giovedì, Dicembre 12

USA – Corea del Nord: ad Hanoi, tra Trump e Kim, è solo l’ arte del ‘no-deal’ "Non si può parlare di successo, ma neanche di totale fallimento: bisogna concepire questo processo come incrementale"

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Con un no-deal si è concluso in anticipo,  il secondo summit, tenutosi ad Hanoi, tra Donald Trump e Kim Jong Un. Incaricato di grandi aspettative in merito a diverse questioni aperte tra Stati Uniti e Corea del Nord – dalla denuclearizzazione alla questione della pace, passando per la normalizzazione dei rapporti bilaterali – il vertice sembrava destinato, anche nelle parole dei leader, ad essere la svolta decisiva. Alla domanda dei giornalisti occidentali se fosse veramente intenzionato a denuclearizzare,  «se non lo fossi, non sarei qui» era stata la risposta di Kim Jong Un che aveva poi definito «un’iniziativa benvenuta» la possibile apertura di rappresentanze diplomatiche a Washington e Pyongyang.

La doccia fredda è arrivata ben presto, quando sono stati annullati la cerimonia della firma di una dichiarazione congiunta e il pranzo di lavoro. A far collassare il negoziato, secondo il Presidente statunitense, il fatto che «Kim era pronto a denuclearizzare, in particolare a smantellare la centrale di Yongbyon, ma per non era sufficiente per tutte le sanzioni come lui chiedeva». In realtà, sebbene il Segretario di Stato Mike Pompeo abbia parlato di mancanza di chiarezza della controparte, il Ministro degli Esteri nordcoreano, Ri Yong-ho, ha tenuto a smentire la ricostruzione di Trump, sostenendo che il regime avesse chiesto solamente una «parziale» cancellazione delle sanzioni. «Non abbiamo ceduto su nulla» ha detto il Presidente americano, la cui portavoce, Sarah Sanders, ha oggi evidenziato che se «l’ex presidente Barack Obama non si e’ sottratto ad un cattivo accordo con l’Iran, il presidente Donald Trump si rifiuta di fare lo stesso errore con l’Iran, la Corea del Nord o chiunque altro» «metterà sempre la sicurezza del popolo americano prima della politica».

Nonostante siano state «giornate produttive», secondo Trump, «a volte bisogna andarsene e questa è una di quelle volte», come del resto insegna il suo bestseller ‘The Art of the Deal’. Tuttavia, «non è stato un andarsene via e uscire dalla porta, l’atmosfera era buona e amichevole» ha assicurato l’inquilino della Casa Bianca, evidenziando «le forti relazioni con Kim Jong Un» che ««non ricomincerà i test» nucleari o missilistici «o niente che abbia a che fare con il nucleare».  Ma come è possibile interpretare l’esito del summit di Hanoi? E’ veramente un fallimento? Lo abbiamo chiesto a Francesca Frassineti, esperta dell’ Università di Bologna oltre che dell’ Osservatorio asiatico dell’ ISPI

«Nessun accordo è meglio di un pessimo accordo» ha detto Donald Trump. E’ possibile definire il summit di Hanoi un fallimento? Perché?

Non sarei, in questo momento, così tranchante. Certamente non si può parlare di successo, l’esito non ha soddisfatto le molte aspettative della vigilia, ma prima di parlare di totale fallimento dei negoziati in corso, è necessario aspettare. Ciò che forse ha sorpreso è stata la posizione statunitense: ci si aspettava che la Corea del Nord offrisse come merce di scambio la chiusura di Yongbyon, come aveva detto Kim Jong Un sia al Presidente sudcoreano sia nel discorso di capodanno alla Nazione lo scorso gennaio, vincolandola a quelle che il regime ha definito ‘misure corrispondenti’ da parte statunitense, che poi si sono rivelate essere, nei colloqui, un parziale ammorbidimento del regime sanzionatorio. In altre parole, la posizione della Corea del Nord era molto più chiara alla vigilia rispetto a quello che gli Stati Uniti avrebbero accettato. Per quanto Pompeo avesse lasciato intravedere una maggiore flessibilità nell’approccio di breve periodo degli Stati Uniti, alla fine, l’offerta riguardante Yongbyon non si è rivelata soddisfacente per l’amministrazione USA. Trump, infatti, ha parlato di ‘non opportunità’ di firmare un accordo di questo tipo perché consapevoli dell’esistenza, dimostrata dalle immagini satellitari, di altri siti strategici per il programma nucleare e in almeno uno di questi si ritiene che gli scienziati nordcoreani siano in grado di arricchire l’uranio in una seconda struttura oltre a quanto già avviene a Yongbyon.

