giovedì, Luglio 2

USA 2020: i giochi sono ancora aperti La suggestione della ‘mano dura’ contro i saccheggiatori sarà sufficiente a rilanciare il consenso intorno alla figura del Presidente uscente?

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Le proteste di massa scoppiate dopo la morte di George Floyd a Minneapolis, lo scorso 25 maggio, sono sfociate, negli ultimi giorni, in una serie di violenze che le autorità degli Stati interessati – nonostante l’imposizione del coprifuoco su larga scala hanno gestito con estrema difficoltà. Nelle ultime ore, l’intensità delle violenze sembra essere calata; nonostante ciò, la situazione è ancora ben lontana da un ritorno alla normalità. La Casa Bianca ha sollecitato in più occasione il ricorso alla mano dura contro i responsabili, ventilando anche la possibilità di impiegare l’esercito per riportare la situazione sotto controllo. La possibilità evocata dal Presidente si è scontrata con l’aperta ostilità dei vertici militare, dal Segretario alla difesa, Mark Esper, al Presidente del comitato dei Capi di Stati Maggiore, generale Mark Milley, oltre che di importanti figure ‘non istituzionali’, come l’ex Segretario alla difesa, generale James Mattis, e il generale John Allen, già comandate della missione ISAF in Afghanistan e ex Inviato speciale del Presidente Obama per la coalizione internazionale nella lotta contro l’ISIS. Nemmeno questo sembra, però, avere posto fine alle polemiche, alimentate dalle critiche che il Presidente ha rivolto a molti governatori e dal clima politico esasperatodi queste settimane.

Da più parti ci si è, inoltre, interrogati intorno alla effettiva responsabilità di queste violenze. Se la Casa Bianca e l’amministrazione hanno ripetutamente sottolineato il ruolo-guida dei gruppi anarchici e della sinistra radicale(gruppi che, sempre secondo la Casa Bianca, avrebbero potuto contare sul tacito supporto di vari governatori democratici), sul fronte opposto è stato messo in luce il coinvolgimento del vasto mondo del suprematismo bianco, già attivo, nelle settimane precedenti, nelle proteste contro il ‘lockdown’ che anche in questo caso hanno colpito larga parte degli Stati Uniti; un’opinione, quest’ultima, che anche alcuni governatori hanno sostenuto, in aperto contrasto alle critiche loro mosse dal Presidente. Nell’insieme, lo scenario appare comunque confuso, con molte vicende che fanno a caso a sé e molte altre all’interno delle quali istanze diverse sembrano convergere, talora legandosi a una più semplice volontà di saccheggio e vandalismo, come accaduto, ad esempio, negli incidenti a Midtown Manhattan. Le tensioni accumulate nelle settimane del ‘lockdown’ hanno giocato anch’esse un ruolo, contribuendo ad alimentare il malcontento soprattutto delle fasce più disagiate della popolazione.

L’interrogativo più importante riguarda, tuttavia quelle che saranno le ricadute politiche di queste vicende. Rilanciando il dibattito sulla questione razziale negli Stati Uniti e chiamando indirettamente in causa il Presidente Trump, da sempre accusato di scarsa sensibilità verso il problema, morte di Floyd si è aggiunta ai molti problemi che, dall’inizio dell’anno, si sono messi sulla strada della sua rielezione. I costi umani e materiali di COVID-19 hanno impattato, infatti, pesantemente sui due dei temi più cari a ‘The Donald’: la sicurezza e il benessere dei suoi elettori. I problemi incontrati nell’affrontare l’emergenza ne hanno intaccato la credibilità come comandante in capo mentre gli attacchi concentrici dell’establishment democratico, se da una parte hanno portato acqua al mulino della sua retorica abrasiva, dall’altra lo hanno costretto sulla difensiva sul piano del consenso. Non è un caso se, nella media dei sondaggi elaborata da RealClearPolitics, il differenziale che lo separa da Joe Biden è cresciuto da 5,3 punti percentuali il 1° maggio a 7,2 il 4 giugno, passando da 5,3 a 7,8 punti fra il 30 maggio e il 3 giugno, periodo in cui le violenze seguite alla morte di Floyd hanno toccato il loro picco.

La suggestione della ‘mano dura’ contro i saccheggiatori sarà sufficiente a rilanciare il consenso intorno alla figura del Presidente uscente? Secondo un sondaggio citato da Forbes, il 58% del campione degli intervistati si dichiara favorevole all’impiego delle Forze armate per il ripristino della legge e dell’ordine e per porre fine alle violenze degli ultimi questi giorni a fronte di appena un 30% di contrari. È una percentuale significativamente superiore al tasso di approvazione dell’azione presidenziale, che, secondo l’indice aggregato di RealClearPolitics, si attesta, oggi, intorno al 43%. Si tratta – con ogni probabilità – di un consenso ‘volatile’, non privo di elementi di emotività e strettamente legato alla situazione contingente. Difficilmente potrà, quindi, essere sostenuto fino a novembre. È tuttavia, indicativo di come un’ampia fetta di elettorato si muova ancora fuori dalle logiche ‘di schieramento’ e di come i giochi – per il voto presidenziale – siano tutt’altro che fatti. Molto dipenderà dalla capacità dell’amministrazione di guidare, nei prossimi mesi, il Paese fuori dalle secche della crisi economica e sociale in cui si trova; un obiettivo che, in larga misura, riflette le priorità dei segmenti di voto che, nel sondaggio, hanno espresso il loro apprezzamento per la svolta ‘law & order’ della Casa Bianca.

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