domenica, Novembre 29

USA2020: Trump e la sua ultima mossa del cavallo … pazzo Oggi convocati dal Presidente i legislatori dello Stato del Michigan. Obiettivo: «sovvertire il voto popolare e inviare le proprie delegazioni pro-Trump al Collegio elettorale». Operazione tecnicamente permessa, politicamente disastrosa

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Potrebbe essere una delle sue mosse più disperate per interferire e sovvertire il risultato del voto popolare del 3 novembre quella che si appresta a fare oggi il Presidente uscente USA Donald Trump.
Ieri, mentre il suo avvocato personale, Rudolph Giuliani, teneva una conferenza stampa surreale, risoltasi in una giaculatoria di falsità,
tra la tintura dei capelli che le colava in viso, il volto stravolto dalla rabbia, e le cospirazioni che svolazzavano tra giornalisti ammassati con gli occhi tra lo stralunato e il divertito, il Presidente, compiendo quello che il New York Times’ definisce come ‘il passo straordinario’, ha contattato direttamente i legislatori dello Stato del Michigan governato da repubblicani-, precisamente Mike Shirkey, leader della maggioranza del Senato dello Stato, e Lee Chatfield, presidente della Michigan House, per invitarli alla Casa Bianca oggi. Non è ufficiale di cosa si discuterà nell’incontro, ma lo Stato si prepara a certificare l’elezione di Joe Biden, e, secondo gli osservatori, l’obiettivo di quella che viene definita dall’autorevole quotidiano newyorkese ‘una notevole intrusione nella politica statale e locale’, sarebbe, secondo «alcuni membri del team di Trump» convincerli a mettere in pratica una «teoria legalmente dubbiasecondocui le legislazioni amiche», cioè gli Stati dove i parlamenti sono controllati dai repubblicani, «potrebbero, in determinati scenari», soprattutto se i funzionari elettorali statali fossero in ritardo sulla certificazione dei risultati elettorali, e la strategia dei legali di Trump è stata proprio quella di impiantare tante anche piccole cause proprio per ritardare la certificazione del voto, «sovvertire il voto popolare e inviare le proprie delegazioni pro-Trump al Collegio elettorale».

Non sembrano essere molti quelli disposti a credere che gli Stati decisivi in sede di Collegio elettorale possano decidere per una tale operazione, che rischierebbe di alienare loro l’opinione pubblica nazionale e internazionale con tutte le conseguenze del caso, e però si sostiene che già prima delle elezioni, la campagna di Trump stesse valutando la possibilità di chiedere ad alcune delle 29 legislature statali con maggioranza repubblicana, responsabili di un totale di 300 voti elettorali, di discostarsi dalla prassi corrente nella scelta dei delegati del Collegio elettorale, ovveroignorare il voto popolare.

Operazione azzardata, ma tecnicamente è possibile. E questo potrebbe essere il colpo finale con il quale Trump prova salvarsi la pelle politica e affondare la democrazia americana, o almeno l’idea che in Occidente c’è di questo Paese.

La richiesta di Trump sarebbe che quei Parlamenti«selezionassero gli elettori di Trump e ordinassero loro di votare per il Presidente,indipendentemente dal candidato che gli elettori degli Stati effettivamente hanno scelto», spiegaAustin Sarat, docente di giurisprudenza Jurisprudence e scienze politiche al Amherst College.
Una situazione simile si è sfiorata nel 2000, quando la maggioranza repubblicana nel Parlamento della Florida ha affermato di possedere ‘ampia autorità per allocare i voti elettorali della Florida, ed è stata sul punto di farlo, ricorda Sarat.Se è vero che un Presidente scelto in questo modo dai legislatori statali si troverebbe con «messa in discussione la sua legittimità -e anche i legislatori avrebbero probabilmente affrontato l’ira del pubblico», l’operazione è permessa, e dunque dal punto di vista legislativo assolutamente regolare,dall’Articolo II della Costituzione degli Stati Uniti.
Questo articolo, che regola il funzionamento del Collegio elettorale, recita che:
«Ciascuno Stato nominerà, nel modo che la legislatura stessa può decidere, un numero di Elettori, uguale al numero intero di Senatori e Rappresentanti a cui lo Stato può avere diritto al Congresso», lasciando di fatto ai parlamenti locali la possibilità di decidere liberamente come scegliere i grandi elettori da inviare al Collegio elettorale. E’ la democrazia rappresentativa.

Sarat si richiama alla storia. Nei primi anni di vita degli USA, «alcuni legislatori non si sono preoccupati di coinvolgere i propri cittadini nella scelta del Presidente. Quando George Washington fu eletto per la prima volta, nel 1788, i legislatori di Connecticut, Delaware, Georgia, New Jersey e Carolina del Sud nominarono elettori direttamente senza un voto popolare. La legislatura dello Stato di New York non ha nemmeno scelto gli elettori perché i legislatori non potevano risolvere la divisione tra le sue due camere, che erano controllate da partiti diversi. Le prime numerose elezioni presidenziali hanno seguito uno schema misto, con alcuni Stati che hanno utilizzato le elezioni popolari per definire la scelta degli elettori, mentre altri hanno lasciato tale scelta esclusivamente alle loro legislature. Mentre i partiti politici cercavano di ottenere vantaggi, gli Stati cambiavano spesso i loro sistemi.