In sede di conferenza stampa, Trump ha spiegato che «Kim era pronto a denuclearizzare, in particolare a smantellare la centrale di Yongbyon, ma per non era sufficiente per tutte le sanzioni come lui chiedeva». Poche ore dopo, però, il Ministro degli Esteri nordcoreano, Ri Yong-ho, ha smentito tale ricostruzione, sostenendo che il leader ha chiesto solamente una «parziale» rimozione delle sanzioni. A cosa è dovuta questa discrasia tra le due versioni?

Il Ministro degli Esteri nordcoreano, in maniera inaspettata, ha tenuto questa conferenza ad Hanoi, spiegando che la Corea del Nord avrebbe richiesto, in cambio dello smantellamento di Yongbyon, soltanto la rimozione delle sanzioni adottate nel 2016-2017 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che colpirebbero l’economia civile nordcoreana. E’ interessante notare che, fonti non ufficiali hanno parlato di negoziatori di entrambe le parti impegnati, nei mesi scorsi, a fissare una roadmap che per il perseguimento degli obiettivi tra cui la normalizzazione dei rapporti e la fine dello stato di guerra tra i due Paesi, lasciando da parte la questione della denuclearizzazione in attesa del summit di Hanoi, riponendo molta fiducia nel legame diretto instauratosi tra i due leader. In questo, forse, c’è stato un eccesso di fiducia del canale che ha aperto soprattutto Trump con la sua diplomazia alternativa.

Potremmo dire, quindi, che la grande empatia che il Presidente Trump vanta di aver instaurato con Kim Jong Un, che ormai tratta da leader di una potenza nucleare, si è dimostrata insufficiente per condurre una trattativa così delicata.

L’approccio di Trump di sedersi, per la prima volta nella storia, al tavolo con un leader nordcoreano ha posto le basi per l’apertura di un canale diretto tra le due parti che ha facilitato questi primi passaggi, ma poi come abbiamo visto ciò non è sufficiente a colmare l’enorme distanza tra le rispettive posizioni e a superare un stallo la cui origine risale a più di 70 anni fa. Pompeo ha ripetuto che a questo meeting ne seguiranno altri, ma per ora non abbiamo alcuna informazione di quando potrà avvenire.

Il ‘fallimento’ è ascrivibile ad una inadeguata preparazione dell’incontro?

Sì, però porrei anche enfasi sulla necessità di concepire questo processo come incrementale. Inizialmente, l’amministrazione americana si era insediata riproponendo un approccio che prevedeva l’unilaterale, completa e verificata rinuncia al nucleare da parte del regime nordcoreano, prima di riattivare qualsiasi negoziato e fare qualsiasi concessione. Ora, invece, ci si è resi conto, anzitutto a livello tecnico, come ci dicono gli scienziati tra cui Siegfried Hecker dell’Università di Stanford – l’ultimo scienziato occidentale a visitare alcuni dei siti nordcoreani – che la denuclearizzazione richiederà almeno dieci anni. Quindi, si è arrivati alla consapevolezza da parte dell’amministrazione USA che non è possibile raggiungere alcun tipo di risultato concreto in termini di normalizzazione dei rapporti e di riduzione delle tensioni nell’area se si pone come condizione il completo smantellamento dell’arsenale nucleare nordcoreano. Questo sia perché la Corea del Nord non dimostra, nei fatti, la volontà di farlo sia perché sarà necessario, appunto, almeno un decennio. Ecco perché c’è bisogno di un processo incrementale che deve essere implementato. Certamente, in questo senso, sarebbe stato molto utile l’apertura di uffici di collegamento in quanto i due Paesi non hanno rapporti diplomatici ufficiali e quindi ambasciate. Tali uffici avrebbero consentito ai funzionari di portare avanti i colloqui e continuare a parlarsi con maggiore facilità.

