sabato, Febbraio 22

USA: difese missilistiche insufficienti? Uno studio del CSIS lancia l'allarme sulla vulnerabilità delle difese americane

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Fin dalla fine della Guerra Fredda, ci siamo abituati ad un mondo in cui un’unica grande potenza, gli USA, tenevano in pugno le sorti planetarie. Con il collasso dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la dispersione (per altro molto pericolosa) della propria potenza militare, l’arsenale bellico statunitense si trovò ad essere superiore ad ogni altro; in questo modo, gli USA si trovarono a ricoprire il ruolo di ‘guardiani del mondo’ per tutti gli anni ’90 del ‘900.

I fatti dell’11 settembre 2001 riportarono gli statunitensi ad una realtà storica che, per troppo tempo, era stata ignorata: la Storia, ben lungi dall’essere finita con la caduta del Muro di Berlino (1989), come alcuni sostenevano, aveva continuato a ribollire sotto l’ottimismo degli anni ’90. Da un lato, ci si accorse che il potentissimo arsenale, sviluppato ai tempi di un mondo bipolare, era inutile contro la minaccia degli attentati terroristici; dall’altro, il declino dell’indiscussa egemonia USA portò al sorgere di nuove Grandi Potenze in grado, se non di minacciare Washington, quanto meno di porsi come competitori per l’influenza su alcune aree. È il caso, soprattutto della Federazione Russa e della Repubblica Popolare Cinese: la prima, superati gli anni di caos e decadenza seguiti al crollo del blocco sovietico, è tornata ad essere un Paese forte militarmente ed influente politicamente; la seconda, dopo anni di crescita economica vertiginosa, ha smesso di essere una fabbrica di prodotti a basso costo per i Paesi sviluppati e ha cominciato a giocare un ruolo politico di primo piano che fa presagire, alla gran parte degli analisti, una futura (ma non tanto) egemonia di Pechino sul mondo.

In questo quadro, si inserisce un recente studio del Center for Strategic and International Studies‘ (CSIS: Centro per gli Studi Strategici ed Internazionali) secondo cui le difese missilistiche strategiche degli Stati Uniti sarebbero rimaste indietro rispetto a quelle dei suoi principali avversari.

Thomas Karako e Wes Rumbaugh, gli autori dello studio, sostengono che gli armamenti strategici di Russia e Cina sarebbero in grado, in caso di guerra, di eliminare senza troppa fatica le difese missilistiche USA e rendere inoffensivo l’arsenale di Washington. La ragione di questa situazione sarebbe da individuare in due cause principali: da un lato, dopo il 2001, l’Esercito statunitense ha concentrato i propri sforzi nella lotta al terrorismo e, nel fare ciò, ha investito meno risorse nello sviluppo di nuove armi strategiche, inutili quando si ha a che fare con piccole unità di guerriglieri o attentatori nascosti in territori impervi o nelle aree urbane; dall’altra parte, tecnici e strateghi russi e cinesi hanno studiato a fondo le prassi belliche USA, colmando il divario tecnico e tecnologico che aveva garantito la supremazia di Washington negli anni ’90.

Dal punto di vista tecnico, il principale punto debole del sistema missilistico integrato statunitense risiede nelle grandi dimensioni e concentrazioni di impianti missilistici: i potenti sistemi di difesa antimissilistica, infatti, si basano ancora su impianti di grandi dimensioni, che necessitano grandi quantità di energia e che producono molto calore. Si tratta di aspetti che renderebbero facile, per un eventuale nemico, individuare i siti e colpirli con i propri missili balistici (veloci ma facili da intercettare a causa della loro traiettoria prevedibile), da crociera (più lenti, ma con traiettorie meno prevedibili) o con i nuovi missili iper-sonici (che uniscono i vantaggi delle altre tipologie eliminandone i difetti e di cui Russia e Cina si starebbero dotando): naturalmente, l’arsenale USA è ancora potentissimo e Paesi potenzialmente nemici come Iran o Corea del Nord non avrebbero abbastanza potenza missilistica per danneggiarlo seriamente. Lo stesso non può dirsi di Russia e Cina: gli arsenali di Pechino e Mosca sono ricchi e tecnologicamente avanzati ed un loro uso massiccio ed improvviso potrebbe mettere in ginocchio i sistemi difensivi di Washington. Una volta caduto lo scudo missilistico, nulla impedirebbe agli ipotetici aggressori di colpire duramente qualsiasi obbiettivo su territorio statunitense.

Per scongiurare questa minaccia, Karako e Rumbraugh propongono di investire in un sistema che definiscono di ‘difesa diffusa’ e ‘difesa integrata’. Si tratta di frammentare, sparpagliare e nascondere i vari elementi dei sistemi missilistici di difesa. Le tecnologie correnti, in effetti, permetterebbero di nascondere i missili in strutture all’apparenza civili, quando non sotto terra, e di controllarli a distanza tramite dei servizi di trasmissione dei dati: in questo modo, la stazione centrale da cui partono gli ordini potrebbe avere dimensioni molto più contenute e, di conseguenza, sarebbe più difficile da individuare per gli aggressori (lo stesso varrebbe per i siti dei missili e per le stazioni di trasmissione). Un altro vantaggio dato da questo sistema è quello della interscambiabilità del controllo: se una stazione di comando cadesse sotto un attacco informatico, i missili potrebbero facilmente passare sotto il controllo di un’altra stazione ancora operativa, anziché essere messi fuori uso.

Altro punto fondamentale, secondo gli autori dello studio, è lo sviluppo di un sistema di ‘difesa integrata’, ovvero di un sistema di difesa missilistica che preveda, allo stesso tempo, l’utilizzo di armi offensive. In altre parole, attualmente, le stazioni che si occupano di difesa missilistica possono solo evitare che i colpi nemici raggiungano gli obiettivi USA: in un sistema integrato, la stessa stazione avrebbe a disposizione una gamma più varia di missili; ciò permetterebbe di contrastare gli attacchi e di neutralizzare, allo stesso tempo, le basi di lancio nemiche.

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