Nessun legislatore statale ha mai nominato una lista di elettori a sostegno di un candidato che ha perso il voto popolare dello Stato. Come ha notato la Corte Suprema nel recente caso degli ‘elettori infedeli’, nel 1832 tutti gli Stati eccetto la Carolina del Sud avevano approvato una legge secondo la quale il voto popolare avrebbe determinato la scelta dei suoi elettori. Nel 1876, il Colorado appena ammesso divenne l’ultimo Stato la cui legislatura scelse gli elettori da sola. Oggi le leggi di ogni Stato danno agli elettori l’ultima parola su quale partito gli elettori dovrebbero rappresentare». Il che dovrebbe impedire a qualsiasi Stato di applicare il disegno che Trump vorrebbe mettere in campo? Non esattamente. Vediamo il perché.

«I legislatori statali hanno rinunciato al potere di scegliere gli elettori, ma la Corte Suprema ha più volte riconosciuto il loro diritto di riprenderselo».
Austin Sarat, spiega nei dettagli la questione, decisamente cavillosa.
«
La prima decisione risale al 1892, quando la Corte Suprema dichiarò che ‘il legislatore possiede l’autorità plenaria per dirigere le modalità di nomina, e potrebbe essa stessa esercitare il potere di nomina mediante votazione congiunta o concorso delle due camere, o secondo il modo designato. Più di 100 anni dopo, la Corte ha riesaminato la questione in Bush v. Gore. In un passaggio poco notato ma altamente consequenziale, la maggioranza ha scritto che un legislatore statale può, se lo desidera, selezionare gli elettori stessi e conserva l’autorità di ‘riprendere il potere di nominare gli elettori’,anche se in precedenza lascia che sia il voto popolare a prendere la decisione. In una decisione del luglio 2020, la Corte Suprema ha nuovamente dichiarato che l’Articolo II conferisce ai legislatori stataliil più ampio potere di determinazione su chi diventa un elettore. Tuttavia, l’opinione della maggioranza ha suggerito che il potere potrebbe essere soggetto aqualche altro vincolo costituzionale’. La Corte ha dichiarato che gli Stati hanno il diritto di ritirare la scelta degli elettori dal popolo, ma ha ammonito che potrebbero non farlo facilmente».


Nei qualche altro vincolo costituzionale’ sta il problema, quando si dice che il ‘diavolo’ si nasconde nei dettagli. Il problema è che a questo punto è evidente che la legislazione si contraddice, e i giudici pure.

Prova spiegare Sarat: «Quando gli Stati danno agli elettori il controllo sulle scelte elettorali,conferiscono loro un dirittofondamentale’, che è protetto da altre garanzie costituzionali, tra cui il giusto processo e clausole di pari protezione. Manon è chiaro quanto forte possa essere effettivamente questa protezione. I legislatori statali dovrebbero quasi certamente approvare una nuova legge o risoluzione per apportare qualsiasi cambiamento. In ogni Stato, la maggioranza dei legislatori dovrebbe essere d’accordo. E, a seconda della forma della promulgazione, potrebbe o meno essere soggetta all’approvazione di un governatore o a un ‘veto override’. Storicamente, i tribunali hanno rispettato le decisioni legislative per cambiare il modo in cui uno Stato nomina gli elettori quandoi cambiamenti avvengono prima dell’elezione, non dopo lo scrutinio».

Le conclusioni del giurista Austin Sarat, lasciano spazio a finali diametralmente opposti per il futuro della democrazia negli States.
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Cambiamenti post-elettorali del tipo che Trump sta apparentemente contemplando causerebbero confusione su due leggi federali che si contraddicono direttamente a vicenda. Una legge richiede che gli elettori siano nominati il giorno delle elezioni stesso. Ma tutti gli Stati rispettano un’altra legge, l’Electoral Count Act, approvata nel 1887, che concede agli Stati fino a 41 giorni dopo il giorno delle elezioni per designare la loro lista di elettori. Il conflitto tra queste leggi fornisce un terreno fertile per il contenzioso».
Joe Biden, in caso gli Stati o uno Stato decidesse di nominare i grandi elettori ignorando il voto popolare potrebbe ricorrere alla Corte Suprema federale, quasi certamente lo farebbe. Si dimentica forse che la Corte Suprema è in mano ai repubblicani? Che Trump ha lavorato per avere la maggioranza schiacciante proprio in funzione delle elezioni, dichiarandolo apertamente? e che altrettanto chiaramente ha ripetutamente minacciato di ricorrervi?

Si aprirebbero scenari da incubo della più folle fantapolitica mai immaginata.

Alla fine, prosegue e conclude Sarat, «tuttavia, le forze più efficaci che impediscono ai legislatori statali del Michigan o di qualsiasi altro Stato, di ignorare il voto popolare possono essere politiche piuttosto che legali. Dopotutto, spetta alle persone ritenere i propri funzionari responsabili delle proprie azioni. Tuttavia, nell’attuale contesto politico tossico del Paese, non è chiaro se anche un ovvio tentativo di ignorare il voto popolare possa comunque trovare sostegno tra alcuni cittadini e anche alcuni dei loro rappresentanti eletti».
L’appuntamento per la risposta è al 14 dicembre, quando il Collegio elettorale degli Stati Uniti si riunirà per votare il Presidente.

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