L’approccio flessibile a breve termine che sembrava aver abbracciato l’amministrazione Trump è archiviato oppure continuerà a rimanere attivo? E l’esito dell’incontro è, a suo giudizio, una vittoria dei ‘falchi’ dell’amministrazione americana come John Bolton?

Effettivamente pochi si aspettavano la partecipazione di John Bolton ai colloqui ad Hanoi e il suo arrivo nella capitale vietnamita ha sorpreso molti. Benché non abbia partecipato alla cena del 27 febbraio, ha presenziato all’incontro del giorno seguente. Alcune fonti sudcoreane hanno parlato dell’influenza di Bolton soprattutto nel pretendere l’inclusione in un potenziale accordo anche dell’arsenale di armi biologiche di cui il regime nordcoreano sarebbe in possesso. Sono tutte supposizioni, ma è certamente innegabile che Bolton capeggi la fazione più intransigente rispetto a quella leggermente più flessibile di Pompeo e Biegun.

Hanno influito, secondo Lei, sulla fermezza di Trump riguardo alle sanzioni, la contemporanea deposizione del suo ex avvocato, Michael Cohen, al Congresso, organo, dove i democratici si sono rafforzati avendo conquistato la Camera e dal quale dipende il divieto imposto ai cittadini americani di recarsi in Corea del Nord?

Sì. Il fronte democratico ha espresso estremo scetticismo nei confronti della linea trumpiana e nel caso di quest’ultimo summit temeva che il presidente  potesse concedere troppo pur di strappare una qualsiasi minima vittoria ai nordcoreani da portare alla sua base elettorale. Trump, in questo senso, ha giustificato la sua ‘uscita dalla stanza’ senza accordo con l’idea di aver salvaguardato gli interessi americani, di aver mantenuto intatta quella leva negoziale che gli Stati Uniti hanno nei confronti della Corea del Nord. Dobbiamo, però, ricordare i limiti alla volontà presidenziale perché, alla fine dei giochi, quando parliamo delle misure unilaterali imposte dagli Stati Uniti alla Corea del Nord, il Presidente, per sollevare il divieto ai cittadini statunitensi di recarsi in Corea del Nord e agli imprenditori di investirvi, imposti con un atto esecutivo nel 2017 per condannare le violazioni dei diritti umani da parte del regime nordcoreano, ha bisogno del voto favorevole del Congresso che ora non controlla.

L’approccio di Kim dimostra che pensa di aver fatto molto più della controparte ed è per questo che non ha inserito nella discussione il materiale fissile e i missili già prodotti? Il regime non può, dunque, fare a meno del nucleare?

E’ confermata la necessità nordcoreana di vedere ammorbidite le sanzioni, soprattutto dopo la decisione cinese nel 2017 di dare un’applicazione meno lasca alle sanzioni internazionali per poi ritornare di fatto a una maggiore flessibilità nell’osservanza delle stesse misure, pur avendo firmato tutte le risoluzioni ONU. Il risultato è stato quello di un profondo stress a cui è stata sottoposta l’economia nordcoreana che sopravvive in larga parte grazie al commercio con Pechino, perché le risoluzioni del 2016 e 2017 hanno colpito tutti i settori dell’economia nordcoreana, compresi quelli meramente civili.  Kim Jong Un continua a ribadire la sua attenzione allo sviluppo economico: nell’Aprile 2018 ha affermato di aver completato una delle due componenti, quella nucleare della politica (annunciata nel 2013) che prevede il parallelo sviluppo dell’arsenale nucleare e dell’economa, ed essere quindi pronto a concentrarsi sulla seconda. quella nucleare, e di essere pronto a dedicarsi a quella economica. Il regime per ora non ha mostrato i segni di alcuna svolta riformista in economia e qualora decidesse di farlo ha estremo bisogno dell’alleggerimento del giogo sanzionatorio. Allo stesso tempo, però, in assenza di garanzie da parte degli Stati Uniti, non si spinge a rinunciare a quella che ritiene essere la sua unica garanzia di salvezza e cioè il nucleare, come non è per ora disposto a negoziare sulla componente balistica e su quella convenzionale che minaccia direttamente la Corea del Sud e il Giappone.

