sabato, Agosto 24

USA – Cina: guerra dei dazi, Trump si rafforza Un successo nei negoziati con Pechino, rafforzando la convinzione che la ‘linea dura’ sia la migliore

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La guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina si sta avviando a conclusione? L’interrogativo circola con insistenza da qualche settimana. Almeno dalla fine di febbraio si parla di un possibile accordo e il livello dei negoziati si è spostato a livello di responsabili di dicastero. Nelle settimane successive, il Segretario al tesoro, Steven Mnuchin, e il Rappresentante al commercio, Robert Lighthizer, si sono recati in visita a Pechino, presumibilmente per definire le linee-guida di un possibile accordo. Anche il Presidente Trump ha cominciato a parlare apertamente di un possibile ‘deal’, anche se – fedele alla sua strategia ‘del bastone e della carota’ – ha dichiarato che questo non significherà la rimozione automatica dei dazi imposti a suo tempo sull’import cinese. L’impressione è, dunque, che i colloqui in atto a Washington in questi giorni possano rappresentare la stretta finale. Al netto della retorica presidenziale sul ‘più grande accordo mai concluso’, ciò significherebbe chiudere (almeno per il momento) un contenzioso che negli scorsi mesi ha condizionato pesantemente il sistema delle relazioni transpacifiche e destato il timore di molti osservatori per le sue possibili ricadute globali.

E’ presto per valutare i termini del possibile accordo. Secondo quanto dichiarato da parte statunitense, tutte le issue più complesse sarebbero state risolte, ma il risultato finale è ancora incerto; in sospeso rimarrebbero, infatti, aspetti delicati: ad esempio quelli legati alla tutela della proprietà intellettuale, un tema tradizionalmente sensibile agli occhi di Washington. La posta in gioco è, tuttavia, abbastanza importante da spingere la Casa Bianca a ipotizzare un summit Trump-Xi Jinping per la firma del documento. Non è difficile capire il perché. Secondo l’Ufficio dello US Trade Representative, nel 2017, il valore dell’interscambio USA-Cina è stato di oltre 710 miliardi di dollari, con un deficit, per Washington, di 335,4 miliardi. La Cina è il primo partner commerciale degli USA in termini di beni importati e il terzo mercato di sbocco dell’export USA. Nel 215 (ultimo dato disponibile), il Dipartimento del commercio stimava che l’export verso la Cina sostenesse 911.000 posti di lavoro, di cui 601.000 nel settore dei beni e 309.000 in quello dei servizi; cifre da non trascurare per un’amministrazione che ha fatto della difesa del ‘lavoro americano’ uno dei suoi primi cavalli di battaglia.

Non si tratta, però, solo di questo. Il riavvicinamento commerciale fra USA e Cina può avere, infatti, importanti ricadute politiche. L’amministrazione Trump ha sinora dimostrato di percepire le due dimensioni come parte di uno stesso continuum e ciò vale in modo particolare nel caso di Pechino, che di Washington è, oltre che un importante partner economico, il rivale strategico ‘naturale’ per l’egemonia nella regione dell’Indo-Pacifico. Il passaggio dall’amministrazione Obama all’amministrazione Trump non ha fatto perdere d’importanza a questo scacchiere. In questa prospettiva, si sarebbe anche portati a credere che la guerra commerciale in corso risponda a considerazioni di tipo ‘geopolitico’ oltre che alla ‘semplice’ logica economica. A una distensione commerciale potrebbe, quindi, corrispondere un riavvicinamento politico. La cosa non stupisce più di tanto. Oltre a cause di frizione, Stati Uniti e Cina condividono, oggi, interessi importanti, primo fra tutti quello di preservare la stabilità in una regione – quella dell’Asia orientale e sud-orientale – in cui sono presenti vari fattori di tensione, primo fra tutti una Corea del Nord che non ha ancora rinunciato alle sue ambizioni nucleari.

Occorre, inoltre, tenere presente un altro aspetto. Un successo nei negoziati con Pechino, rafforzando l’amministrazione nella convinzione che la ‘linea dura’ sia anche quella pagante, rischia di aggravare gli altri contenzioni politico-commerciali aperti dalla Casa Bianca, primo fra tutti quello che l’Europa. I negoziati fra Stati Uniti e UE avviati dopo la firma dell’accordo provvisorio del luglio 2018 proseguono, oggi, fra alti e bassi. Un irrigidimento della posizione USA potrebbe, quindi, impattare negativamente sul loro esito. D’altro canto, una possibile ‘détente commerciale’ fra Washington e Pechino e le sue eventuali ricadute politiche rischiano di rafforzare il senso di sfiducia degli alleati europei verso gli Stati Uniti; alleati europei che, a suo tempo, hanno già avuto modo di risentirsi per la decisione di giustificare i dazi imposti alle loro esportazioni in base alla normativa USA sulla sicurezza nazionale. Da questo punto di vista, il rischio è di un approfondirsi della frattura che separa oggi le due sponde dell’Atlantico; rischio tanto più grave se si considera come, negli ultimi mesi, i rapporti fra Washington e le varie capitali europee sembrino attraversare una fase di relativa tranquillità.

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