mercoledì, Marzo 20

USA 2020: De Blasio candidato Presidente? Lui non conferma né smetisce, probabile una candidatura nella corsa affollata dei progressisti alla Casa Bianca. Delle difficoltà e delle prospettive ne parliamo con Ettore Greco e Andrew Spannaus

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Nella mattinata di ieri, ‘Politico ha riferito di una possibile candidatura di Bill de Blasio, sindaco italo-americano di New York, alle elezioni presidenziali del 2020. Il suo staff è stato sollecitato, secondo queste fonti di ‘Politico’, ad occuparsi maggiormente di politica nazionale, domani doveva essere in sarà New Hampshire, meta simbolica per la corsa alla Casa Bianca, primo Stato in cui si tengono le primarie, dove doveva incontrare attivisti locali per ragionare della candidatura, oggi si è saputo che il viaggio è stato annullato causa impegni nella Grande Mela.

Nessuna conferma ufficiale, lui non conferma ma nemmeno nega una possibile candidatura perché «non si sa mai cosa riservi il futuro».

Certo, la platea di candidati democratici è decisamente affollata, come ci sottolineano Ettore Greco, vicepresidente vicario dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), ed Andrew Spannaus, giornalista e scrittore americano, noto per aver previsto in tempi non sospetti la vittoria di Donald Trump con il suo libro ‘Perchè vince Trump’, nuovamente in libreria ad aprile con Original Sins: Globalisation, Populism and Six Contradictions facing the European Union’, ottimo conoscitore del ‘sentire’ dell’America profonda, ma la candidatura di Di Blasio prima ancora di essere tale fa già molto parlare sui media americani, e il tentativo di  virata a sinistra -verso idee più progressiste- del Partito Democratico fa del Sindaco un potenziale candidato.

Nelle scorse settimane, si è molto parlato delle candidature dei democratici. In particolare, delle candidature delle senatrici Kamala Harris, Elizabeth Warren e Amy Klobuchar.

Harris promette un netto taglio delle tasse alla classe media e una politica progressista. Andrew Spannaus la dipinge come una candidata “non strettamente progressista che ha subito parlato di Medicare-for-all”, il sistema sanitario universale finanziato dai contribuenti, “per allinearsi all’ala progressista del partito”. Nel passato, si è spesa per sostenere la legalizzazione della marijuana per uso ricreativo e il DREAM Act, che è tornato alla cronaca per l’ostile contrarietà di Trump al Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), e con il movimento dei Dreamers – minori immigrati senza documentazione protetti dal DACA.

Warren si appella a lavoratori,  sindacati, donne e immigrati. “Per lei e per Bernie Sanders si sta impegnando un’ampia fetta della base democratica”, sostiene Spannaus, ma avverte gli altri candidati del rischio di “trovare poco consenso in una corsa affollata”. Mentre Greco avverte che “posizioni accentuatamente di sinistra, come quelle di Harris e Warren, potrebbero giocare a favore dei repubblicani alle presidenziali”. Warren ha parlato di una lotta politica per un «cambiamento strutturale», con l’obiettivo di «costruire un’America dove i sogni sono realizzabili, un’America che funziona per tutti».

Klobuchar prospetta la ricostruzione di un «senso di comunità» negli Stati Uniti. Per convincere gli elettori democratici, parla di Stati Uniti «governati non dal caos, bensì dalle occasioni, che non si autocommiserano, ma marciano sicuri verso ciò che è giusto».

In aggiunta alle candidature dichiarate, molte le figure che hanno espresso interesse a candidarsi.
Tra i molti potenziali candidati, Michael Bloomberg, che ha preceduto de Blasio alla carica di sindaco di New York per tre mandati consecutivi, dal 2002 al 2013. Uomo “lontano dalla gente e dall’opinione pubblica perché pura espressione dell’establishment, cento volte più di de Blasio”, secondo Spannaus. Settantasettenne miliardario, filantropo e magnate dell’informazione, ha un alto gradimento nella Grande Mela. Come giustamente ricorda Greco, “i sondaggi di opinione indicano Bloomberg e il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, più popolari rispetto a Bill de Blasio. Ma non va dimenticato che Bloomberg è stato visto spesso come un newcomer all’interno del Partito Democratico, lo scetticismo della base democratica potrebbe essere uno svantaggio per lui”.