Nella trattativa del summit, Trump ha posto sul tavolo anche l’ombrello nucleare americano in Corea del Sud?

Secondo quanto riportato dal presidente Trump in conferenza stampa l’argomento non è stato avanzato in sede di colloqui. Sappiamo, però, che la Corea del Nord ha bisogno di garanzie in termini di sicurezza e ciò ha sempre riguardato anche l’ombrello nucleare americano.

«Le differenze sono state ridotte, ma Kim ha una visione che non coincide con la nostra» ha sostenuto Trump. Dove si concentrano le maggiori differenze tra le due visioni?

Alla vigilia Pompeo aveva lasciato intravedere maggiore flessibilità: l’obiettivo di lungo periodo rimane l’unilaterale e completa denuclearizzazione della Corea del Nord, ma, nel breve periodo, questo non è possibile. La maggiore distanza è sulla sequenza di queste concessioni e le due visioni restano difficili da conciliare. Le dichiarazioni di Trump e Pompeo dopo il summit sono state molto utili nel chiarire quali posizioni hanno assunto durante i colloqui gli Stati Uniti che, al momento, hanno come priorità quella di garantirsi, quantomeno, un congelamento del programma nucleare: se nel lungo periodo puntano e pretendono che la Corea del Nord rinunci al suo programma nucleare, nel breve periodo sanno che non è una strada realmente percorribile e per questo motivo, quantomeno, necessitano non solo che venga rispettata la moratoria sui test, ma che si arrivi ad un congelamento del programma.

Nel corso della conferenza stampa, Trump ha tenuto a ringraziare Mosca e Pechino per il supporto da loro accordatogli nella questione nordcoreana. Russia e Cina come guardano a questo incontro?

Il Ministro degli Esteri nordcoreano si è riferito alla richiesta di revoca delle sanzioni del 2016-2017 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e non ha fatto alcun accenno alle sanzioni imposte unilateralmente dagli Stati Uniti. Questo perché la Corea del Nord sa di avere l’appoggio di Russia e Cina nella richiesta di rimozione di alcune di queste sanzioni internazionali. Benché Mosca e Pechino abbiano sempre sottoscritto le risoluzioni in sede di Consiglio di Sicurezza, hanno sempre affermato la necessità di un negoziato graduale che preveda anche il progressivo allentamento del giogo sanzionatorio. La Russia, in particolare, è tradizionalmente interessata alla questione nordcoreana dal punto di vista meramente economico e delle opportunità che un reinserimento della Corea del Nord nella regione può dischiudere per gli investimenti. In questo senso, Mosca è molto desiderosa di una Corea del Nord che sia ‘risocializzata’, la cui economia possa essere integrata in Asia nord-orientale. La stessa cosa può dirsi per la Corea del Sud che, per quanto continui ad appoggiare la linea che si poggia sulla pressione delle sanzioni, spinge per l’introduzione di alcune esenzioni al regime sanzionatorio per far ripartire alcuni processi di cooperazione economica congiunta, come il centro industriale di Kaesong. Moon ha investito molto nel rilancio della cooperazione economica che faccia avanzare il dialogo e il processo di riconciliazione tra le due Coree, ma che, allo stesso tempo, dia nuovo impulso all’economia sudcoreana che in questo momento si trova in condizioni molto difficili. Quindi dal sollevamento di alcune sanzioni, otterrebbe vantaggio tanto la Corea del Sud quanto gli altri vicini regionali come, tra gli altri, la Cina che è parsa giocare un ruolo più marginale nelle settimane che hanno preceduto i colloqui di Hanoi. Ma, come sappiamo, Pechino non è mai marginale quando si parla della questione nordcoreana. Abbiamo visto che Kim Jong Un è riuscito a ristabilire un rapporto con Xi Jinping: i rapporti tra i due Paesi si erano estremamente sfilacciati e per far questo, come primo viaggio al di fuori del Paese, il leader nordcoreano ha deciso di recarsi a Pechino nel marzo 2018. Per quanto non si possa parlare di dipendenza politica di Pyongyang rispetto a Pechino, inevitabilmente, il fatto di dipendere così tanto dal commercio con la Cina, è una carta che permette a quest’ultima di giocare un ruolo imprescindibile nella risoluzione della questione del nucleare nordcoreano.

