sabato, Agosto 24

USA 2020: Trump in campo, niente di nuovo La campagna sarà, sostanzialmente, una replica di quella del 2016?

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Con il discorso di Orlando, lo scorso 18 giugno, Donald Trump ha ufficialmente avviato la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2020. Era un passo prevedibile e atteso, anche alla luce dell’endorsement che la sua candidatura ha da tempo ricevuto da parte di tutti i ‘big’ del Partito repubblicano. La formalizzazione della ‘discesa in campo’ non sembra comunque destinata a cambiare i tratti di una presidenza che sin dal giorno dell’insediamento appare impegnata in una sorta di campagna elettorale permanente. Lo slogan scelto per la rielezione (‘Keep America great’) è in evidente continuità con quello del 2016 (‘Make America great again’) ed esprime implicitamente la convinzione della Casa Bianca di essere riuscita, in questi anni, a realizzare almeno in parte l’obiettivo che si era a suo tempo prefissa. Anche nell’incontro di Orlando Trump ha ribadito a necessità di proseguire lungo la strada tracciata, riecheggiando molti dei temi a lui cari, a partire da quelli del ‘muro con il Messico’ e della lotta contro la ‘politica politicante’ di Washington. Nella stessa sede ha inoltre dimostrato ampiamente che il suo stile comunicativo non è cambiato rispetto a quattro anni fa, non risparmiando attacchi né ai suoi predecessori, né ai suoi possibili avversari democratici.

Diversi sondaggi danno Trump già in svantaggio sia rispetto ai suoi concorrenti più credibili (primi fra tutti l’ex Vicepresidente Joe Biden e i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren), sia rispetto a outsider come Pete Buttigieg, Kamala Harris e Cory Booker. Come prevedibile, anche questi sondaggi sono finiti nel mirino del Presidente durante il meeting di Orlando. E’ tuttavia prematuro attribuire a tali dati eccessiva importanza. A prescindere dal fatto che mancano ancora vari mesi all’inizio della corsa presidenziale vera e propria e che questi dati hanno già dimostrato una certa volatilità, il Presidente può contare, oggi, su una serie di elementi che giocano a suo favore. Nonostante le tensioni interne e le ricadute di una politica commerciale decisamente aggressiva, l’economia USA sembra continuare a godere di buona salute. Egualmente, il crescente unilateralismo in politica estera, nonostante le crisi ricorrenti che innesca (da ultimo l’attuale picco di tensione nei rapporti con l’Iran), sembra riscuotere sempre di più il favore dell’opinione pubblica, delineando una tendenza che – secondo Robert Kagan – potrebbe prolungarsi anche oltre un eventuale cambio di presidenza.

A favore di Trump potrebbe giocare anche la mobilitazione di alcuni segmenti di elettorato (le c.d. ‘minoranze attive’), sebbene un’analisi accurata del voto del 2016 abbia dimostrato come, all’interno di questi, il peso dei ‘blue collar’ e della middle class impoverita sarebbe, in realtà, assai minore rispetto a quanto è stato affermato in passato. I veri punti di forza del Presidente sono, però, altri; in primo luogo, le sue capacità di ‘storytelling’ e la ‘corsa agli estremi’ che, con ogni probabilità, finirà ancora una volta per caratterizzare la competizione elettorale. Da questo punto di vista, il meeting di Orlando ha offerto l’ennesima conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) della volontà di ‘The Donald’ di affrontare la nuova campagna secondo le linee ‘politicamente scorrette’ che hanno caratterizzato quella precedente. I mesi alla Casa Bianca e gli esiti dell’ultimo voto di midterm sembrano avere accreditato l’idea che la ‘linea dura’, alla fine, risulti pagante e le ultime prese di posizione (ad esempio con gli attacchi al Procuratore speciale Mueller e le dichiarazioni in tema da ‘Russiagate’) sembrano indicare chiaramente la volontà del Presidente di proseguire lungo questa strada.

La campagna del 2020 sarà quindi, sostanzialmente, una replica di quella del 2016? Per certi aspetti, soprattutto quelli legati all’immagine che Donald Trump cercherà di dare di sé, è possibile. D’altra parte, altri aspetti sono molto diversi. Da parte democratica, la competizione è molto più accesa, senza alcun candidato ‘destinato alla vittoria’ come lo è stata Hillary Clinton. Sul fronte opposto, il Presidente uscente non può giocare la partita sul solo lato ‘distruttivo’ dell’attacco all’avversario. Ciò non significa che non si tratterà di una competizione polarizzata. La sfida posta da Trump ha accentuato non solo le divergenze fra repubblicani e democratici ma anche all’interno dello stesso Partito dell’asinello, favorendo uno spostamento ‘a sinistra’ (anche se le categorie europee si applicano male alla realtà statunitense) del suo asse politico. Da questo punto di vista, si tratterà, con ogni probabilità, di una competizione in cui un ruolo chiave sarà svolto – dalle due parti – dalle già ricordate ‘minoranze attive’. Si tratterà, inoltre, di una campagna in cui la figura di Trump sarà centrale, non tanto per la sua candidatura quanto per la sua capacità di porsi a simbolo di una certa idea dell’America che i suoi sfidanti democratici mirano apertamente a mettere in discussione.

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