lunedì, Settembre 21

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Africa usa

Kampala – L’Amministrazione Obama ha inaugurato una nuova politica estera per l’Africa incentrata su un misto di militarismo, scambi commerciali ed investimenti. Questa politica, affidata a Bisa Willians, vice assistente del Ufficio Affari Africani della Casa Bianca, ha come obiettivi quello di lottare contro il terrorismo nel Magreb, aumentare gli scambi commerciali con i paesi africani, le opportunità di investimento per le multinazionali americane, e prepararsi a fronteggiare uno scontro per procura con l’aggressiva politica estera del Presidente francese Francois Hollande dettata dalla France-Afrique.

Sul piano militare, gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza nel Continente duplicando gli effettivi e la capacità offensiva delle loro basi. Tramite ditte private dette ‘contractor’, il Pentagono sta affiancando gli eserciti dei Paesi africani alleati con esperti istruttori che, a differenza di quelli europei della NATO, non solo addestrano il personale ma lo affiancano nei combattimenti. Attualmente due sono i principali centri di addestramento: il primo in Uganda aperto anche per i soldati kenioti, ruandesi e sud sudanesi e l’altro in Etiopia per gli eserciti etiope e somalo.

La presenza di questi contractor (mercenari) sul campo è registrata in Sud Sudan, Repubblica Centro Africana e Somalia. Le tecniche di addestramento, uniche per i due principali campi, si basano su un misto tra i moderni metodi impiegati nelle guerre convenzionali e i metodi adottati per fronteggiare la guerriglia, urbana e rurale. Il vantaggio che dispongono gli istruttori e di avere la maggioranza degli eserciti ambivalente nelle due tipologie di conflitto essendo stati movimenti guerriglieri prima di essere stati trasformati in eserciti regolari, ad eccezione del Kenya. Una difficoltà è sorta all’interno del contingente ugandese in Somalia. Alcuni dei suoi ufficiali avrebbe emulato i loro camerata kenioti dedicandosi a traffici illeciti che arrivano addirittura alla vendita di armi e munizioni al gruppo estremista islamico Al-Shabaab. Lo scandalo, recentemente sorto, coinvolgerebbe gli ufficiali della vecchia guardia che ha condotto la guerra di liberazione negli anni Ottanta. Il Presidente Yoweri Museveni si è personalmente impegnato a estirpare ‘le mele marce’ all’interno dell’UPDF, che gode la fama di essere efficace, ben addestrato e disciplinato. Alcuni osservatori politici regionali sono propensi a sospettare che gli scandali di corruzione all’interno del contingente UPDF in Somalia siano stati ingigantiti dal Governo Ugandese e dallo stesso Presidente per accelerare il processo in atto dal 2012 di un radicale cambio generazionale all’interno dell’esercito che detiene il vero potere in Uganda.

Rimane ancora irrealizzato il progetto di installare in Africa il commando del AFRICOM il settore dell’esercito americano destinato ad intervenire nel Continente, a causa della mancata disponibilità dei paesi africani di ospitare la base operativa e di coordinamento.

La lotta contro il terrorismo presente nel Magreb e in Nigeria, trova difficoltà poiché gli Stati Uniti sembrano essere poco inclini ad appoggiare le avventure militari francesi che hanno come effetto quello di rafforzare l’influenza politica ed economica della Francia a scapito delle multinazionali anglofone. Il Pentagono sta pensando a nuove forme da applicare contro il terrorismo in Africa, apparentemente in collaborazione con l’esercito francese ma in realtà condotte autonomamente.

Nel settore economico l’Amministrazione Obama ha lanciato due grandi iniziative: la Power Africa Initiative e la Trade Africa Iniziative. Power Africa Initiative ha come obiettivo quello di rafforzare la capacità produttiva di energia elettrica in vari Paesi africani per permettere alle industrie locali e a quelle americane di poter operare nelle migliori condizioni senza essere costantemente vittime di una carenza di erogazione di elettricità che penalizza la capacità produttive. Verranno finanziati sia progetti classici di produzione energia elettrica quali la costruzione di dighe sia le fonti di energia alternativa quali quella solare e ionica e geotermica. Il potenziamento del fabbisogno energetico andrà a beneficio anche delle ditte nazionali. Trade Africa Initiative (TAI) ha come obiettivo quello di affiancare gli accordi commerciali USA-Africa, stabiliti dal trattato US-Sub-Sharan Africa Economic Cooperation Forum denominato AGOA, aumentando del 40% gli attuali scambi economici. Il TAI prevede importanti e sostanziali incentivi finanziari per gli imprenditori americani che decideranno di investire in Africa per la prima volta o di rafforzare gli investimenti già esistenti.

