giovedì, Dicembre 12

USA – Cina: guerra commerciale a somma zero Una guerra obbligata per Trump, la sfortuna sarà quella del suo eventuale successore, che, come Willy il Coyote, si troverà in mano un candelotto di dinamite fumante

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Man is an animal that makes bargains’ (l’uomo è un animale che fa affari), scriveva Adam Smith, padre dell’economia moderna e del libero mercato, nel suo ‘La ricchezza delle nazioni’. A ricordarlo alla controparte americana, paradossalmente, è stato qualche tempo fa, l’ambasciatore cinese presso il WTO. Che siano ormai i cinesi a insegnare al mondo il modo di fare affari, è innegabile. Sicuramente, hanno saputo sfruttare, meglio degli altri, le opportunità della globalizzazione, grazie anche all’adesione al WTO, avvenuta nel 2001. Secondo la Banca Mondiale, in soli tredici anni, dal 2001 al 2014, il valore delle esportazioni cinesi è passata da 266 a 2300 miliardi di dollari.   

E da qui sono iniziate le complicazioni. Un’interessante articolo d’inchiesta, del giornalista economico del ‘New York Times’, Peter Goodman, apparso sul quotidiano newyorkese a fine settembre 2016 (poco prima delle elezioni  presidenziali americane), dal titolo ‘More Wealth, More Jobs, but not for Everyone: What Fuels the Backlash on Trade’, svela le motivazioni alla base dell’attuale guerra dei dazi, dichiarata dal Presidente Usa, Donald Trump, l’8 marzo 2018, in occasione della firma del suo primo provvedimento tariffario sulle importazioni (globali, non solo cinesi) di alluminio e acciaio. «If you don’t have steel, you don’t have a country», tuonava il tycoon newyorkese, il 26 luglio 2018, nel suo comizio elettorale ai lavoratori delle acciaierie di Granite City, nello Stato dell’Illinois.

Il fatto che si fosse recato lì non era un caso. L’industria siderurgica americana aveva perso, tra il 2000 e il 2016, circa 50.000 posti di lavoro, principalmente a causa  della competitività cinese. L’economia del dragone, contribuisce da sola al 50% dell’intera produzione mondiale di acciaio. Nel 2005, secondo uno studio del Peterson Institute for International Economics, la quota era pari solo a un terzo.
Ma negli Usa, non era soltanto il settore dell’acciaio ad aver sofferto, bensì anche quello del legname nel Nord Carolina, del vetro, nell’Ohio, e della componentistica per le auto, nel Midwest.

Secondo uno studio di tre economisti, David H. Autor, del Massachusset Institute of Technology, David Born, dell’Università di Zurigo e Gordon Hanson, dell’Università della California, le importazioni cinesi avevano bruciato, dal 1999 al 2011,  circa un milione di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Tenendo conto anche dell’indotto (forniture e attività industriali correlate) la perdita raggiungeva i 2,4 milioni. Complessivamente, il settore era calato del 30% in soli 15 anni (2000-2015).

Il manifatturiero è sempre stato lo scheletro della middle class americana, che questa volta, si era sentita tradita e non difesa dall’onda anomala della globalizzazione.
«We are fighting for the future of middle class, these trade deals make it much easier for corporations to send American jobs overseas»,  denunciava, nel 2015, la delegata (democratica … non repubblicana) dello Stato del Connecticut alla Camera dei Rappresentanti, Rosa de Lauro, il giorno dopo lo ‘State of the Union Address’, del Presidente Obama. Il Connecticut aveva perso, in soli 20 anni, 96.000 posti di lavoro.

Il resto lo aveva fatto l’automazione e l’innovazione tecnologica. Pensiamo al fallimento nel 2011 (per il passaggio dall’analogico al digitale), della storica azienda delle pellicole Kodak, una multinazionale che dava lavoro a 40.000 persone, nella città di Rochester, nello Stato di New York.

Questo, purtroppo, è il processo irreversibile della globalizzazione. Il Presidente Trump non ha fatto altro che raccogliere il grido di protesta.
Nella campagna elettorale aveva promesso la rinegoziazione di tutti gli accordi commerciali e lo sta facendo. Pensiamo al nuovo accordo di libero scambio tra Usa-Messico e Canada, in via di approvazione al Congresso, che riscrive le regole d’origine per le auto e i componenti, con limiti sulle retribuzioni orarie (che non potranno scendere sotto i 16 dollari l’ora) e un tetto annuale sulle esportazioni e le quote di mercato.

La disputa commerciale con la Cina, accusata dagli Usa di spionaggio e furto di brevetti, si inserisce, però, in un contesto più ampio.
L’economia del dragone non minaccia soltanto il manifatturiero americano, ma la stessa supremazia Usa nel campo tecnologico.
La bastonata inflitta al colosso cinese Huawei (all’avanguardia nelle reti infrastrutturali del 5G) con lo stop alle forniture americane, ha due obiettivi: accelerare le trattative commerciali,  e soprattutto, indebolire le aziende tecnologiche cinesi. Peccato, però, che sul tappeto, rischino di finire anche le aziende Usa, fornitrici di servizi e microprocessori. Questo spiega il repentino passo indietro, dopo il tonfo in borsa delle aziende quotate.

La recente decisione dell’Amministrazione Trump, di alzare i dazi dal 10 al 25% sull’import di beni cinesi,  per un valore di 200 miliardi di dollari, ha anche un altro obiettivo, ridurre il surplus commerciale del gigante asiatico. La Cina esporta più di quanto importi dagli Usa e questo comporta, per gli Stati Uniti, una maggiore erosione del risparmio interno.
Alle mosse di Trump, si teme che la Cina possa rispondere con lo stop alle forniture delleterre rare, materie prime fondamentali per l’industria elettronica, di cui gli Usa dipendono per circa l’80%.

La People’s Bank of China, detiene, poi, buona una buona parte dei treasuries americani (titoli del debito pubblico) e potrebbe mettere in difficoltà l’economia statunitense, decidendo di venderli improvvisamente, anche se è improbabile che lo faccia, visto che rappresentano quasi il 70% dei titoli obbligazionari detenuti in valuta estera, come riserva valutaria.  Tra l’altro, il dollaro, rimane ancora la valuta di riferimento per il mercato cinese.

Infine, l’effetto dei dazi si è in parte stemperato a causa della svalutazione dello Yuan, che ha reso più competitive le merci ‘Made in China’. Questo, grazie alla corrispettiva rivalutazione del dollaro, innescato dall’aumento dei tassi della Federal Reserve. Nulla toglie, però, che la Banca Centrale cinese, possa ulteriormente facilitare l’export, rispolverando l’arma della svalutazione competitiva.   

Quindi, riassumendo, il gioco risulta a somma zero. Molti, si chiedono quanto possa durare la guerra dei dazi. Sul fronte interno Usa, la lunga paralisi dello ‘shutdown’ governativo, ha ridotto i consensi verso l’operato di Trump, facendo scendere il suo indice di gradimento al 37%, secondo un sondaggio del ‘Washington Post’ e di ‘Abc News’. Una discesa, resa possibile, malgrado il buon risultato della congiuntura economica, ottenuto con il taglio delle tasse sulle imprese.

Se l’obiettivo è risalire la china dei consensi, virando sui risultati di politica estera, entro le presidenziali del 2020, il calcolo è presto fatto. La sfortuna sarà quella del suo eventuale successore, che, come Willy il Coyote, si troverà in mano un candelotto di dinamite fumante.

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