giovedì, Novembre 14

USA 2020: per Trump non è ancora detto I segnali dati dal voto in Virginia, Kentucky e Mississippi destano attenzione alla Casa Bianca

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Il voto dello scorso martedì per il rinnovo delle cariche governatoriali e/o degli organi legislativi in Virginia, Kentucky e Mississippi ha rappresentato un test importante per la Casa Bianca, che dopo dell’avvio della procedura di impeachment da parte della Camera dei rappresentanti sembra attraversare una fase di evidente debolezza. Soprattutto la vittoria democratica in Virginia (Stato tradizionalmente conservatore, da oltre vent’anni controllato dal Partito repubblicano, in cui i democratici, che già esprimevano il governatore, hanno strappato la maggioranza di entrambe le camere legislative ai loro avversari) è stato salutato come una sconfitta importante dell’amministrazione e un segnale della crescente disaffezione dei moderati di entrambi gli schieramenti per un Presidente ormai visto come troppo ‘sopra le righe’ e, con il passare del tempo, sempre meno capace di mantenere le promesse fatte all’epoca della sua elezione. Tuttavia, come spesso accade in questi casi, gli esisti del voto non sono univoci come queste cifre potrebbero fare pensare e se da una parte il successo democratico appare chiaro nei suoi termini generali, dall’altra è molto difficile capire se e quanto questo possa contare in vista del voto presidenziale del prossimo anno.

In Mississippi e in Kentucky, i risultati (anche se comunque sostanzialmente favorevoli al partito dell’asinello) appaiono, infatti, meno rassicuranti che in Virginia. Nel tradizionalmente repubblicano Mississippi, il candidato del Partito, Tate Reeves, ha vinto con un discreto margine (52,2 contro 46,6%) sul suo sfidante democratico, Jim Hood, mentre in Kentucky, i due concorrenti – il repubblicano Matt Bevin, governatore uscente, e il democratico Andy Beshear, figlio del predecessore di Bevin, Steve Beshear – hanno concluso testa a testa (49,2% per Beshear contro 48,8% per Bevin), con il candidato repubblicano che non ha riconosciuto la vittoria del rivale e che ha chiesto il ricontrollo (‘recanvas’) dei voti ipotizzando possibili irregolarità. In entrambi gli Stati, Donald Trump è stato attivamente coinvolto a sostenere i candidati del GOP, in particolare del contestato Matt Bevin, i cui atteggiamenti oltranzisti spiegano in parte gli esiti del voto. Lo stesso Trump aveva, inoltre, parlato di una eventuale pesante sconfitta di Bevin in uno Stato in cui, nel 2016, lui stesso aveva vinto con 30 punti percentuali di scarto (62,5 contro 32,7% per Hillary Clinton) come di un ‘segnale molto brutto’ mandato al Paese in vista della sua rielezione. 

La portata di questa affermazione non deve, però, essere sopravvalutata. Se è indubbio che nel voto della scorsa settimana temi di rilevanza nazionale hanno avuto il loro peso (per esempio, l’introduzione di misure per il controllo della vendita delle armi nel caso della Virginia o il tema dell’assistenza sanitaria pubblica in quello del Kentucky), questo voto è stato comunque, come spesso accade, condizionato soprattutto da considerazioni di natura locale, che in una competizione nazionale come quella del 2020 non possono non avere un peso minore. Da questo punto di vista, se sul piano della comunicazione lo sforzo democratico è stato quello di presentare i risultati del ‘supertuesday’ come una sorta di ‘anticipazione’ di quelli del prossimo anno, nella realtà questa operazione appare, per vari aspetti, arbitraria. I candidati in lizza e la loro personalità sono altri aspetti da considerare. In Kentucky in particolare, questi aspetti hanno avuto un peso nella performance deludente del candidato repubblicano, peso che, con ogni probabilità, non avranno durante la corsa presidenziale, durante la quale, anzi, le ‘spigolosità’ del profilo di Trump potrebbero diventare punti di forza contro un possibile avversario dalla figura non troppo caratterizzata.

Ciò non significa che i segnali dati dal voto di martedì non debbano destare attenzione alla Casa Bianca. In tutti gli Stati, le difficoltà dei candidati repubblicani sono state chiare, in particolare nelle aree suburbane e nella middle class che, nel 2016, aveva sostenuto la corsa di Donald Trump. Inoltre, il voto ha mostrato come su alcune issues come quelle già ricordate del controllo delle armi e dell’assistenza sanitaria l’opinione pubblica sembri convergere verso posizioni in parte diverse da quelle sostenute dal Presidente. L’avvio delle udienze pubbliche per l’impeachment porrà, infine, Trump ‘sulla graticola’ molto più di quanto non lo sia stato sinora, in qualche modo condizionando la sua libertà d’azione. I punti di maggior vantaggio di cui il Presidente gode oggi sono le divisioni che continuano ad attraversare il fronte democratico e la sostanziale debolezza anche dei suoi sfidanti più accreditati. Sarebbe, tuttavia, pericoloso credere che questi elementi possano sostenere la sua posizione fino al voto nel prossimo anno. Anche perché, mentre nel 2016 il candidato Trump poteva giocare la parte dell’outsider ‘che non ha nulla da dimostrare’, nel 2020 i quattro anni passati alla Casa Bianca lo collocheranno in una posizione molto diversa.

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