A distanza di 13 anni, il trattato commerciale AGOA sembra dare ottimi risultati. Voluto dal Presidente Bill Clinton nel 2000, l’obiettivo di espandere la presenza economica americana nell’Africa Sub-Sahariana sembra esser stato raggiunto con un equilibrio dei benefici tra America e Africa.

Nel 2011 le importazioni africane negli Stati Uniti hanno raggiunto i 70,6 miliardi di dollari. I settori trainanti sono quello minerario, petrolifero, agroalimentare e tessile. Nel 2012 il 90% del export tessile del Kenya è stato orientato verso gli Stati Uniti.  Dall’altra parte sono le multinazionali minerarie e petrolifere americane che hanno tratto benefici dal trattato AGOA, mentre rimane ancora debole l’importazione di prodotti made in USA a causa del loro elevato prezzo non competitivo rispetto ai prodotti asiatici.  Solo in Kenya e Sud Africa si registra un interessante orientamento dei consumatori verso i prodotti americani sopratutto nel settore alimentare.

Secondo recenti indagini internazionali, il trattato commerciale AGOA riscontrerebbe meno difficoltà e frizioni rispetto a quelli stipulati con Europa e Asia, il primo ancora contaminato dalla logica colonialista che identifica l’Africa come un continente periferico che deve approvvigionare la capitale (l’Europa). I principali investitori asiatici, Cina e India, tendono a relegare i partner africani in un ruolo passivo e considerare il Continente come un serbatoio di materie prime, e di mercati unilaterali per i prodotti asiatici o terreno fertile per aggiudicarsi importanti contratti per la realizzazione delle infrastrutture pubbliche.

Anche le piccole e medie imprese africane (soprattutto quelle dell’Africa del Est dell’Africa de Sud) hanno potuto beneficiare del trattato AGOA tramite la vendita online estremamente diffusa negli Stati Uniti. Il 58% dei consumatori americani utilizzano l’e-commerce e non hanno pregiudizi sulla provenienza geografica dei prodotti a condizione che la vendita sia legata ai circuiti di pagamento internazionali quali Mater Card, American Express, Visa e PayPal.

L’Amministrazione Obama, rafforzando la collaborazione militare ed economica con l’Africa, deve far fronte ad un problema che sembrava essere stato superato: il confronto con la rinnovata politica imperialista francese. Se in Mali la Casa Bianca ha deciso di non intervenire direttamente, nella Repubblica Centro Africana gli Stati Uniti stanno interagendo al fine di ottenere un equilibrio geo-strategico, permettendo alla Francia di riprendere il controllo della loro ex colonia ma pretendendo un processo di integrazione economica nella Regione dei Grandi Laghi che veda il Congo collaborare con i paesi vicini, compresi Rwanda e Uganda.

La principale preoccupazione della Casa Bianca e del Pentagono è quella di contenere o, meglio ancora, far fallire, la manovra a tenaglia attuata dalla Francia nella regione tesa a minacciare direttamente gli alleati americani. Attualmente la Francia ha ripreso il controllo sul Burundi e sul Congo, tentando di strumentalizzare la Tanzania, facendo leva su antiche problematiche etniche tra bantu e tutsi e sul senso di inferiorità che i Tanzaniani nutrono verso gli altri paesi anglofoni della East Africa Community.  Il controllo unilaterale della Repubblica Centroafricana rappresenterebbe un fattore destabilizzante a livello regionale che potrebbe minacciare i fragili equilibri in Congo, Sud Sudan e direttamente il Rwanda su cui grava ancora il progetto francese di invasione per sostituire l’attuale Governo di Paul Kagame con un governo ‘amico’ che avrebbe connotati razziali nazisti come quello precedente di Habyariamana.

Intense sono le attività diplomatiche attivate tra Washington e Parigi per evitare che la nuova guerra fredda in Africa continui superando il punto di non ritorno. Il vantaggio americano consiste nella debolezza Europea in politica estera, non ancora comune. Per esempio la Germania in Africa tende a contrastare la politica della France-Afrique, spesso allineandosi sulle posizioni americane. Questi sforzi diplomatici subiscono l’influenza sulla conflittualità tra le due potenze occidentali in altre parti del mondo, non l’ultima sulla migliore strategia da adottare verso l’Iran dove si assiste ad un progressivo desiderio di disgelo da parte americana e una virulenta forma ostile della Francia verso l’Iran a favore di Israele.