Altro potenziale candidato è l’ex vice Presidente di Barack Obama, Joe Biden, il quale ha discusso con i democratici di Capitol Hill sulle sue possibilità di vittoria, il momento giusto per entrare in corsa e su cosa puntare per essere competitivo alle primarie democratiche. Definito come «probabilmente il più noto dei Democratici», si attende la sua decisione finale.

Nuovamente potenziale candidato è anche Bernie Sanders, senatore del Vermont, che si era fatto notare durante le primarie democratiche del 2016 per una campagna elettorale “nel segno della difesa dai poteri finanziari”, afferma Greco, e “finanziata con piccoli contributi da tante persone”, rileva Spannaus. Il giornalista americano sottolinea che “questo crowdfunding politico è stato usato per primo da Barack Obama, nelle elezioni presidenziali del 2008. Alcuni candidati democratici stanno giurando di non accettare finanziamenti da grandi corporazioni, grandi società e dai Political Action Committees (PACs, comitati raccoglitori di fondi per sostenere un candidato). In questo modo si evita di dover rispondere a pochi grandi sostenitori, i quali spesso esercitano una forte influenza nei messaggi politici”. Sanders avrebbe il vantaggio di una base che è rimasta affezionata dalle ultime elezioni, oltre che una piattaforma online efficiente e pronta a rilanciare il suo nome nelle primarie.

Ma l’incognita del momento è, appunto, Bill de Blasio. 57 anni, nato a New York (l’8 maggio 1961) da padre con origini tedesche e madre con genitori italiani, nel partito rappresenta l’ala liberal di sinistra progressista. Buoni studi alla base -consegue una laurea in urban studies  all’Università di New York, poi un Master in Affari Internazionali alla Columbia University-, De Blasio, inizia a ‘sporcarsi le mani’ con la politica e dintorni nel 1988. In quell’anno lo troviamo  in Nicaragua che distribuisce cibo e medicine durante la Rivoluzione sandinista; due anni dopo si definirà «difensore del socialismo democratico», in piena rottura con le amministrazioni Reagan e Bush senior. Nel 1989 supporta attivamente la campagna elettorale di David Dinkins, primo ed unico sindaco afroamericano di New York, dal 1990 al 1993. Poi, lavora come campaign manager per il deputato democratico Charles Rangel e per la senatrice Hillary Clinton. Nel 1997 il Presidente Bill Clinton gli affida l’incarico di direttore per il Dipartimento della casa e dello sviluppo urbano (HUD) negli Stati di New York e New Jersey.

Nel 2001 scende in politica in prima persona, si candida per il 39esimo distretto del Consiglio Comunale di New York: vince delle affollate primarie, per poi sconfiggere il repubblicano Robert Bell. Lavora nel Consiglio per tre mandati, durante i quali si occupa dei sussidi federali per la casa, dei newyorkesi affetti da HIV/AIDS con basso reddito, dei diritti di transgenders e coppie omosessuali, di lezioni gratuite di lingua inglese per gli immigrati.

Nel 2009 sconfigge il repubblicano Alex Zablocki nella corsa a Public Advocate di New York. Nel suo discorso di inaugurazione, il 1° gennaio 2010, critica la politica del sindaco Bloomberg in materia di senzatetto ed istruzione.

Bill de Blasio diventa sindaco di New York nel 2013. Vince le elezioni, pur essendo partito svantaggiato nei sondaggi iniziali, -particolare da tenere presente parlando di lui in vista del 2020. Rieletto nel 2017, De Blasio si dedica ad un piano per migliorare il trasporto cittadino e la scuola pubblica, abbassare i prezzi delle case e rendere gratuito l’asilo nido. Lo scorso dicembre ha annunciato il suo supporto alla legalizzazione della marijuana nella sua città.

La sua politica progressista parla anche di salario minimo, di ferie e malattie pagate. De Blasio “è un progressista deciso”, sostiene Spannaus, “vicino a Warren e Sanders”, sottolineando quanto il Sindaco newyorkese possa “vantare l’attuazione di un’agenda progressista, a differenza dei senatori democratici”. Nonostante questo, secondo un recente sondaggio della Quinnipiac University, solo il 5% dei newyorkesi pensa che de Blasio possa essere un ottimo Presidente.
Secondo Greco, “la sua scarsa popolarità, insieme all’alto numero di progressisti che si affacciano alle primarie democratiche, alimentano seri dubbi circa una sua possibilità di vittoria”. Concorde parzialmente il pensiero del giornalista americano, il quale ricorda che “De Blasio ha di fronte una corsa affollata alle presidenziali: in caso di candidatura non colmerebbe nessun vuoto, anzi, dovrebbe farsi strada tra la folla”.

