lunedì, Maggio 27

UNIFIL: perché l’Italia è in Libano

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La recente inchiesta de ‘El Pais’ sui presunti traffici illegali di generi alimentari nei quali sarebbero coinvolti i militari italiani impegnati nella missione ONU UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), a prescindere dalla veridicità o meno delle accuse dei giornalisti spagnoli, ha contribuito a far nuovamente parlare di una delle missioni internazionali più importanti e complesse alla quale il nostro Paese sta partecipando. Dell’Operazione Leonte’ (questo è il nome della missione italiana, nello specifico) si parla pochissimo, nonostante forse sia una delle missioni ONU più riuscite nella storia recente e per lo più a guida italiana. I sospetti del quotidiano spagnolo non rendono giustizia ad un impegno italiano che dovrebbe in realtà essere citato e preso a modello da molte missioni internazionali di peacekeeping, in una regione così vicina e per noi così strategicamente importante come il Libano, un Paese situato, al momento, in una delle regioni geopoliticamente più instabili e ‘calde’ del mondo. Il rilievo della missione nel quadro della nostra politica estera è comunque tuttora riconosciuto dalle autorità politiche come testimoniato dalla recente visita a sorpresa del 13 maggio al contingente italiano del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella accompagnato dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti, seguita dall’attuale missione in Libano del sottosegretario italiano agli Affari esteri e cooperazione internazionale Vincenzo Amendola. Entrambi hanno sottolineato l’importanza e l’efficacia dell’impegno italiano, una presenza fondamentale in un Paese ben lungi dall’essere pacificato e sotto la continua minaccia di un’escalation destabilizzate a livello politico e sociale, una condizione che s’inserisce in una zona già estremamente ‘esplosiva’.

La missione UNIFIL nasce in realtà nell’ormai lontano 1978 con la Risoluzione 425 delle Nazioni Unite a seguito dell’invasione del Libano da parte di Israele. Compito della missione era quello di proteggere la popolazione civile dagli attacchi di artiglieria provenienti da entrambe le parti e vigilare sull’effettivo ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati. Nel giugno 1982, dopo un intenso scambio di fuoco nel Libano meridionale e attraverso il confine israeliano-libanese, Israele invase nuovamente il Libano, raggiungendo i sobborghi di Beirut. Per tre anni, UNIFIL rimase dietro le linee di Israele, con il suo ruolo limitato a fornire il più possibile protezione e assistenza umanitaria alla popolazione locale. È in questa occasione che l’Italia partecipa attivamente per la prima volta con la missione ITALCON, contribuendo in maniera massiccia all’invio di truppe insieme a Stati Uniti e Francia. Tuttavia, a causa del debole mandato del Consiglio di Sicurezza e delle sue divisioni interne, la missione non ebbe mai una vera e propria efficacia, lasciando mano libera alle truppe israeliane nell’occupazione del territorio libanese e alle milizie sciite di Hezbollah di perseguire nella sua guerriglia contro le forze di Tel Aviv. Si arrivò così al 23 ottobre 1983, quando un duplice attentato dinamitardo da parte di Hezbollah alle basi deli caschi blu causò la morte di 241 marines statunitensi e 56 soldati francesi. Questo causò il ritiro pochi mesi dopo delle truppe di pace, lasciando il Libano in una strisciante guerra civile. Solamente nel 2000 Israele annunciò che avrebbe ritirato le sue truppe dal Paese, rispettando la cosiddetta ‘Blue Line’, il confine stabilito dalle Nazioni Unite fra i due Paesi con il contestuale ritorno della supervisione delle truppe UNIFIL.

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