Se le attività diplomatiche non dovessero far scaturire accordi geostrategici convenienti ad entrambe le parti, probabilmente si passerà alla seconda fase: quella delle guerre per procura in vari paesi africani, primi tra tutti Congo e Repubblica Centroafricana. Il forte e temibile contingente dell’esercito ugandese presente in Centroafrica detiene il controllo di un importante fetta del territorio nazionale e rappresenta un deterrente al progetto della France-Afrique di ricreare le logiche coloniali nel Paese ad esclusivo vantaggio della Francia.

Nella Repubblica Democratica del Congo vi sono due campi avversi che si contendono l’assetto politico e geo strategico del Paese del prossimo ventennio. Da una parte il campo francofono può contare su un governo disperatamente ossessionato a garantire la sua sopravvivenza, quello di Kinshasa e di alleati satelliti quali Burundi e Tanzania. Dall’altra il campo anglofono conta su Paesi economicamente e militarmente solidi quali Uganda, Rwanda ed Etiopia affiancati da paesi di importanza minore a livello militare quali Kenya e Sud Sudan.  Entrambi i contendenti hanno creato una fitta rete di alleanze tra le varie milizie presenti all’est del Congo (40 per l’esattezza), di cui il gruppo terroristico ruandese FLDR è la punta di diamante francese e la ribellione M23 (tutt’altro che sconfitta) quella americana.

Parigi e Washington costantemente lavorano per assicurarsi una alleanza da parte di Angola e Sud Africa. L’Angola detiene una forza militare capace di determinare l’esito di un futuro conflitto in Congo partecipando in difesa del Governo di Kinshasa o scegliendo una neutralità che favorirebbe gli eserciti Ruandese e Ugandese. Il Sud Africa possiede un ruolo politico continentale che può determinare le scelte dell’Unione Africana. Attualmente, grazie agli intense attività diplomatiche del Presidente Yoweri Museveni, Pretoria sembra lentamente allinearsi verso il polo anglofono anche se questo processo é ben lontano dall’essere consolidato e può subire repentini sconvolgimenti.

La necessità di accordi diplomatici che ripristino l’equilibrio instauratosi tra Francia e Stati Uniti nel 2005, quando fu creata un’alleanza di intenti per fronteggiare il pericolo cinese, sembra essere sempre più impellente. Un suo fallimento equivalerebbe ad una stagione di guerre regionali per procura di cui l’esito sarebbe difficile da pronosticare.

Entrambe le potenze occidentali devono fare fronte ad una realtà emergente che sta indirizzando vari paesi regionali ad attuare una seconda indipendenza, quella economica, trasformandosi in potenze regionali. Gli Stati Uniti sono già costretti a trattare Etiopia, Rwanda e Uganda non come paesi vassalli ma come alleati alla pari. I rapporti Europei e Americani con Angola, Nigeria e Sud Africa dal 2000 sono condotti obbligatoriamente sul campo dei rapporti internazionali tra potenze economiche e militari. Nigeria e Sud Africa da un decennio hanno avviato la loro propria colonizzazione economica nel Continente, mentre l’Angola sta approfittando della crisi mondiale per colonizzare economicamente alcuni paese europei primo tra tutti il suo ex padrone: il Portogallo.

La necessità di evitare una guerra fredda con la Francia e di contenere la penetrazione economica della Cina, sta indebolendo la capacitá dell’Amministrazione Obama di individuare altre minacce che stanno subdolamente emergendo nel Continente. Una delle quali proviene da un alleato mediorientale degli Stati Uniti, il Qatar che sta portando avanti un programma di influenza islamica in vari Paesi africani. All’interno di questo programma vi sono forti sospetti di sostegno finanziario di vari gruppi islamici come Al-Shabaab, Boko Haram, la fazione islamica della coalzione ribelle Séléka e alleanze strategiche con Al-Qaeda Magreb. Fino ad ora le interferenze del Qatar hanno direttamente danneggiato la Francia, impegnata in prima linea nei conflitti delle sue ex colonie africane, ma non tarderanno a creare seri problemi agli Stati Uniti, forse costringendoli a riflettere sulle attuali alleanze con i paesi del Medio Oriente che spesso sono una spina al fianco non solo per la pace nella regione ma anche in Africa. 

 

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