venerdì, Febbraio 28

USA: Democratici pronti a battere Trump? Lo spaccato che emerge è comunque interessante e dice molto della fase politica che gli Stati Uniti stanno vivendo

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Dopo l’insediamento del 116° Congresso, lo scorso 3 gennaio, negli Stati Uniti si è, di fatto, aperta la corsa per le elezioni presidenziali del 2020, prossimo grande appuntamento elettorale che il Paese sarà chiamato ad affrontare. Le ultime settimane hanno visto, quindi, proliferare gli annunci di possibili candidati alle primarie di partito, dalle quali uscirà lo sfidante del Presidente uscente. Sinora, il nome più importante fra quelli scesi in lizza sembra essere quello del Senatore del Massachusetts Elizabeth Warren, che lo scorso 31 dicembre ha sciolto la riserva che aveva posto prime del voto di midterm, annunciando la costituzione di un comitato esplorativo finalizzato alla candidatura. La senatrice Warren non è, comunque, l’unica, nel Partito democratico, a essersi esposta esplicitamente. Fra i congressmen che hanno annunciato la loro possibile candidatura, figurano John Delaney e Tulsi Gabbard, Rappresentanti rispettivamente per Maryland e Hawaii, e i senatori Kirsten Gillibrand (New York) e Kamala Harris (California), oltre al sindaco di South Bend (Indiana), Peter Buttigieg, e al Segretario di Stato alla casa e sviluppo urbano dell’amministrazione Obama, Julián Castro.

L’elenco non esaurisce le voci che circolano da mesi, con maggiore o minore insistenza. Di volta in volta, in passato, si è parlato come di possibili candidati dell’ex Vicepresidente, Joe Biden, dell’ex sindaco di New York, Michael Blooomberg, dell’ex Segretario di Stato, John Kerry, dell’astro nascente del Partito democratico in Texas, Robert Beto O’Rurke, e di una lunga serie di congressmen e politici locali più o meno noti al grande pubblico. Sono circolate voci su una possibile ricandidatura di Hillary Clinton e di Bernie Sanders, già protagonisti del confronto nel 2016, e su un’eventuale ‘discesa in campo’ di personaggi dello sport, dello spettacolo o della società civile. La situazione rimane, tuttavia, ancora incerta. Al di là dei ‘rumors’ e delle mere speculazioni, molte di queste candidature (anche quelle ufficializzate) sono ancora in una fase preliminare. Molte altre sono destinate a esaurirsi nella ‘marcia di avvicinamento’ alle primarie vere e proprie, sia per mancanza di fondi, sia perché ‘cannibalizzate’ da candidature più forti. Altre, infine, nascono già come semplici candidature ‘d’assaggio’, presentate per sondare il campo o per consolidare determinate posizione all’interno del partito.

Lo spaccato che emerge è comunque interessante e dice molto della fase politica che gli Stati Uniti stanno vivendo. Anzitutto, come accaduto nell’ultimo voto di midterm, le donne sono una quota importante dei candidati democratici. E’ un tratto che, al momento, distingue chiaramente il Partito dell’asinello da quello repubblicano, nel quale la posizione di Ann Coulter è ancora in forse e due ‘pezzi pregiati’ come Carly Fiorina e Margaret Withman (entrambe provenienti dal mondo del business) hanno già annunciato il loro disinteresse alla corsa presidenziale. Altro elemento di spicco è il ruolo delle minoranze etniche e religiose, ampiamente rappresentate nello spettro delle candidature; anche in questo caso, si tratta di una tendenza già emersa nelle elezioni di midterm e che pare destinata ad assumere un peso crescente nelle scelte del Partito democratico. Nonostante le eccezioni (Joe Biden, ad esempio, ha settantasei anni ed è entrato al Senato per la prima volta nel 1973), l’età media dei candidati democratici appare, infine, molto inferiore rispetto a quella dei candidati repubblicani, con il trentasettenne Peter Buttigieg che sarebbe, se eletto, il più giovane Presidente nella storia degli Stati Uniti.

La strategia sottesa è evidente: accentuare il più possibile un’immagine del Paese profondamente diversa da quella promossa dall’amministrazione e da un Partito repubblicano che sembra essersi avvicinato molto alle posizioni presidenziali. Da questo punto di vista è degno di nota come un certo numero di esponenti del Grand Old Party abbia appoggiato, recentemente, la ricandidatura di Donald Trump nel 2020; fra questi, alcuni che, in passato, di Trump erano stati accesi rivali, come Chris Christie, Ted Cruz, Rand Paul, Marco Rubio, Paul Ryan e Scott Walker. Una volta ancora, sembra, quindi, confermarsi la polarizzazione che ormai da qualche tempo caratterizza la scena politica statunitense. Nel voto di midterm, questa polarizzazione è apparsa pagante, anche se le elezioni per il Congresso riflettono spesso dimensioni locali che faticano a esprimersi in quelle presidenziali. D’altra parte (come ha dimostrato anche in questo caso il voto di midterm), la polarizzazione dello scontro non premia solo il Partito democratico. Ancora una volta, il rischio è, quindi, quello di un irrigidimento dei due fronti sulle rispettive posizioni estremi e di uno ‘schiacchiamento’ di quel centro moderato che tradizionalmente è il bacino di consenso inseguito da tutti gli aspiranti alla presidenza.

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