giovedì, Aprile 18

Un’ordinaria storia di giustizia (in)giusta Aumentano le detenzioni, i suicidi e i morti

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Una notizia a cui  non si e’ dedicata l’attenzione che merita. Accade che dopo undici anni d’istruttoria in primo grado, termini con l’assoluzione piena il processo in cui tre imputati sono accusati di aver violentato nel 2005 (vale a dire 13 anni fa) una bambina di sei anniloro parente, affetta da una patologia psichiatrica. La ‘macchina della giustizia’ resta ferma dal 2008 al 2018 per i continui cambi di collegio. «In un’udienza muta addirittura due volte», spiega l’avvocato difensore dei coniugi.
La storia del procedimento ha inizio nel 2005: i due uomini vengono arrestati (la moglie solo indagata) insieme alla madre della bimba, e al suo compagno. Quest’ultimo, ritenuto il principale responsabile, nel 2007 è condannato in abbreviato a sei anni di carcere, ormai scontati. I coniugi invece sono rinviati a giudizio con l’accusa di aver approfittato della piccola durante i fine settimana. Il dibattimento comincia nel 2007, con 14 udienze in due anni. Ma a fine 2008 cambia un giudice e l’istruttoria s’impantana fino al 2018. In quattro udienze il processo si chiude. La coppia è assolta. Forse, chissà il ministro della Giustizia potrebbe cercare di capire come sia potuto accadere quello che è accaduto. Forse chissà i tanti leader della politica così pronta a intervenire su tutto potrebbero dirci perchè può accadere quello che e’ accaduto.

Più in generale: le presenze negli istituti di pena aumentano in misura esponenziale. Secondo un dossier curato dal Partito Radicale, almeno diecimila reclusi in più. E ancora suicidi. Nel carcere don Bosco di Pisa un detenuto torna in cella dall’infermeria, e si impicca. Il compagno di cella e’ in bagno e non se ne accorge subito. Ogni tentativo di rianimazione è vano. Il suicida era in custodia cautelare dal 7 novembre, in attesa di giudizio per il reato di spaccio. È il terzo suicidio dell’anno in un istituto toscano.
Nelle stesse ore, un altro detenuto si uccide nel penitenziario di Catania. Siamo a quota 64: il dato più alto da anni (negli ultimi cinque, il picco era stato di 52 nel 2017). Non solo: nel 2018, le morti in carcere per altre cause sono state 74, per un totale di 135.
Un segnale estremo della situazione, giorno dopo giorno sempre più allarmante. Ci sono cause storiche, come l’inadeguatezza strutturale di molti istituti di pena; la fragilità di tanti detenuti; la poca assistenza fornita; la carenza di formazione; tra i fattori ‘scatenanti’ il disagio,  l’aumento di presenze: 60.002 a fine novembre, a fronte di 50.583 posti regolamentari: un sovraffollamento, dunque, del 118,6 per cento.
Quel dato sale, se si tiene conto del fatto che, fonti del ministero della Giustizia, ci sono almeno 4.600 posti inagibili;  il sovraffollamento così sale  al 130,4 per cento. Le punte più alte a Taranto: 306 posti, stipati 609 detenuti; Busto Arsizio (+187,5 per cento) e Como (+185,7 per cento).

Questi dati li ricaviamo da un dossier curato dal Partito Radicale: 26 pagine di cifre e comparazioni che nei prossimi giorni sarà inviato al   Consiglio d’Europa e alla Corte europea per i diritti dell’uomo.
«Alcuni istituti sono talmente affollati che ciò, sommato ad altri problemi, genera depressione e altre conseguenze», sostiene Mauro Palma, Garante nazionale per i diritti delle persone private di libertà. «Nelle nostre visite, abbiamo riscontrato peggioramenti in istituti come Sollicciano, Como o Bolzano, dove servono lavori urgenti». Secondo Rita Bernardini, della presidenza del Partito Radicale «le misure prese dallo Stato italiano dallasentenza Torreggiani‘ a oggi, non sono state in grado di affrontare in modo strutturale il problema del sovraffollamento. Negli ultimi tre anni la popolazione è tornata ad aumentare, dagli oltre 52mila del 2015 ai 60mila odierni. Con una sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone detenute, costrette a vivere in ambienti insalubri e fatiscenti, private del diritto alla salute o agli affetti familiari».

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