giovedì, Ottobre 29

USA: Accordi di Abramo, un successo inutile Sembra difficile che gli accordi possano fare realmente la differenza nel duello Trump-Biden

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Nonostante le difficoltà interne, nelle ultime settimane l’amministrazione Trump è apparsa molto (e, per certi aspetti, sorprendentemente) attiva in campo internazionale. In questo ambito, gli accordi fra Israele ed Emirati Arabi Uniti (EAU) agevolati dagli Stati Uniti e annunciati intorno alla metà di agosto (il c.d. ‘Accordi di Abramo’) sono stati solo un apripista per i più ampi accordi trilaterali Israele-EAU-Bahrein siglati negli scorsi giorni davanti al Presidente statunitense. Indubbiamente, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra lo Stato di Israele e due Paesi arabi rappresenta un passaggio importante. Sinora, gli unici due Stati arabi a intrattenere normali relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico erano l’Egitto (con gli accordi di pace del 1979) e la Giordania (dopo quelli del 1994). La diplomazia statunitense è inoltre molto attiva per promuovere un allargamento dagli accordi ad altre realtà del Golfo, prima fra tutte l’Arabia Saudita. Fra l’altro, dopo l’annuncio dell’accordo con gli EAU, lo stesso Segretario di Stato, Mike Pompeo, si è recato in Sudan, Bahrain e Oman (oltre che in Israele e negli EAU) per promuovere questa possibilità.

I commenti sugli accordi e sulla possibilità che essi si traducano in maggiore stabilità nella regione sono stati diversi e di diverso tenore. Al di là del loro impatto sui rapporti fra Israele e il mondo arabo e sulla delicata questione palestinese, essi rappresentano comunque un successo per Washington. Da una parte, essi ‘portano acqua al mulino’ dell’alleato israeliano, secondo una linea d’azione che l’amministrazione Trump ha perseguito fin dall’insediamento. In secondo luogo, essi favoriscono il consolidamento dell’asse anti-iraniano la cui costituzione rappresenta un’altra priorità dell’amministrazione. Da questo punto di vista, degna di nota appare l’adesione agli accordi del Bahrein, Paese in cui, nel 2011, le truppe dei Paesi del Gulf Cooperation Council sono intervenute per sedare le proteste della maggioranza sciita della popolazione contro il potere del sovrano Hamad bin Isa Al Khalifa. Infine, gli accordi rilanciano il ruolo politico degli Stati Uniti in una regione comunque simbolicamente importante per gli equilibri internazionali, in un momento in cui il dinamismo russo e cinese sembravano avere in qualche modo costretto Washington sulla difensiva.

Non stupisce che le reazioni di Mosca e Pechino sianostate impostate a una sostanziale cautela. Entrambi i Paesi vedono nella normalizzazione dei rapporti fra Israele e i suoi nuovi partner arabi una possibile fonte di opportunità soprattutto in campo economico. Di contro, la possibile valenza anti-iraniana degli Accordi di Abramo pone soprattutto Mosca in una posizione difficile, data la sua vicinanza alla Repubblica islamica, emersa, fra gli altri, nella collaborazione politico-militare sul teatro siriano. Il rilancio della presenza regionale di Washington getta inoltre un’ombra sul ruolo assunto dal Cremlino in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale dopo i successi diplomatici degli ultimi anni. Le divisioni del mondo politico palestinese e l’isolamento delle sue posizioni anche all’interno della Lega Araba (che nei giorni scorsi ha rigettato a sorpresa una risoluzione di condanna degli accordi proposta da quella delegazione) spingono nella stessa direzione, attestando l’avvenuta marginalizzazione di un interlocutore da sempre ritenuto sensibile a un’influenza russa che le posizioni scopertamente filoisraeliane dell’amministrazione Trump avevano contribuito ad accrescere.

L’interrogativo più immediato è, però, un altro; la Casa Bianca saprà sfruttare gli ‘Accordi di Abramo per consolidare la sua posizione in vista del sempre più vicino appuntamento elettorale? Molti critici hanno rilevato come proprio le ricadute elettorali sono quelle che, oggi, starebbero più a cuore all’amministrazione. Una lettura troppo orientata in questa direzione appare, tuttavia, forzata. Al di là del valore del risultato conseguito e del modo in cui questo potrà essere sfruttato per consolidare l’immagine del Presidente, le priorità dell’elettore americano rimangono altre e riguardano soprattutto la sfera interna. Inoltre, pur inquadrandosi nella politica ‘di ripiegamento’ portata avanti dall’amministrazione in questi anni, i benefici che gli Stati Uniti possono trarre dagli accordi appaiono troppo poco tangibili in termini di consenso e sicuramente non paragonabili, quanto a impatto sull’opinione pubblica, ad esempio, al ritiro delle truppe dall’Iraq che è stato uno dei perni della campagna di Barack Obama nel 2008. Nonostante il loro effetto sugli equilibri mediorientali, sembra quindi difficile che gli accordi possano fare realmente la differenza nel duello Trump-Biden.

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