sabato, Ottobre 24

Uruguay tra aumento salariale e recessione field_506ffb1d3dbe2

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A Montevideo tutto negli ultimi due anni assume una connotazione di urgenza impellente per evitare il disfacimento di un progetto politico che avuto quale suo fondatore una figura illustre come Pepe Mujica. Il suo successore, Tabaré Vázquez, ha sin da subito dovuto fare i conti con una situazione difficile sia in termini politici che economici. Dal punto di vista politico il Fronte Ampio, coalizione di maggioranza, ha iniziato ad evidenziare ogni suo limite a causa del difficile equilibrio tra liberismo e nazionalismo. Infatti se da un lato Montevideo ha inteso preservare il settore privato ed i suoi interessi in essere nel Paese, dall’altro, merito di Mujica, ha avviato diverse politiche assistenziali e di sviluppo per ridurre il divario tra classi sociali nel Paese. Maggiore istruzione, lotta alla povertà e alla criminalità, ma anche internazionalizzazione per attrarre capitali utili all’assorbimento della forza lavoro inoccupata. Visione internazionale aiutata proprio dalla minuta figura dell’ex presidente Tupamaros che con la sua dialettica è riuscito ad affascinare ed ammaliare l’opinione pubblica globale dando indirettamente al Paese quella visibilità planetaria che mancava da diversi anni o che fondamentalmente non aveva mai avuto.

Oggi però con il passaggio di consegne a Vázquez, l’Uruguay ha perso gran parte della propria ridondanza internazionale e si ritrova ad una ‘ordinaria’ amministrazione di Paese cuscinetto posto tra potenze regionali di non poco rilievo (Argentina e Brasile). Il Fronte Ampio si è riscoperto disorganizzato e soprattutto incapace di mantenere alta la notorietà acquisita dal Paese con Mujica. Molto viene addebitato a Vázquez, criticato per la poca visibilità pubblica nonostante la carica ricoperta. Ma tutto ciò cela una reale disorganizzazione partitica che arranca tra scandali e incertezze gestionali. Queste ultime si ricollegano con la difficile gestione economica di un Paese che ha smesso di crescere a causa di congetture internazionali che finiscono con il coinvolgere anche il Paese del Cono Sud. In primis la svalutazione del dollaro che ha ovvie ripercussioni in tutti i mercati e sull’export uruguayano. Meno potere d’acquisto statunitense vuol dire contrazione delle importazioni che ovviamente includono prodotti uruguayani.

Detto ciò anche la dimensione regionale non aiuta: il Mercosur discute sulla posizione venezuelana nell’organo e nel mentre Almagro (uruguayano) si schiera come presidente dell’OSA, contro il governo di Maduro. Ma se in questo caso sono relazioni diplomatica a soffrire gli accadimenti internazionali, da un approccio pragmatico si evince che l’insicurezza politica brasiliana e lo stallo economico dello stesso Paese carioca finiscono con l’intaccare le relazioni commerciali in Uruguay. Anche l’attitudine neoliberale di Buenos Aires non aiuta in quanto il governo di Macri sembra voler ridiscutere le relazioni regionali in essere con una forte propensione ad un partenariato più ad est che a nord. Nello specifico la strategia di Macri appare quella di un progressivo allineamento all’Alleanza del Pacifico a discapito di partnership poco condivise sul piano ideologico (parliamo soprattutto del Brasile lulista e del Venezuela chavista). L’Uruguay quindi vive con apprensione la situazione regionale e a farne le spese è proprio il settore privato che dal Paese porta all’esterno il proprio surplus produttivo. Tutto si ferma vertiginosamente e lo stesso Carlos Perera, presidente della Camera di Commercio, non nasconde il desiderio di alcune aziende di trasferirsi all’estero per sfuggire alla difficile situazione economica del Paese.

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