lunedì, Ottobre 21

Usa – Cina: valute e materie prime nella guerra commerciale? Mentre la guerra commerciale è in stallo, si guarda alla possibilità che lo scontro si sposti sulle valute e sulle materie prime, ne parliamo con l’analista Ross Feingold

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La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina è congelata formalmente fino al 28 e 29 maggio, quando i due presidenti,  Donald Trump e Xi Jinping si ritroveranno insieme, in Giappone, per il G20. Dietro le quinte prosegue il lavorio e le valutazioni sia in USA che in Cina, così come la propaganda volta a rassicurare le rispettive opinioni pubbliche.

Lo stallo, però, appare abbastanza evidente. Secondo gli osservatori, Pechino non avrebbe molte altre armi da opporre all’aggressività americana, ma neanche Washington avrebbe più molto margine, e proseguire con gli attacchil’ultimo poco più di 24 ore fa con l’ordine esecutivo anti-Huaweipotrebbe non essere così conveniente.

Da tenere presente il clima molto teso con l’Iran, una crisi che nella settimana è tornata acuirsi. E, mentre gli Stati Uniti, nelle ultime ore, stanno cercando di rassicurare, sottolineando che Donald Trump non vuole la guerra contro l’Iran, bensì sarebbe disponibile al negoziato -anche contro il parere dei ‘falchi’ della sua Amministrazione, fa trapelare la Casa Bianca-, Teheran rifiuta il negoziato, per il momento, e proprio oggi  il Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, è a Pechino, argomento degli incontri, l’accordo internazionale sul nucleare; Pechino che detiene, è bene ricordarlo, il potere di veto al Consiglio di Sicurezza Onu, è uno dei Paesi rimasti nell’accordo del 2015, e al petrolio iraniano è molto interessato.

Una dellearmi’ che, secondo gli osservatori, avrebbero in mano sia Washington che Pechino, sarebbe quella della guerra valutaria. Altro spazio di manovra potrebbe essere quello attorno alle materie prime, dai metalli preziosi alle materie prime agricole.

La Cina ha più volte ribadito che non utilizzerà la valuta come strumento nella guerra commerciale, premendo sul deprezzamento dello yuan (il renminbi -RMB) per incrementare le esportazioni, ma, secondo alcuni analisti, «il cambio dollaro/yuan si è svalutato da 6,3 a 6,9. La svalutazione impatta su tutti i 539 miliardi di beni esportati dalla Cina verso gli Usa, pari a un recupero di competitività, alias abbassamento del costo per gli acquirenti Usa delle merci importate dalla Cina», afferma a ‘Il Sole 24 Ore’ di oggi Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte sim, sostenendo di fatto che la leva monetaria si sta già utilizzando e con successo da parte della Cina.
Per altro, la Cina è il più grande creditore straniero degli Stati Uniti -1.193 miliardi  di dollari a febbraio-, potrebbe disfarsi di una quantità importante di debito detenuto. Opzione che secondo alcuni analisti è da scartare in quanto si andrebbero innescare vendite a catena che svaluterebbero il restante debito in mano a Pechino. Secondo altri analisti finanziari, invece, Pechino potrebbe fare vendite importanti «per avere a disposizione dollari da vendere per acquistare yuan a difesa del cambio», la Cina «potrebbe procedere a vendere parte dei Treasury come già fatto in passato in periodi di forte svalutazione dello yuan», afferma Cesarano.

In occasione dell’ultima ‘scarica’ di dazi americani, Pechino ha mandato un messaggio, neanche proprio tanto inconsistente, alla Casa Bianca, parlando delle potenzialità che i dazi americani possono rappresentare per l’Africa.  La Cina è il più grande partner commerciale dell’Africa, superando sia l’UE che gli Stati Uniti messi insieme, non solo, la Cina nel continente è anche un grande investitore, non il più grande al momento -gli USA in Africa restano il primo investitore- e però la tendenza è quella di una crescita importante in tempi brevi  -anche grazie ai progetti legati alla nuova Via della Seta. E in molti Paesi africani sta crescendo il peso del mercato interno, in grado di acquisire i prodotti cinesi, non ultimo anche in considerazione del prezzo dei prodotti cinesi, accessibili ad una fascia di consumatori ampia. Per tanto il messaggio della Cina agli USA è chiaro:  nel 2018, la Cina ha acquistato 2,14 trilioni di dollari di prodotti Made in Africa, continente che può rispondere molto bene alle esigenze della Cina sia per quanto attiene ai prodotti agricoli, sia per quanto attiene ai minerali.  Per l’altro verso, l’Africa è un mercato di sbocco per i prodotti cinesi che può crescere in maniera sempre più importante. Il tutto da inquadrare nel contesto di quello che alcuni osservatori individuano come una corsa (se non proprio guerra tra Occidente e Cina) alle risorse naturali.

