sabato, Dicembre 14

USA: Democratici divisi, verso le primarie Emergono con crescente chiarezza le divergenze fra i candidati democratici alle presidenziali 2020

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Con il procedere della campagna elettorale, le divergenze fra i candidati democratici alle presidenziali USA 2020 emergono con crescente chiarezza. Le ultime tornate di dibattiti – svoltesi in due serate, il 30 e 31 luglio, al Fox Theater di Detroit, Michigan, e rilanciati dalla rete televisiva CNN – hanno confermato questa tendenza. Al dibattito del 30 luglio hanno partecipato il governatore del Montana Steve Bullock, il sindaco di South Bend (Indiana) Pete Buttigieg, il rappresentante del Maryland John Delaney, l’ex governatore del Colorado John Hickenlooper, il senatore del Minnesota Amy Klobuchar, il rappresentante del Texas Robert ‘Beto’ O’Rourke, quello dell’Ohio Tim Ryan, Bernie Sanders, il senatore del Massachusetts Elizabeth Warren e la scrittrice Marianne Williamson, già candidata indipendente per un seggio della Camera dei rappresentanti in California; a quello del 31 il senatore del Colorado Michael Bennet, l’ex Vicepresidente Joe Biden, il senatore del New Jersey Cory Booker, Julian Castro, il sindaco di New York Bill de Blasio, il rappresentante delle Hawaii Tulsi Gabbard, il senatore dello Stato di New York Kirsten Gillibrand, il senatore della California Kamala Harris, il governatore dello Stato di Washington Jay Inslee e l’imprenditore Andrew Yang.

Anche in questa occasione, il tema dominante è stata la frattura fra ‘moderati’ e ‘radicali’, frattura che è emersa su una lunga serie di issues, dall’assistenza sanitaria ai temi della riforma elettorale. Ancora una volta, le critiche si sono appuntate soprattutto su Joe Biden, accusato di eccessiva ‘freddezza’ verso i temi della disuguaglianza, dell’integrazione e della sicurezza sociale. Da questo punto di vista, il fatto che Biden continui a trovarsi in testa ai sondaggi, in apparente ripresa rispetto alla flessione delle scorse settimane, ha rappresentato un incentivo per i suoi avversari, sia per quanti, come Kamala Harris, sono già riusciti a ritagliarsi un certo margine di visibilità, sia per quelli come Cory Booker e Kirsten Gillibrand, la cui campagna sembra ancora fare fatica a decollare. Ancora una volta, inoltre, dal dibattito sembra essere emersa la sostanziale fragilità dei candidati ‘centristi’, soprattutto di quelli che – come Delaney, Ryan, Bullock, Klobuchar, O’Rourke e, per certi aspetti, Buttigieg – nella prima serata hanno dovuto confrontarsi con Sanders e la Warren, punte di diamante dello schieramento opposto; un’ulteriore conferma di come le posizioni moderate, se da una parte sembrano attirare diversi candidati, dall’altra faticano a trovare un’espressione politicamente ‘accattivante’.

L’ultima aggregazione di sondaggi realizzata da RealClearPolitics evidenzia bene questa situazione. Tolta l’‘eccezione’ Biden (che, come detto, guida la corsa con una media di 15.6 punti percentuali di distacco rispetto al concorrente più vicino), i candidati favoriti dal campione di elettori intervistati sono i ‘radicali’ Sanders, Warren e Harris, rispettivamente con una media del 16.4, 14,8 e 11,0% dei consensi; più distaccato, segue il blocco dei ‘moderati’, con Buttigieg e O’Rourke in evidenza (5,6 e 3,0% rispettivamente) e in coda la massa degli altri. La strada per le primarie del prossimo anno è ancora lunga (il primo appuntamento è fissato per il 3 febbraio, con il ‘caucus’ dell’Iowa, seguito l’11 delle primarie nel New Hampshire, il 22 dal ‘caucus’ del Nevada e il 29 delle primarie in South Carolina); tuttavia, a meno di improbabili colpi di scena e al netto di aggiustamenti marginali, questo scenario non pare destinato a cambiare. Si tratta di capire chi, fra i frontrunner ‘radicali’ emergerà per affrontare Biden nella corsa alla nomination. L’ampio margine di vantaggio che i primi sondaggi attribuivano a Bernie Sanders si è, infatti, via via eroso, soprattutto a favore di Elizabeth Warren, che intorno alla metà di luglio è anche riuscita, per un breve periodo, a superare il rivale nei consensi.

Quella che si prospetta è quindi, sostanzialmente, una sfida interna all’alaliberal’, i cui esiti, tuttavia, potrebbero ancora una volta finire con l’indebolire il Partito più che rafforzarlo. Il dibattito del 30 luglio ha evidenziato la convergenza di Sanders e Warren nell’attacco alle posizioni dei moderati’. Resta tuttavia il fatto che i due candidati competono, per molti aspetti, sugli stessi voti e la differenza delle loro posizioni ha aperto già qualche frattura in seno all’elettorato. Inoltre, il rischio che la competizione porti a una radicalizzazione delle rispettive posizioni è sempre presente. Elizabeth Warren, ad esempio, si è già espressa a favore della completa depenalizzazione dell’immigrazione clandestina; una posizione troppo ‘spinta’ anche per una buona parte del suo possibile bacino di consenso e che potrebbe finire per alimentare le chance di successo di Donald Trump. Con indici di consenso sempre relativamente bassi, i principali punti di forza del Presidente uscente sono costituiti, infatti, proprio dalle divisioni che separano i suoi avversari e dai timori che posizioni troppo ‘estreme’ possono sollevare nell’opinione pubblica. Sono due elementi che, in passato, Trump e il suo staff hanno già dimostrato di sapere sfruttare e che potrebbero svolgere una parte importante anche nei mesi a venire.

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