La Corea del Sud, però, ha espresso grande ‘rammarico’ per l’esito del summit. Il Presidente Moon ha investito molto nello sviluppo del dialogo inter-coreano. Il fatto che ad Hanoi, nonostante le grandi aspettative, non si sia fatto un passo in avanti neanche sulla questione della pace, complica la posizione di Seoul?

Sì. Seoul era molto ottimista e forse non aveva considerato che il summit si sarebbe potuto concludere senza alcun accordo. Addirittura il giorno prima, il portavoce del Presidente aveva lasciato intendere la possibilità che le parti dichiarassero la fine dello stato di guerra. Seoul poi aveva puntato molto sull’apparente disponibilità nordcoreana di aprire gli uffici di collegamento. Moon Jae In ha agito da vero e proprio mediatore in questo processo, portando di fatto Trump e Kim al tavolo quindi il mancato accordo ad Hanoi, a livello interno, potrebbe avere un impatto molto negativo sulla popolarità del Presidente sudcoreano che deve gestire degli indici economici pessimi, in particolare un tasso di disoccupazione elevatissimo, e un’opinione pubblica che non ritiene che l’amministrazione abbia fatto abbastanza su questo fronte. Per questo Moon ha bisogno di successi quantomeno sul fronte del rilancio dei rapporti con la Corea del Nord o del miglioramento della questione del nucleare nordcoreano. Ciò sarebbe funzionale per esempio per dare ulteriori chances al suo partito in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno.  L’1 marzo in i coreani, del Nord e del Sud, hanno celebrato i 100 anni dalla marcia per l’indipendenza dalla dominazione giapponese e il presidente Moon ha fatto un discorso, che è stato modificato all’ultimo momento alla luce dell’esito deludente di Hanoi, in cui parlato dell’impegno per la costruzione di una nuova comunità anche economica, che abbracci quelle che oggi sono due Coree in vista di un regime di pace e di una penisola che un giorno possa essere di nuovo unita. Dopo il summit in Vietnam, tra l’altro, Moon ha avuto un colloquio telefonico con Trump in cui ha ribadito la volontà di giocare un ruolo ancora più importante di mediatore. Per Moon è quindi necessario che per il processo di riconciliazione tra le due Coree anche il dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord avanzi.

Sulla base dell’esito del summit di Hanoi, ci sono le premesse affinché il dialogo inter-coreano continui?

Dalle parti continua ad esserci la volontà e l’interesse affinchè si continui sulla strada intrapresa, ma non c’è molto di più che le due Coree possono fare perché, per dare vita a questi progetti di cooperazione economica, sono necessarie delle esenzioni dal regime sanzionatorio. Finora soltanto la componente di aiuto umanitario e culturale-sportiva sono esenti dalle sanzioni internazionali: qualsiasi investimento che le aziende o le banche sudcoreane vogliono fare al Nord costituirebbe una violazione delle stesse.

E il Giappone come valuta la conclusione del vertice tra Trump e Kim?

Abe ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha affermato di aver avuto, come Moon Jae In, un colloquio con Trump e di essere stato soddisfatto dalla notizia che il Presidente americano pare abbia portato sul tavolo la questione dei rapiti giapponesi che sappiamo essere il principale ostacolo a un dialogo tra Tokyo e Pyongyang. Qualsiasi tipo di normalizzazione dei rapporti tra la Corea del Nord e il Giappone, per il governo di Tokyo, è vincolata dal dirimere quella vicenda. Abe ha poi affermato la necessità di dover lui stesso incontrare, a un certo punto, Kim Jong Un per discutere della questione. E’ un primo ministro che deve fare i conti con alcune apparenti oscillazioni nella posizione statunitense rispetto alla linea segnata a inizio mandato anche se poi in Vietnam la strategia della pressione attraverso le sanzioni, che ha trovato in Abe il primo e più convinto sostenitore per ragioni interne alla politica giapponese, è stata mantenuta.

Pensa, a questo punto, che Trump, nel prossimo futuro, tenterà di ridurre lo stress al quale sono state sottoposte le relazioni con i propri alleati regionali?

