giovedì, Ottobre 29

Unioni di fatto: contratti di convivenza field_506ffb1d3dbe2

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convivenza

 

L’Italia resta ancora al palo per quanto riguarda il riconoscimento giuridico delle coppie e le famiglie di fatto, anche se le persone che decidono di stare insieme e avere figli senza sposarsi sono sempre di più e risultano essere raddoppiate dal 2007, quando se ne contavano 500 mila, ad oggi che sono circa 1 milione. Un passo avanti, per colmare un vuoto normativo che stenta ad essere riempito, è stato fatto dal Consiglio Nazionale del Notariato che, secondo le norme previste dalla legge, stipula, dal 2 dicembre, i contratti di convivenza. Veri e propri atti notarili che hanno lo scopo di regolare gli aspetti patrimoniali di chi vive more uxorio. I contratti di convivenza potranno essere stipulati in tutti gli studi notarili e con essi potranno essere definite le regole dell’assetto patrimoniale dell’unione di fatto, dai criteri di partecipazione alle spese comuni a quelli di attribuzione delle proprietà dei beni acquistati, dalla definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza alle clausole per i figli e per la definizione dei rapporti patrimoniali sul loro mantenimento e la loro istruzione.

Il contratto di convivenza può rappresentare una buona soluzione per le tante coppie che, anche per via della crisi economica, non possono permettersi di sposarsi, ma che possono avere così alcune tutele giuridiche che lo Stato ancora non riconosce pienamente a chi non viene dichiarato marito e moglie. Un patto scritto nero su bianco sul quale vengono predisposte le sorti e le garanzie sugli aspetti economici e patrimoniali di una famiglia o di una coppia di fatto, senza l’imposizione della fedeltà coniugale prevista dal matrimonio.

Alessandra Mascellaro, componente del gruppo scientifico Contratti di Convivenza e membro del Consiglio Nazionale del Notariato, spiega nel dettaglio alcuni punti di questo tipo di contratto.

 

Dottoressa Mascellaro, che cosa sono i contratti di convivenza?
Sono veri e propri contratti conclusi da due soggetti legati da un vincolo affettivo stabile e duraturo ma non uniti in matrimonio o perché privi della possibilità di sposarsi (omosessuali o persone già sposate per le quali non sia ancora intervenuta sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio) o perché intenzionati a non soggiacere al vincolo matrimoniale.

A cosa servono?
La finalità è quella di disciplinare i più importanti aspetti economico-patrimoniali del rapporto di convivenza. Pertanto i partner potranno accordarsi per dividere le spese derivanti dalla vita in comune (per esempio, quelle relative al mantenimento dell’abitazione, le spese condominiali, le imposte etc.) oppure per stabilire a chi dei due spetterà un certo bene acquistato durante la convivenza. I conviventi possono anche prevedere, nel caso di cessazione del rapporto, come dividere tra loro i beni acquistati nel corso della convivenza, a chi attribuire la casa adibita a (ex) residenza comune. Non potranno invece in alcun modo regolare aspetti di carattere personale: più precisamente non è possibile per i partner imporre un obbligo di coabitazione, di fedeltà o di procreazione.

Quali sono le caratteristiche più innovative e importanti di questo tipo di contratti?
L’elemento caratterizzante di questi contratti è la loro funzione sostanzialmente programmatica e di pianificazione: in altri termini, le parti non si limitano a un mero spostamento di ricchezza mediante una ridistribuzione patrimoniale, come potrebbe accadere, per esempio, con una donazione. La regolamentazione è più complessa perché, appunto, pianifica la convivenza e le conseguenze della sua cessazione.

I contratti di convivenza sono già stati adottati da altri Paesi?
Nell’ambito dell’Unione Europea manca una disciplina unitaria. A livello di singolo ordinamento nazionale, ci sono alcuni Paesi che riconoscono le unioni civili, come per esempio la Grecia, la Finlandia, la Germania, l’Austria e la Svizzera, e ci sono Stati che indifferentemente ammettono il matrimonio e la convivenza sia per coppie eterosessuali che dello stesso sesso, come, per esempio, il Belgio o i Paesi Bassi, oppure ancora Stati che non riconoscono la convivenza, come l’Italia, la Danimarca, la Svezia, l’Islanda e la Norvegia.

I contratti di convivenza possono essere considerati come una prima forma di riconoscimento delle coppie di fatto?
No. La convivenza more uxorio resta una fattispecie non disciplinata dall’ordinamento giuridico. Il notariato ha cercato di colmare una lacuna normativa utilizzando gli strumenti contrattuali già presenti nel nostro ordinamento. L’intento è quello di permettere a ciascuna coppia, nei limiti consentiti dall’ordinamento, di soddisfare le proprie istanze di tutela mediante un contratto costruito ad hoc, sulla base degli specifici bisogni dei conviventi e della situazione concreta che intendono regolamentare.

Si possono applicare anche alle coppie omosessuali?
Sì, perché anche la coppia omosessuale, costituendo, unitamente alla coppia eterosessuale, una ‘formazione sociale’ garantita dall’art. 2 della Costituzione, è meritevole di tutela. L’unico limite che forse si può individuare è che la stipula dei contratti di convivenza deve avvenire tra persone di stato libero o legalmente separate: non rileva invece la circostanza che la coppia sia costituita da persone di sesso uguale o diverso.

Nella società di oggi e con questa forma di riconoscimento, è probabile che aumenti il numero delle famiglie di fatto?
Nonostante la mancanza di una legge in materia, è probabile un futuro aumento del numero delle convivenze. Del resto le famiglie di fatto sono già in crescita da qualche anno e, come ha mostrato l’Istat in un rapporto del 2011, complice anche la crisi economica, sono pressoché raddoppiate a partire dal 2007 passando da 500 mila a 972 mila.

Quali conseguenze economiche può avere questo tipo di contratto per le famiglie e per lo Stato?
I costi per la stipula del contratto di convivenza dipenderanno sia dal contenuto delle pattuizioni sia dalla complessità del regolamento negoziale prescelto. Naturalmente sui costi inciderà l’imposizione fiscale, laddove, per esempio, i partner decideranno di dividere tra loro o attribuirsi diritti reali immobiliari.

 

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