martedì, Luglio 7

USA: c’è l’accordo sullo Shutdown Pence in Israele tra le polemiche; Abu Mazen a Bruxelles

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Negli Stati Uniti è stato raggiunto l’accordo tra democratici e repubblicani: il voto del Senato ha scongiurato il protrarsi dello Shutdown: la chiusura dei tutti gli uffici civili dell’Amministrazione Federale, iniziata a mezzanotte dello scorso sabato. Tutti i tentativi fatti fino a questo momento per trovare un accordo tra repubblicani e democratici erano risultati fallimentari. Il rischio era, nella peggiore delle ipotesi che, tra le principali vittime dello Shutdown, ci sarebbero state tutte le principali agenzie federali, compresa la famigerata NASA. Al momento, in ogni caso, ci sarebbe un certo ottimismo.
Il rischio Shutdown ha anche messo in dubbio la partecipazione di Donald Trump al Forum Economico Mondiale di Davos, in Svizzera, che si è aperto oggi. C’è grande attesa per le prime dichiarazioni, previste per questa sera, di un Forum che per la prima volta vede una grande percentuale di donne tra i rappresentanti dei principali Paesi.

Il Vice-Presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, è oggi in Israele.
Nell’incontrare, a Gerusalemme, il Primo Ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, Pence ha ribadito la posizione di Washington definendo la città “Capitale di Israele”. La decisione, presa a novembre dal Presidente USA, Donald Trump, di spostare la propria Ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo di fatto le aspirazioni della Destra israeliana, hanno provocato violente reazioni in tutto il mondo arabo e imbarazzo tra la gran parte degli alleati. Oggi Pence, oltre a definire già Gerusalemme Capitale dello Stato Ebraico, ha anche annunciato che la nuova Ambasciata USA sarà attiva nella città entro il 2019. Inoltre, il Vice-Presidente USA, nonostante l’atteggiamento unilaterale tenuto da Tel Aviv e Washington negli ultimi mesi, ha invitato i palestinesi a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative; per ora è da segnalare la protesta dei Deputati arabo-israeliani che, non appena Pence ha iniziato il suo discorso, lo hanno interrotto prima di essere allontanati dall’Aula. Il discorso di Pence, in effetti, è stato estremamente filo-israeliano, pieno di citazioni bibliche e si è concluso con una benedizione in ebraico. La sostanza del discorso è questa: gli USA sono sempre al fianco di Israele e il riconoscimento di Gerusalemme come Capitale non è che la rettifica di un antico errore.
Dall’altra parte della barricata diplomatica, i rappresentanti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) hanno definito il discorso dell’inviato USA come un regalo ai fondamentalisti. Nel frattempo, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Mahmud Abbas, detto Abu Mazen, è in visita al Parlamento a Bruxelles. Nel suo discorso al Consiglio Europeo, Abu Mazen ha invitato l’Unione Europea a riconoscere al più presto lo Stato Palestinese: secondo il Presidente dell’ANP, non ci sarebbe contraddizione tra il riconoscimento della Palestina e la volontà di portare avanti delle serie trattative di pace. L’Alto Rappresentante UE per la Politica Estera, Federica Mogherini, ha rassicurato Abu Mazen sul fatto che l’Unione, che a differenza degli USA non ha riconosciuto Gerusalemme come Capitale di Israele, resta ferma nel sostenere la soluzione dei due Stati.

In Spagna, non si placa la tensione riguardante il Governo autonomo della Catalogna. Oggi il Presidente del Parlamento locale catalano, Roger Torrent, ha annunciato che proporrà, per il ruolo di Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ovvero colui che, con il referendum sull’indipendenza, ha scatenato la crisi attuale (dichiarazione unilaterale di indipendenza, sospensione dell’autonomia con l’Articolo 155 della Costituzione spagnola, esilio in Belgio). Mentre Puigdemont, lasciato il Belgio per rientrare a Barcellona, si trovava a Copenaghen (per una conferenza sul tema), la Procura Generale spagnola ha chiesto che venisse riattivato il mandato d’arresto europeo nei suoi confronti. Al momento, il Tribunale ha respinto la richiesta. Dal canto suo, Puigdemont ha dichiarato di voler governare la Catalogna nonostante l’opposizione di Madrid. Con il fronte indipendentista indebolito ma ancora maggioritario, la soluzione allo scontro tra Madrid e Barcellona sembra ancora lontana.

