forse appositamente inviato nei cieli russi da servizi americani, come rammenta Cohen, ostili alla distensione appena preannunciata  dallo storico vertice dell’anno precedente, a Camp David, tra i due stessi leader.

In giorni molto più vicini ai nostri ancora più deludenti sono stati i pur numerosi incontri tra Obama e l’allora presidente russo Dmitrij Medvedev, a partire dal primo svoltosi a Londra nel 2009, dopo la guerra russo-georgiana che aveva accelerato il deterioramento dei rapporti tra Mosca e Washington. Diversamente da Putin, di fatto suo superiore nella gerarchia politica nazionale, l’attuale premier russo si trovava a suo agio col penultimo presidente USA, che lo contraccambiava.  L’affiatamento personale non bastò tuttavia a mandare a buon fine il reset (riaggiustamento) dei suddetti rapporti, auspicato e almeno verbalmente perseguito da Obama, ma ben presto vanificato dalla crisi ucraina, soprattutto, insieme ad altri fattori di incomprensione e crescente ostilità reciproca.                  

Basterà l’analogo proposito enunciato da Trump nella sua campagna elettorale, e apparentemente mai ripudiato malgrado tutto, a produrre risultati più apprezzabili? Ossia, quanto meno, ad avviare un processo distensivo e di riavvicinamento magari all’insegna di uno “spirito di Helsinki” paragonabile a quello di Camp David di quasi sessant’anni fa? Nessuno, probabilmente, saprebbe oggi formulare previsioni minimamente fondate troppe essendo le incognite nonché le indicazioni meritevoli di rilievo ma spesso contrastanti tra di loro. E che potrebbero addirittura moltiplicarsi, aumentando l’incertezza, nei giorni che precedono l’appuntamento, tra l’altro anche per mosse ed iniziative di terze parti.

E’ ciò che paventa il professor Cohen, memore dei precedenti ma sicuramente guardando anche all’attualità e citando infatti il Russiagate e altri possibili scandali sempre dietro l’angolo. Afferma però che il vertice è comunque “imperativo” e che gli sforzi per trovare intese devono continuare, pubblicamente e “nell’ombra”, cioè dietro le quinte, perché i pericoli insiti nella situazione odierna sono di eccezionale gravità e se questi sforzi fallissero “Trump potrebbe non provarci più, e neppure Putin”. In altri termini, perdere l’occasione potrebbe rivelarsi imperdonabile.

Ciò che si muove o può muoversi dietro le quinte naturalmente non si sa, benchè sia lecito presumere che qualcosa si sia mosso nella fase di preparazione del vertice, in questo caso apparentemente accurata dal momento che il suo annuncio è stato preceduto da una visita a Putin di John Bolton, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale e quindi massimo stratega in politica estera, nonché da quella (passata piuttosto inosservata) compiuta a Washington da Aleksandr Novak, ministro russo dell’Energia, per intrattenersi con l’omologo americano Rick Perry e il segretario al Tesoro Steven Mnuchin su questioni attinenti al petrolio e al gas, tema cruciale per entrambi i Paesi, ormai diretti concorrenti a raggio planetario, nonché a quello collegato e particolarmente scottante delle sanzioni.

Sul quale Trump, interrogato dalla stampa nei giorni scorsi, ha fatto drizzare molte orecchie dichiarando che per un’eventuale revoca delle sanzioni (appena prorogate dall’Unione europea per un altro semestre) bisognerà “vedere cosa farà la Russia”, non escludendo neppure un riconoscimento dell’annessione russa della Crimea, che aveva provocato l’adozione di quelle originarie. E tornando, quindi, su una posizione possibilista già assunta durante la campagna elettorale del 2016. Di recente, inoltre, Trump si era pronunciato a favore della riammissione della Russia nel gruppo dei G7, sollevando non poche perplessità tra gli alleati atlantici.

Tutto ciò entrerà ovviamente di peso nell’agenda del prossimo vertice della NATO, convocato per l’11 luglio a Bruxelles. Quasi alla vigilia, cioè, del vertice USA-Russia del quale certo non si mancherà di parlare probabilmente anche litigando, tenuto conto dello stato attuale così lamentevole dei rapporti transatlantici in generale. Come se non bastasse la sostanza del contenzioso, Trump ha contribuito da par suo al deterioramento del clima sparando a zero sulla UE, nata secondo lui proprio per danneggiare gli interessi americani, e sulla stessa NATO, bollata come un “male non meno di NAFTA”, la zona di libero scambio USA-Canada-Messico che Washington intende ora disertare.

Ciò nonostante il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, dichiara o vuol far credere, a costo di venire smentito tra breve, che tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei vada tutto bene, compreso il vertice di Helsinki. Sul quale, ha detto l’ex premier norvegese, siamo tutti d’accordo, perché malgrado la pervicace condotta aggressiva della Russia vogliamo che il dialogo con Mosca, che è una prova di forza e non di debolezza, continui, non vogliamo una nuova guerra fredda né una nuova corsa agli armamenti e neppure isolare la Russia.

A rigore, lungi dall’isolarsi, Mosca dovrebbe in realtà trarre dalle diatribe interoccidentali solo vantaggi, per farne quale uso resta da vedere, innanzitutto a Helsinki e subito dopo Helsinki. Sempre che non si faccia spaventare davvero dalla minaccia di Trump di rafforzare il predominio mondiale americano negli armamenti spaziali, contro la quale il governo russo ha vivacemente protestato, assicurando che i propri sono puramente difensivi ma probabilmente ricordando che proprio nella minaccia USA di scatenare “guerre stellari” venne identificata a suo tempo una delle cause determinanti della sconfitta sovietica nella guerra fredda.

A prescindere da questo aspetto, non si saprebbe indicare al momento quale delle due parti possa vedersi costretta o comunque spinta a pagare di più (o magari a spese di chi altro) in eventuali intese o compromessi raggiungibili al tavolo dell’imminente vertice, in particolare per quanto concerne la questione ucraina. Corre voce, peraltro, di un abbozzato accordo riguardante piuttosto la Siria e consistente nell’accettazione americana della permanenza di Bashar Assad al potere a Damasco in cambio dell’impegno russo ad assicurare l’allontanamento delle armi iraniane e milizie filo iraniane dal confine con Israele. L’ipotesi, anche se è solo tale, appare plausibile, e la sua realizzazione sarebbe un passo avanti sicuramente apprezzabile.  

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