giovedì, Aprile 25

Uomini e animali, visionari e ribelli Drapetomania: quando l'anelito alla libertà era una malattia, per gli uomini 'neri', ieri, per i nonumani, oggi

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Drapetomania è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava. Vale, però, la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a un disturbo mentale, caratterizzato dall’insanodesiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente («…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…», diceva). Il tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era, appunto, quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di Cartwright, che al loro padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi….

«Se l’uomo bianco …. mantiene lo schiavo nella locazione che indicano le Sacre Scritture, ovvero la sottomissione, e se il suo padrone o sorvegliante è cortese con lui, ma senza condiscendenza, e allo stesso tempo soddisfa i suoi bisogni fisici e lo protegge dagli abusi, il negro rimarrà ammaliato e non fuggirà», scriveva in un surreale articolo intitolato ‘Relazione sulle malattie e le peculiarità fisiche della razza nera‘ pubblicato sul ‘New Orleans Medical and Surgical Journal‘, non proprio quindi sul giornalino parrocchiale.

Purtroppo non tutti i padroni erano dotati della necessaria sagacia: alcuni erano francamente un po’ troppo crudeli e non migliori si dimostravano altri, troppo familiari, troppo condiscendenti. Gli uni e gli altri diventavano responsabili dell’insorgere della malattia, che poteva fortunatamente essere scongiurata (quando segnali quali una certa rabbia e insoddisfazione ne avessero denunciato i prodromi) con una violenta dose di frustate preventive, o, con intervento più radicale, con la rimozione degli alluci, atta a risolvere definitivamente il problema rendendo impossibile la corsa allo schiavo visionario.

Una teoria del genere, per quanto delirante oggi ci appaia, non viene generata da una mente semplicemente malata, ma si sviluppa su una visione del mondo ad hoc: quella dell’illustre medico si era costruita su una rappresentazione deineri’, dei quali rimarcava, rispetto ai ‘bianchi’, non solo differenze nel colore della pelle, ma anche altre di tipo anatomico e fisiologico, nel cervello, nella bile, nel sangue. Differenze alla base della loro diversità e della loro condizione naturale di sottomissione, che, se debitamente accettata, poteva mantenere l’ordine naturale delle cose; se respinta, li portava a sentirsi imbronciati e insoddisfatti (!!!), stati d’animo che fortunatamente l’uomo bianco poteva contrastare alle prime avvisaglie dell’insano progetto, come già detto, facendo letteralmente uscire il malumore dal corpo dell’aspirante fuggitivo con adeguata fustigazione

La teoria, contrastata da buona parte della psichiatria ufficiale, fu ampiamente diffusa attraverso la stampa dell’articolo nel sud degli Stati Uniti, dove la guerra civile (1861-1865) sarebbe scoppiata alcuni anni più tardi e il XIII emendamento, che aboliva la schiavitù, sarebbe stato ratificato solo il 6 dicembre 1865: il brodo di cultura in cui il concetto di drapetomania ebbe modo di esprimersi era quindi quello di una società razzista e schiavista. Pleonastico sottolineare che il termine non abbia da molto tempo diritto di cittadinanza nella comunità scientifica, relegato nell’ambito del razzismo scientifico, che tanti abomini ha saputo produrre.

Ma ci sono elementi degni di riflessione, che debordano dai confini razzisti per entrare in altri a volte meno stagliati: in sintesi, si sta parlando di assoggettamento, reclusione e terribile sfruttamento di esseri viventi, dell’incontenibile spinta di alcuni di loro a sottrarvisi a qualunque costo, di repressione violenta, punitiva e feroce di tale anelito e, dulcis in fundo, del suo ingabbiamento in una categoria patologica, da definire anche nosograficamente grazie ad un termine che abbia la pretesa di spiegare tutto, evitando che venga dato spazio a riflessione, approfondimento, o magari anche ammirazione, stupore, empatia, o qualsivoglia altro rispecchiamento. Per altro, la storia della psichiatria attesta di quanto questa scienza abbia a volte assunto connotazione non curativa, ma repressiva, prestandosi tranquillamente, per esempio, a rinchiudere in quelle prigioni che erano i manicomi, matti, delinquenti e prostitute, tutti insieme, uniti dal comune denominatore della pericolosità sociale. Luoghi, i manicomi, dove soprattutto isolare il dissenso con l’aggravante di delegittimare dal punto di vista intellettivo ed etico i portatori di istanze non allineate al sistema.

La drapetomania, quale etichetta diagnostica con cui svilire e al tempo stesso reprimere dissenso e anelito di libertà, si insinua oggi, non come termine obsoleto e pressochè sconosciuto, ma nel significato di cui è portatrice, in tanti aspetti della vita umana e soprattutto in modo incontestabile nella vita dei nonumani, quelli a cui in tanti modi diversificati viene tolto ogni spazio di libertà, quelli che vengono sottoposti a sfruttamento e umiliazioni di intollerabile ferocia, a cui viene negata ogni espressione di una vita di relazione gratificante e autodeterminata: schiavi quindi a tutti gli effetti.
I luoghi dove questo genere di crimini è consumato sono eterogenei: a partire da quegli spazi di perdizione che sono gli allevamenti intensivi, passando da circhi e zoo, attraversando i laboratori di vivisezione, i maneggi, e altro ancora, tutte situazioni di detenzione per animali, destinati a un fine pena mai.

In moltissime di queste situazioni i nonumani, esattamente come gli schiavi, sono costretti ad una acquiescenza dettata dall’impossibilità fisica della ribellione o da una paura che è terrore, che immobilizza e pietrifica ogni azione, che annienta il movimento in virtù dell’inconscia spinta a scomparire, a non esserci per non subire. Ma da sempre esiste un fenomeno, che un tempo non veniva rilevato, ma che oggi, grazie ad un nuovo interesse dedicato ai nonumani, viene sempre più spesso posto sotto i riflettori. E’ quello degli animali che si ribellano, che trasformano oltraggi e mortificazioni in disobbedienza e rivolta. Nessun animale ne è escluso, come dimostra una ricca cronaca al riguardo.
Nella seconda parte di questo intervento, che sarà pubblicata domani, passeremo in rassegna proprio queste situazioni di nonumani ribelli e … visionari.

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