Guerra commerciale, guerra valutaria, guerra delle materie prime: quale delle tre sarà la più pericolosa? non solo per Cina e USA ma per la stabilità economica mondiale? Abbiamo posto il problema a Ross Feingold, consulente specializzato in Asia, ottimo conoscitore della Cina e ancor più del rapporto USA-Cina.

 

Si sostiene che la Cina non abbia interesse a scatenare una guerra valutaria contro gli USA, condivide?
Prima del più recente aumento dei dazi statunitensi, è chiaro che il Governo cinese era a suo agio con una perdita di valore nel renminbi (RMB). Con l’aumento del valore del dollaro USA rispetto all’RMB, il potere d’acquisto degli acquirenti statunitensi è aumentato e le merci cinesi sono state meno costose. Ciò ha contribuito a mitigare l’impatto dei dazi, e unitamente al fatto che gli acquirenti statunitensi ordinavano scorte supplementari in previsione dei dazi futuri, è stato un fattore significativo nel costante surplus commerciale a favore della Cina nonostante gli aumenti  precedenti dei dazi. Gli ultimi dazi annunciati dagli Stati Uniti non possono essere compensati consentendo al RMB di deprezzarsi ulteriormente, in quanto la diminuzione del valore di RMB necessaria per compensare le nuove tariffe avrebbe altri impatti negativi sulla Cina, così come sulle relazioni USA-Cina. Il RMB è detenuto in Cina da società e investitori nazionali ed esteri che hanno acquistato azioni quotate su mercati azionari, immobiliari o altri investimenti cinesi, e il RMB è detenuto all’estero dagli investitori che negoziano la valuta proprio come fanno come le altre valute. Se gli investitori in Cina (sia domestici che esteri), o detentori offshore del RMB, vendono rapidamente la valuta, una tale perdita di valore invia un segnale negativo al pubblico cinese, quello che sia il mondo degli affari che i mercati finanziari hanno perso fiducia nell’economia cinese. Questo è ancora più importante se si considera che il Governo e il partito comunista vogliono convincere il pubblico cinese che possono controllare con competenza la stabilità economica e sociale; il pubblico perderebbe fiducia nella capacità del Governo e del partito di farlo. Per quanto riguarda le relazioni USA-Cina, se la valuta si deprezzasse rapidamente, anche a causa di forze di mercato come gli investitori che vendono il RMB e fuggono per valute ‘rifugio sicuro’ come il dollaro USA, c’è il rischio che la Cina sia accusata di aver manipolato o tollerato il deprezzamento del RMB per aiutare gli esportatori cinesi a compensare gli ultimi alti dazi. Ciò potrebbe costringere il Governo statunitense a intraprendere azioni, consentite dalla legge statunitense, volte ad impedire che la Cina manipoli la  valuta, il che, per altro, renderebbe impossibile un accordo commerciale. La leadership cinese cerca sempre la stabilità economica e sociale, quindi sembra che nel breve periodo vi sia poco desiderio da parte del Governo cinese di ridurre significativamente il valore del RMB rispetto al dollaro USA.

Considerata la sua rete di Paesi che può influenzare, si ritiene che la Cina possa indirizzare gli acquisti dei Paesi politicamente alleati per un altro 5% del debito USA, oltre al debito USA detenuto direttamente da Pechino.  E’ davvero fattibile da parte della Cina?

Parte del debito degli Stati Uniti detenuto da investitori in Svizzera, Isole Cayman e Lussemburgo rischia di essere alla fine di proprietà di investitori cinesi, anche se non vi è alcuna prova che questi investitori collaborino con il Governo cinese per vendere il loro debito USA in quantità significativamente elevate, ciò avrebbe un impatto negativo sul valore del debito USA e causerebbe un aumento dei tassi di interesse, danneggiando in tal modo l’economia statunitense. Hong Kong detiene il debito degli Stati Uniti, anche se l’autorità monetaria ha generalmente mantenuto la propria indipendenza (nonostante le preoccupazioni che l’autonomia di Hong Kong dalla Cina non funzioni più come previsto dalla politica ‘One Country, Two Systems’) al fine di mantenere la valuta sistema di bordo che collega il valore del dollaro di Hong Kong al valore del dollaro USA.

