sabato, Ottobre 24

USA – Cina: da Trump polemiche e nient’altro I motivi del contrasto fra Stati Uniti e Cina vanno oltre il contingente. COVID-19 sembra agire come un ‘amplificatore’ delle dinamiche esistenti

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Gli attacchi delle ultime settimane, sia da parte del Presidente Trump, sia del Segretario di Stato Pompeo, mostrano chiaramente quanto fosse fragile la tregua che si è instaurata nei mesi scorsi fra Washington e Pechino. La firma, a gennaio, della ‘fase uno’ dell’accordo commerciale fra i due Paesi era stata salutata con un complessivo favore, anche se non erano mancate le critiche a vari aspetti tecnici del documento. L’opinione comune era che l’accordo avrebbe portato a un calo della tensione e – se non alla piena normalizzazione – quanto meno al ritorno a un certo grado di collaborazione fra le parti. Il momento favorevole attraversato dall’economia americana faceva da sfondo a questi giudizi. La dipendenza dell’industria statunitense da filiere di fornitura in cui la Cina svolge una parte importante aveva alimentato, nei mesi precedenti, i timori di quanto pensavano che sarebbe stata proprio quest’ultima a pagare il prezzo maggiore della prova di forza voluta dalla Casa Bianca. Nemmeno la notizia dello scoppio della pandemia a Wuhan e il suo successivo diffondersi negli Stati Uniti sembravano, in un primo momento, dovere influire davvero su questo stato di cose, nonostante la scelta di Donald Trump di etichettare COVID-19 come un ‘virus cinese’ già intorno alla metà di marzo.

E’ dopo tale data che le cose cominciano a deteriorarsi, da una parte di fronte al crescere delle riserve sulla gestione nebulosa – da parte delle autorità di Pechino – della prima fase dell’emergenza (quando una maggiore trasparenza e collaborazione avrebbero forse potuto rendere meno dirompente l’estendersi del contagio), dall’altra di fronte ai problemi che l’amministrazione statunitense si trova ad affrontare dopo avere aderito, nelle settimane precedenti, a una linea ‘minimizzante’ e sostanzialmente attendista pesantemente criticata dall’opposizione democratica. In questo quadro, le accuse di scarsa trasparenza lanciate dal Segretario di Stato Pompeo a margine dell’incontro dei Ministri degli esteri del G7 del 25 marzo sono solo il ‘colpi di assaggio’ di un’escalation verbale destinata a portare dapprima al congelamento, da parte della Casa Bianca, del contributo statunitense all’Organizzazione mondiale della sanità per la sua presunta ‘accondiscendenza’ al silenzio cinese, quindi alle accuse rivolte in questi giorni alla Cina stessa di avere in qualche modo ‘ingegnerizzato’ COVID-19 nei suoi laboratori di ricerca; accuse che da più parti sono state associate a quelle che fra le fine del 2002 e gli inizi del 2003, hanno preceduto l’intervento militare statunitense contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Chiaramente, le due situazioni non sono paragonabili, se non altro per il diverso ‘peso’ internazionale di Baghdad e Pechino. Il grado di intensità verbale del confronto è,tuttavia, indicativo di come la rivalità fra le due sponde del Pacifico si sia esacerbata e di come COVID-19 abbia agito da catalizzatore di questo processo. Non è qualcosa che riguardi solo l’‘alta politica’. Un recente sondaggio del Pew Research Center ha evidenziato come – parallelamente al diffondersi della pandemia negli Stati Uniti – nel mese di marzo si sia registrato un deterioramento dell’immagine della Cina nel Paese; una tendenza che, se è stata più accentuata fra gli elettori repubblicani (72% circa degli intervistati), è ampiamente condivisa da quelli democratici (62% circa degli intervistati). Non si tratta di un fenomeno strettamente legato a COVID-19; il numero di intervistati che esprime un giudizio negativo su Pechino è cresciuto del 20% durante l’amministrazione Trump e le rilevazioni svolta a inizio e fine mese non hanno evidenziato scostamenti significativi. Si tratta, però, di un segnale in più di come un atteggiamento antagonista nei confronti di Pechino possa essere politicamente pagante, specie di fronte al deteriorarsi della situazione interna e all’insoddisfazione montante dell’opinione pubblica.

Non è forse casuale che il dispiegarsi dell’‘escalation verbale’ sembri accompagnare il deteriorarsi dell’indice di approvazione presidenziale della gestione dell’emergenza. Dagli inizi di aprile, l’indice aggregato elaborato da RealClearPolitics è, infatti, passato stabilmente ‘in zona rossa’, facendo registrare, il 5 maggio, uno scarto negativo di oltre nove punti percentuali: il massimo dall’inizio delle rilevazioni (7 marzo). La tentazione di leggere la ‘guerra di parole’ con Pechino in chiave elettorale è quindi forte, anche alla luce delle critiche che Joe Biden – lo sfidante democratico nel voto del prossimo novembre – ha rivolto alla Casa Bianca per la presunta incapacità di mettere le autorità cinesi di fronte alle loro responsabilità neldiffondersi del virus. Una lettura di questo tipo sarebbe, però, riduttiva. I motivi del contrasto fra Stati Uniti e Cina vanno oltre il contingente e riflettono la difficoltà ‘strutturale’ che la politica statunitense ha espresso sinora nell’elaborare una strategia coerente verso la controparte. Ancora una volta, quindi, più che come un fattore ‘di rottura’, COVID-19 sembra agire come un ‘amplificatore’ delle dinamiche esistenti, amplificatore che porta a galla le tensioni e le contraddizioni di un sistema internazionale la cui volatilità, negli ultimi anni, è cresciuta in modo significativo.

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