Secondo un sondaggio “CNN” condotto in Iowa, per i democratici le istanze del candidato passano in secondo piano: per loro è più importante che sia in grado di battere Donald Trump. Se da una parte, Greco afferma che “le posizioni dell’ala di sinistra possono ottenere successo in reazione alla politica opposta di Trump”, dall’altra Spannaus ricorda come sia fondamentale “adottare istanze progressiste sui temi economici in modo da rispondere alle richieste della classe media o di quella meno abbiente, afflitte da un costo della vita alto”.

“De Blasio è visto come un buon esempio dall’ala progressista del Partito Democratico. Ha attuato politiche progressiste a New York, che non sarà come farlo a livello federale, ma è pur sempre un vantaggio sui agli altri candidati democratici”, ribadisce Spannaus, trovando resistenza nelle dichiarazioni di Greco, il quale manifesta preoccupazione “per la popolarità limitata del sindaco nella sua città, soprattutto se paragonata a quella del predecessore Bloomberg, dovuta anche alla permanenza di un’accentuata disuguaglianza sociale”.

Bill de Blasio non ha ancora ufficializzato la sua corsa, Spannaus crede che lui “voglia rimanere rilevante nella discussione democratica e, in uno stallo di questa corsa affollata, potrebbe inserirsi come alternativa. Anche se nei contenuti non sembra molto diverso dagli altri progressisti”.

Entrambi gli intervistati concordano sulla compattezza dei democratici riguardo le social issues statunitensi, “trainati negli ultimi mesi dalla figura di Nancy Pelosi, democratica e Presidente della Camera bassa del Congresso”, aggiunge Greco. Quest’ultimo prospetta un successo democratico nel caso di una campagna elettorale di difesa dai poteri finanziari, simile a quella che rese popolare Bernie Sanders nelle scorse presidenziali”. Ricordando, inoltre, “quanti consensi ha perso Donald Trump, in particolare tra i colletti blu e le fasce svantaggiate”.

Il Partito Democratico si presenta diverso dalle ultime elezioni presidenziali. “Senza una candidatura fissa come quella di Hillary Clinton, la competizione è alquanto aperta”, sostiene Greco, “l’ala centrista e i conservatori hanno perso progressivamente peso a favore dell’ala progressista, che fa riferimento a temi quali riforma sanitaria, regolazione finanziaria, disuguaglianza sociale, controllo delle armi, ambiente e immigrazione”. “Il Partito Democratico ha abbandonato il controllo top-down”, come lo definisce Spannaus, “delle ultime elezioni presidenziali. De Blasio può, quindi, inserirsi nella conversazione, deve però rimanere consapevole del duro lavoro che deve affrontare per costruire la campagna elettorale, che significa far confluire fundraisers, campaign managers, donors e così via”.

La discussione sulla riforma sanitaria rimane cruciale nelle prossime presidenziali”, ricorda Greco, “i candidati fanno perno sulla politica opposta di Trump. Non a caso candidate progressiste come Kamala Harris e Elizabeth Warren sono le più in vista. Donald Trump ha scarsissimo appeal elettorale tra gli ispanici e gli afroamericani; se le elezioni di metà mandato sono state così partecipate è in reazione alla sua Presidenza. Ora bisogna vedere se i nuovi candidati democratici saranno in grado o meno di fare il pieno di questi voti, come d’altronde fece Obama. Sono scettico su De Blasio, mentre le posizioni troppo a sinistra di Harris e Warren rischiano di avvantaggiare Trump, anche se l’ultima parola è degli elettori statunitensi”.

Il percorso democratico dopo la sconfitta del 2016 non è stata soddisfacente”, sostiene Spannaus, “sta migliorando ora con il tentativo di superare la divisione interna tra centristi e progressisti. Per i democratici è fondamentale unirsi attorno istanze progressiste in materia economica, ancora prima di unire nel voto le minoranze. Donald Trump non è riuscito a cambiare in profondità i meccanismi dell’economia finanziarizzata e non sta affrontando in modo abbastanza efficace i problemi della classe media americana. De Blasio, o il candidato democratico vincente alle primarie, dovrà puntare proprio su questi temi per conquistare la White House”.

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