Quindi, la Cina avrebbe bisogno di collaborare con molti altri detentori di titoli di debito minori per ottenere un mercato in svendita. Un tale sforzo coordinato non sarebbe un segreto e danneggerebbe gli sforzi della Cina per dipingersi come forza di stabilità nel sistema finanziario internazionale.

 

Dall’altra parte, è ipotizzabile che Trump lanci una guerra valutaria per vincere la sua guerra commerciale con la Cina?

Come candidato alla presidenza, Trump ha commentato che «it sounds better to have a strong dollar than in actuality it is», a causa della sua preoccupazione per il fatto che un dollaro forte ha reso i prodotti cinesi a buon mercato per gli acquirenti statunitensi e ha fatto in modo che i posti di lavoro tornassero negli Stati Uniti e gli Stati Uniti avessero un grosso deficit commerciale con la Cina. Come Presidente, a volte ha espresso la sua preferenza per un dollaro forte, e a volte ha criticato la Federal Reserve per l’aumento dei tassi d’interesse che potrebbe rendere più forte il dollaro. Storicamente la Federal Reserve è indipendente dal Presidente (anche se il Dipartimento del Tesoro che riferisce al Presidente ha una capacità più limitata di influenzare il valore del dollaro) e nonostante i commenti pubblici di Trump, per ora il Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, pare conduca una politica indipendentemente da ciò che dice il Presidente Trump. Se la Federal Reserve continua a rallentare il ritmo degli aumenti dei tassi di interesse potrebbe ricevere maggiori elogi dal Presidente Trump. A lungo termine, è probabile che Trump preferisca effettivamente un dollaro USA forte, in quanto questo indica la forza dell’economia statunitense e la fiducia che gli investitori hanno nel Governo degli Stati Uniti, nelle sue politiche e nella sua capacità di ripagare i propri debiti. Mentre potrebbe criticare le politiche della Federal Reserve che sono un fattore di forza del dollaro USA, preferendo apprezzare il RMB contro il dollaro USA; un dollaro americano debole è anche in contraddizione con le sue opinioni ‘Make America Great Again’.

Quali strumenti avrebbe la Cina per difendersi se Trump decidesse una guerra valutaria?

Date le pressioni sull’RMB, la probabilità che il RMB si apprezzi è bassa. La Cina è anche consapevole del fatto che il Presidente Trump si è limitato alle dichiarazioni pubbliche per far apprezzare il RMB rispetto al dollaro USA. Anche se gli Stati Uniti riuscissero a far apprezzare il RMB, lo strumento di difesa migliore della Cina, in una prospettiva a lungo termine, è evitare un intervento su larga scala per svalutare il RMB e proteggere i suoi esportatori. Una strategia ancora migliore è cercare acquirenti in altri Paesi e aumentare la domanda interna in Cina. Ciò consentirebbe alla Cina di sostenere che è un membro responsabile del sistema finanziario internazionale, anche se molti Paesi si oppongono a molte delle politiche industriali cinesi, alla mancanza di accesso al mercato e alla mancanza di protezione della proprietà intellettuale.

La Cina, anche considerando la sua forte presenza in Africa e gli accordi che ha stabilito in tutto il mondo con la nuova Via della Seta, non avrebbe facile gioco ad attivare la sua rete di Paesi amici per scatenare una guerra sulle materie prime (minerali pregiati in testa), piuttosto che qualsiasi altro genere di azione di ritorsione contro gli USA?

