domenica, Aprile 5

USA: Bloomberg, un problema per i Dem L’ex sindaco di New York alla sua prima ‘vera’ uscita pubblica e soprattutto al suo primo faccia a faccia con gli altri aspiranti alla nomination

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Il dibattito fra i candidati democratici di mercoledì sera a Las Vegas è stato dominato – nel bene e nel male – dall’ingombrante figura di Michael Bloomberg, alla sua prima ‘vera’ uscita pubblica e soprattutto al suo primo faccia a faccia con gli altri aspiranti alla nomination. L’ex sindaco di New York, che ha annunciato la sua candidatura solo alla fine dello scorso novembre e che non ha partecipato agli appuntamenti in Iowa e New Hampshire per concentrare gli sforzi in vista del prossimo ‘super martedì’ (3 marzo), si è trovato al centro del tiro incrociato degli altri partecipanti all’incontro, in particolare Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, che hanno cercato di metterne in luce le debolezze ma soprattutto l’incoerenza rispetto al profilo ideale’ di quello che – a detta di molti – dovrebbe essere uno sfidante esplicitamente caratterizzato in senso ‘anti-Trump’. I giudizi sulla serata variano, anche se l’impressione generale è quella di un Bloomberg che ha in larga misura subito gli attacchi degli avversari. E’ forse presto, tuttavia, per affermare (come pure hanno fatto alcuni osservatori) che la non buona performance della serata abbia intaccato in maniera seria le sue possibilità di successo.

In primo luogo, Michael Bloomberg può contare sulle sue ampie disponibilità finanziarie. Con una ricchezza personale stimata oggi da Forbes in oltre 65 miliardi di dollari, l’imprenditore newyorkese aveva già impegnato, alla fine del 2019 (di fatto, nel mese abbondante seguito all’annuncio della sua candidatura), oltre 188 milioni nella campagna elettorale; una somma salita a oltre 250 milioni a gennaio e destinata a crescere ancora dopo l’annuncio – seguito al voto in Iowa – dell’intenzione di raddoppiarel’investimento sinora compiuto. A titolo di confronto, i dati della Commissione elettorale federale (FEC) sulle somme raccolte e spese dai diversi candidati al 31 dicembre 2019 vedono Bloomberg guidare per distacco il gruppo del frontrunner democratici con circa 200 milioni di dollari di raccolta e oltre 188 di spesa, seguito da Bernie Sanders (110/96), Elizabeth Warren (82/68), Pete Buttigieg (77/62), Joe Biden (61/52) e Amy Klobucher (29/24), quest’ultima preceduta anche dagli ormai ritirati Kamala Harris e Andrew Yang. Davanti a Bloomberg si piazza solo l’altro tycoon della finanza, Tom Steyer (206/200), le cui chance, tuttavia, sono da sempre ritenute meno che esigue.

In un processo elettorale diventato, negli anni, sempre più costoso non è un vantaggio da poco. Nonostante una certa flessione fatta registrare nel 2016, fra il 2000 e il 2012l’investimento diretto da parte dei candidati alla corsa presidenziale è quasi quadruplicato, passando dai circa 200 milioni pro capite del confronto Bush-Gore ai circa 775 milioni impegnati da Barack Obama in quello con Mitt Romney. A queste cifre si sommano, poi, i contributi dati dai partiti attraverso i rispettivi comitati elettorali e quelli dei PAC, i comitati di azione politica il cui obiettivo specifico è quello di raccogliere fondi a sostegno dei diversi candidati. La leva finanziaria non è, però, il solo assett su cui Bloomberg può contare. Fra l’altro, anche Donald Trump, nel 2016, è riuscito ad assicurarsi l’elezione pur con una disponibilità finanziaria totale assai minore di quella di Hillary Clinton (450 milioni di dollari contro 768). Quella in cui Bloomberg appare impegnato è, piuttosto, la costruzione di una rete diffusa di presenza sul territorio, sostenuta da un’attività di pianificazione studiata ‘a tavolino’ e che, come è apparso evidente anche nel dibattito di mercoledì, trova in Donald Trump il suo bersaglio principale.

Sul piano interno, è una strategia che mira anzitutto a sottrarre consenso e risorse ai potenziali competitor moderati (primo fra tutti Joe Biden e sempre più PeteButtigieg e – forse – Amy Klobucher) in vista anche di una possibile ‘brokered convention’, una convention, cioè, alla quale nessuno dei candidati giunge con una chiara maggioranza. E’ una strategia che, sulla scorta dell’esperienza del 2016, giustifica, inoltre, la scelta di concentrare gli sforzi su un numero relativamente ridotto di Stati considerati ‘chiave’ anziché disperderli su scala nazionale. I successi sinora fatti registrare da Sanders (fonte di timore per una parte importante della ‘macchina’ del partito) possono concorrere a rendere questa scelta pagante. Si tratta, tuttavia, di una strategia ad alto rischio. In primo luogo, perché essa rischia di accentuare la frattura esistente nell’elettorato e nell’establishment democratico, a tutto vantaggio del Presidente uscente; in secondo luogo perché – nella guerra di tutti contro tutti che paiono essere diventate le attuali primarie democratiche – il rischio della dispersione del voto continua a rimanere pericolosamente alto, come gli ultimi sondaggi per il voto del ‘super martedì’ sembrano confermare.

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