Difficilmente Trump avrebbe manifestato in sede di colloqui, e infatti così non ha fatto, la volontà di rivedere la presenza delle truppe USA nella regione, una questione che ufficialmente per Washington deve continuare a riguardare unicamente USA e i loro alleati, Corea del Sud e Giappone; alleanze ancora strategiche per gli interessi USA. Questo, però, non ha impedito a Trump di metterle sotto pressione e non si sa come gli Stati Uniti riusciranno ad approcciare i negoziati per il rinnovo del contributo di Tokyo alla presenza dei militari americani nell’arcipelago giapponese alla luce della strategia assunta in sede negoziale in occasione dell’ultimo recente rinnovo dell’accordo per la ripartizione dei costi tra Washington e Seoul per lo stazionamento dei 28.500 militari statunitensi in Corea del Sud. Lo scorso febbraio le parti hanno sottoscritto per la prima volta un testo che dovrà essere rinnovato ogni anno e non più ogni cinque, questo per volere statunitense che ha strappato a Seoul anche un aumento del suo contributo finanziario. Tutto questo ha creato notevoli frizioni nell’alleanza e costituisce un precedente che gli USA potrebbero sfruttare anche in sede di rinnovo dell’accordo con Tokyo previsto per la fine di quest’anno.

Trump ha garantito che Kim rispetterà la moratoria sui test. Lo crede anche Lei ed esclude che possano tornare venti di guerra tra Washington e Pyongyang?

Kim Jong Un continua ad osservare la moratoria sui test anche perché, di fatto, i test non sono più necessari per l’avanzamento del programma nucleare e missilistico. Ufficialmente, il regime dichiara di aver completato lo sviluppo del suo arsenale ed anche se queste affermazioni non sono state completamente confermate dagli scienziati internazionali, il fatto che non operino più dei test è in larga parte ascrivibile al fatto di non ritenerli più necessari per il perfezionamento dell’arsenale. Trump ha fatto passare questo come un nuovo successo dell’amministrazione statunitense nel convincere la Corea del Nord a mantenere i suoi impegni. Per il momento quindi siamo molto lontani dallo scenario del 2017, ma peggioramenti repentini non possono essere esclusi.

«A volte devi abbandonare il tavolo, ma le relazioni restano positive» ha assicurato Trump. Ciò vuol dire che il processo di costruzione della fiducia reciproca potrà continuare?

Prosegue, ma bisognerà capire in che forma e in che tempistiche.

Sulle varie questioni, tra cui la normalizzazione dei rapporti bilaterali, la fine dello stato di guerra oltre che, ovviamente, sulla denuclearizzazione, ci sono ancora margini di trattativa?

Ci sono margini di trattativa, ma per ora è necessario aspettare. Margini di miglioramento esistono soprattutto nell’ambito delle questioni che non rappresentano il vero scoglio dei negoziati tra Stati Uniti e Corea del Nord e cioè la denuclearizzazione. Sulla normalizzazione dei rapporti, ulteriori progressi possono essere fatti, ma è ancora molto presto. Il prosieguo di un processo di tipo incrementale è quello che ci si augura per i prossimi mesi: il rischio, però, è che a seguito del nulla di fatto di Hanoi la Corea del Nord si avvicini ancora di più alla Cina.

Sia Trump che Kim escono rafforzati da questo summit, tanto a livello interno quanto internazionale?

Gli organi ufficiali del regime hanno presentato ai cittadini nordcoreani il vertice come un ulteriore step verso la normalizzazione dei rapporti e l’esito come un successo su tutti i fronti del loro leader. Kim benché abbia pienamente consolidato la sua posizione in sella al regime ha bisogno che le sanzioni vengano ammorbidite. Sul fronte internazionale, la partecipazione al summit favorisce ulteriormente l’uscita dall’isolamento diplomatico della Corea del Nord e il riconoscimento dello status di interlocutore legittimo da parte del presidente statunitense che ha deciso di sedersi allo stesso tavolo. A livello statunitense, Trump è riuscito a veicolare il messaggio all’opinione pubblica e alla sua base di aver mantenuto una posizione di forza e di non aver messo a repentaglio gli interessi americani.

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