Durante la rapida crescita della capacità manifatturiera cinese come ‘fabbrica del mondo’, insieme alla crescita della domanda interna di consumi man mano che la società diventava più ricca, la Cina ha avuto un disperato bisogno di molte materie prime che il Paese non ha. Solo una parte delle risorse energetiche, del ferro e del rame sono soddisfatte da fonti locali, altresì la Cina è il più grande fornitore mondiale di minerali ‘terre rare’ (che non sono state inserite nella lista degli ultimi dazi statunitensi causa la necessità statunitense di importare questi minerali). Pertanto, la Cina accede a materie prime dall’esterno  tramite accordi di acquisto dall’estero. Questo è il motivo per cui la Cina viene spesso chiamata ‘price taker’ quando si tratta di materie prime, piuttosto che di ‘price maker’. Per far fronte a questa situazione, negli ultimi anni le aziende statali cinesi hanno investito in modo crescente in terreni agricoli, miniere, giacimenti petroliferi, ecc… in tutto il mondo. La Cina ha anche stabilito borse delle materie prime al di fuori della Cina, in modo che le società cinesi possano fare trading per proteggersi dal rischio di volatilità dei prezzi delle materie prime.
E’verosimile che la Cina possa, attraverso Belt e Road Initiative coordinarsi in azioni che muovono materie prime globali o prezzi delle materie prime. Un’azione così coordinata sarebbe ovvia, e probabilmente causerebbe ritorsioni da parte degli Stati Uniti, e, potenzialmente, degli alleati statunitensi in Europa, Australia e Canada. Alcuni di questi Paesi, anche se sono produttori significativi di materie prime, spesso si affidano a società multinazionali per gestire miniere, giacimenti petroliferi e altre fonti e ai governi manca la capacità o il know-how di manipolare i prezzi di mercato. Soprattutto (come nel caso del potenziale svendita da parte della Cina dei debiti statunitensi) i governi, le istituzioni multilaterali, i partecipanti all’industria e gli investitori considererebbero tutte queste azioni come la conferma che la Cina non è un attore responsabile nel sistema finanziario internazionale.

Tra guerra commerciale (già di fatto in atto), guerra valutaria, guerra delle materie prime, quale considera più probabile si scateni per davvero tra le due potenze? magari anche non così evidente e strillata come quella commerciale. E quale delle 3 considera la più pericolosa nel lungo termine?  

Per gli Stati Uniti, la perdita di accesso ai minerali delle terre rare sarebbe una grande minaccia per l’industria statunitense e la sicurezza nazionale. Sfortunatamente, molti di questi minerali provengono dalla Cina. Questo è il motivo per cui i minerali delle terre rare sono stati rimossi dalla lista dei prodotti sui quali è stato applicato l’aumento dei dazi (dopo essere stati inizialmente inclusi), e non sono inclusi nell’elenco corrente. Questo problema da solo potrebbe essere un fattore significativo nel chiedere agli Stati Uniti di tornare presto ai negoziati con la Cina.
La Cina, in quanto acquirente di materie prime, ha diversificato le fonti, Australia, Africa o Sud America e non dipende interamente dagli Stati Uniti. Attualmente il rischio di guerra valutaria potrebbe essere limitato, perché la Cina ha una ragione significativa per fermare il deprezzamento del RMB. Ironia della sorte, ciò sarebbe coerente con le richieste degli Stati Uniti, secondo cui la Cina non lascerebbe che il RMB si svalutasse allo scopo di compensare le tariffe statunitensi. Questo lascia la guerra commerciale (attraverso tutte le questioni politiche, tra cui i sussidi cinesi per le sue imprese statali, le restrizioni all’accesso al mercato, la cooperazione tra le società tecnologiche cinesi e il governo cinese, la mancanza di protezione dei diritti di proprietà intellettuale) come principale terreno di battaglia. Le esportazioni perse con gli Stati Uniti significano fallimenti aziendali, disoccupazione e instabilità sociale in Cina, qualcosa che il Governo cinese vuole evitare. Per gli Stati Uniti, la perdita delle vendite dall’esportazione, in particolare per i prodotti agricoli, influisce sugli agricoltori statunitensi in Stati chiave che il Presidente Trump deve vincere per la sua rielezione nel 2020. Quindi, le considerazioni politiche a breve termine, e la necessità di raggiungere un accordo sia per la Cina che per i leader statunitensi, potrebbero superare il desiderio di trovare soluzioni a lungo termine per affrontare le molte altre questioni che preoccupano gli Stati Uniti in merito al commercio e alle altre politiche cinesi. Per ora però, il Presidente Trump ha dimostrato che le critiche sbagliano e che non ha fatto un cattivo affare per gli Stati Uniti semplicemente per aiutare la propria situazione politica. La Cina sembra scommettere che il Presidente Trump più facilmente cederà con l’avvicinarsi della stagione elettorale americana.

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