Altri fatti rilevanti, nella politica dell’Unione Europea, sono il viaggio di Silvio Berlusconi a Bruxelles e l’accordo tra cristiano-democratici e socialdemocratici per un Governo di larga coalizione in Germania.
Nel corso della sua visita a Bruxelles, Silvio Berlusconi ha incontrato il Presidente della Commissione, Jean-Claude Junker, il Presidente del Parlamento, Antonio Tajani, e il Segretario del Partito Popolare Europeo (PPE), Antonio Lopez Isturiz. Al termine degli incontri, Berlusconi si è detto certo della vittoria alle prossime elezioni politiche italiane (previste per il 4 marzo) e ha confermato la piena sintonia con la politica del PPE. Nonostante ciò, è tornato a parlare della caduta del propiro Governo nel 2011 in termini di “Colpo di Stato”, il cui mandante sarebbe da ricercarsi nelle istituzioni UE. Anche sul fronte interno il clima non è del tutto tranquillo: mentre l’ex-Presidente del Consiglio tentava di rassicurare gli alleati del PPE sulla natura europeista del prossimo Governo italiano, in caso di vittoria del Centro-Destra, il Segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, si slanciava in uno dei suoi interventi tipicamente anti-europeisti.
In Germania, intanto, è stato raggiunto un accordo di massima per la formazione di un Governo di larga coalizione tra il cristiano-democratici di Angela Merkel, ancora una volta primo partito nel Paese, e il socialdemocratici di Martin Schulz, grandi sconfitti ma convinti dal Presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, a sostenere la CDU in nome della stabilità. Nonostante l’accordo generale, saranno necessarie ancora diverse settimane prima che si possa giungere ad una accordo definitivo: nella migliore delle ipotesi, non si potrà vedere un nuovo Governo prima della fine di marzo. Anche una volta raggiunto l’accordo definitivo, la scelta finale sarà nelle mani dei militanti dello SPD, che saranno chiamati a ratificare l’accordo: alle ultime votazioni a riguardo la base si è mostrata molto divisa al proprio interno, di conseguenza, il buon esito delle trattative è tutt’altro che scontato.

La diplomazia russa si muove su diversi fronti.
In primo luogo arriva la notizia che una delegazione di curdi siriani è stata invitata al Congresso di Soči sul futuro della Siria, organizzato dalla Russia assieme a Turchia ed Iran. Secondo il Ministro degli Esteri di Mosca, Sergeij Lavrov, è importante che, in futuro, la Siria possa essere uno Stato dove tutti i gruppi politici, etnici e religiosi possano trovare il loro spazio, sulla base del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese.
Per quanto riguarda l’Ucraina, il Portavoce del Cremlin, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che un incontro tra il Presidente russo, Vladimir Putin, e quello ucraino, Petr Porošenko, non è all’ordine del giorno a causa della riluttanza di Kiev a proseguire nella direzione del potenziamento degli Accordi di Minsk.
Sullo Yemen, infine, Lavrov ha auspicato che le parti in conflitto collaborino per trovare una soluzione alla difficilissima crisi umanitaria che sta attanagliando il Paese.

Mentre continuano gli scontri tra Forze Armate turche e combattenti curdi nella provincia siriana di Afrin, il Presdiente turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha dichiarato che le Nazioni Unite, non essendo intervenute in passato su quanto accaduto nell’area, non hanno ora il diritto di intromettersi nell’operazione che Ankara sta portando avanti contro quella che considera essere un’organizzazione terroristica. La riunione dell’ONU, richiesta dalla Francia per affrontare quanto sta accadendo ad Afrin, è prevista per oggi, ma le parole di Erdoğan hanno chiaramente lasciato intendere che la Turchia non ha intenzione di arretrare sulla questione. Da parte loro, i curdi chiedono aiuto agli USA sostenendo che l’offensiva turca, nei fatti, non fa che dare nuovo ossigeno a Daesh.
Nel frattempo, le truppe governative siriane, fedeli al Presidente Bashar al-Assad, hanno circondato i gruppi ribelli asserragliati ad Idlib.
Dall’Iraq, invece, arriva la notizia che oggi il Parlamento ha confermato la data delle prossime elezioni, il 12 maggio 2018, respingendo la richiesta di rinvio avanzata da alcuni gruppi sunniti.

Anche se proseguono i colloqui tra Corea del Nord e Corea del Sud per una distensione politica, la situazione non è del tutto calma. Oggi, a Seul, una manifestazione di conservatori ha protestato contro i colloqui in corso, bruciando bandiere nord-coreane ed immagini di Kim Jong-Un.
In Giappone, invece, è stata intrapresa una esercitazione anti-missile in una stazione del centro di Tokyo: le minacce di Pyongyang dei mesi passati, vengono prese ancora sul serio.

Dal Bangladesh arriva la smentita, da parte del Ministero degli Esteri, dell’imminente rimpatrio dei profughi Rohingya arrivati lo scorso anno dal vicino Myanmar. Nei giorni scorsi era circolata l’indiscrezione secondo cui domani sarebbero ricominciati i rimpatri; oggi la smentita da parte delle Autorità di Dacca. Inoltre, è stato sottolineato come i rimpatri non saranno forzati e nessuno sarà obbligato a rientrare in Myanmar.

Oggi, in Liberia, si è svolta la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica. L’ex-calciatore George Weah ha giurato e ha preso il posto di Ellen Johnson Sirleaf, prima donna alla guida di un Paese africano e Presidente della Liberia per dodici anni.
Si sono concluse le proteste, iniziate ieri, nella Repubblica Democratica del Congo contro il Presidente Joseph Kabila: il bilancio finale è di sei morti e più di cinquanta feriti. Gli osservatori internazionali denunciano un utilizzo eccessivo della forza nella repressione.
In Nigeria, infine, l’Istituto Nazionale per la Ricerca e lo Sviluppo Farmaceutico ha annunciato il completamento della prima fase di sperimentazione di un nuovo farmaco in gradi di curare dal virus ebola.

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