lunedì, Ottobre 26

Uno spezzatino per affondare sempre più Alitalia Alitalia è uno dei peggiori esempi di come si conduce una compagnia aerea. Giuseppe Leogrande ha definito univocamente un piano industriale con spezzatino e cassa integrazione

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Se volessimo mettere in fila le bad practice (eufemismo inglese di un termine più adeguato, ‘porcata’) degli affari italiani potremmo serenamente indicare la nostra Alitalia come uno dei peggiori esempi di come si conduce un’azienda. Sono anni che sono costretto ripeterlo, bastino gli articoli di archivio che trovate in chiusura.
L’ultima trovata dell’ultimo dei pretoriani messo alla guida della compagnia italiana è riavviare la flotta con 92 aerei, per connettere il Paese al suo interno e con i mercati internazionali ed intercontinentali.
È quanto si legge in una nota sindacale in cui si ravvede tutto il rammarico dei rappresentanti dei lavoratori, che sostengono quanto sia dannoso aver evitato una preventiva condivisione del piano con la parte sociale.

Ma così è. L’avvocato Giuseppe Leogrande, commissario di Alitalia, esperto di diritto fallimentare e con una sola esperienza in campo di aviazione civile in Blue Panorama Airlines, ha definito univocamente un piano industriale che in genere significa sangue, sudore e lacrime- con un pacchetto preconfezionato di azioni spezzatino che tendono a frammentare le attività essenziali di un vettore aereo e di mandare personale in cassa integrazione.

Non ci basterebbe un tomo di enciclopedia Treccani per raccontare quanta prosopopea e quanta ignoranza ha vissuto il trasporto aereo italiano, che già dai tempi di Umberto Nordio iniziava a zoppicare, incapace di adeguarsi ai nuovi modelli di marcato, difesa da vergognose politiche protezionistiche di un Parlamento che votava con le leggi l’architettura tariffaria dei collegamenti.
E nonostante le insulse propagande di una compagnia incapace di fare il suo dovere, ovvero di trasportare i cittadini, i turisti, gli uomini e
le donne d’affari, nella necessità complessiva di generare ricchezza del Paese, si è continuato a sprecare un patrimonio con una pennellata di italianità che non aveva nessuna base ragionevole.
Basti solo ricordare che quando fu introdotto l’unico aereo di manifattura italiana, piloti e personale si scatenarono contro un prodotto che poi è stato un successo commerciale in tutto il mondo.

Abbiamo visto campagne immonde, governanti incapaci di risparmiare i soldi pubblici ma generosi nel dare incarico a una serie di figuri che hanno saputo solo intascare i compensi di insuccessi, senza aver mai avuto la capacità e la competenza di risanare l’impresa.
I ‘capitani coraggiosi’. Coraggiosi di raccontar frottole!

Ora si tenta questa nuova carta. L’ultima gestione commissariale ha in mente di isolare le attività di handling e di mettere i suoi 3.000 lavoratori in una bad company. Ovvero, di collocare in un ambiente da accoppare finanziariamente quei servizi paralleli alla gestione della compagnia, destinati all’assistenza a terra degli aeromobili e delle persone trasportate -sono, per esser chiari, servizi necessari ed accessori all’esercizio del trasporto aereo che comportano l’utilizzo delle strutture degli aeroporti.

Sin qui le notizie e difficilmente possiamo incolpare il coronavirus anche di questo ulteriore passaggio. Oggi le compagnie di tutto il mondo tengono a terra le loro macchine con il 90% del traffico aereo al collasso, una perdita stimata di quasi di sette milioni di posti di lavoro e un impatto negativo sul pil europeo di 452 miliardi di dollari. La Iata (Associazione Internazionale del Trasporto Aereo) ha valutato la potenziale perdita di ricavi in 89 miliardi di dollari.

Perché Alitalia non si pianga addosso e non faccia sentire gli italiani colpevoli di non volare -ricordiamo lo slogan ‘vi voliamo bene’?- diamo qualche cifra tutta europea. Per il Regno Unito ci sono 140 milioni di passeggeri in meno, con una perdita di 26,1 miliardi di dollari di ricavi e 661.200 posti di lavoro a rischio. Per la Spagna, 114 milioni di passeggeri in meno, 15,5 miliardi di dollari di perdite e 901.300 posti di lavoro a rischio. Per la Germania, la Iata ha stimato 103 milioni di passeggeri in meno, 17,9 miliardi di dollari di ricavi in meno e 483.600 posti di lavoro a rischio. Per la Francia, 80 milioni di passeggeri in meno, con 14,3 miliardi di dollari di perdite e 392.500 posti di lavoro a rischio.
Per l’Italia i conti parlano di 83 milioni di passeggeri in meno, con una perdita di ricavi di 11,5 miliardi di dollari, 310.400 posti di lavoro a rischio e 21,1 miliardi di dollari di contributo all’economia italiana.

Il momento è drammatico e così pure le idee che ne emergono. Perché ora vanno affrontati altre situazioni, quali il distanziamento sociale anche a bordo con immancabile perdita di produttività. Servono quindi soluzioni al pari della crisi.
E il menù dello spezzatino vorremmo vederlo sulle nostre tavole domenicali, non alle spese di un Paese che ancora una volta si lascia incantare dalla compagnia italiana e dalle chiacchiere senza confronto.

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