sabato, Giugno 6

Ungheria, Visegrád… (Italia?) L'Italia può diventare il quinto Paese di Visegrád? Ne parliamo con Matteo Villa (ISPI)

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La nuova vittoria di Viktor Mihály Orbán, riconfermato Primo Ministro nelle ultime elezioni ungheresi con quali il 50% dei consensi, non è che l’ennesima riprova della deriva nazionalista che, da alcuni anni a questa parte, sta prendendo piede all’interno dell’Unione Europea.

Alla guida del Paese per la prima volta nel 2010, Orbán ha fatto parlare di sé soprattutto per i muri di filo spinato eretti per impedire il transito dei migranti oltre i confini ungheresi e per la dura opposizione alle politiche UE. La sua retorica nazionalista, che mischia suggestioni religiose e razziali, ha fatto presa su una buona fetta della popolazione magiara, tanto da far apparire il Primo Ministro ungherese come il perfetto esempio di quella Destra populista e xenofoba che sta acquisendo sempre nuovi consensi nel Vecchio Continente. Nonostante l’Ungheria sia un Paese piuttosto piccolo, la riconferma di Orbán e del suo Fidesz – Magyar Polgári Szövetség (Fidesz – Unione Civica Ungherese), sembrerebbe porre Budapest sempre più saldamente alla guida del Gruppo di Visegrád, l’unione dei quattro Paesi dell’Europa centro-orientale che, durante la Guerra Fredda, facevano parte del Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e, appunto, Ungheria; tutti Paesi che, da alcuni anni, sono guidati da Governi che possono essere definiti populisti.

La sfida alla UE, però, non riguarda solo il Gruppo di Visegrád: un Governo populista è presente anche in Austria, dove il Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ: Partito della Libertà Austriaco) è entrato nel Governo Kurz.

Inoltre, in molti altri Paesi della UE, i movimenti populisti, seppure fino ad ora hanno mancato l’obiettivo della vittoria elettorale, continuano ad ottenere consensi sempre maggiori: è il caso del Partij voor de Vrijheid (POV: Partito per la Libertà) in Olanda, di Alternative für Deutschland (AfD: Alternativa per la Germania) in Germania e del Front National (FN: Fronte Nazionale) in Francia. Per finire, ci sono le spinte centrifughe che, in nome di vecchie identità, richiedono secessioni interne ai Paesi o rispetto alla stessa UE: è il caso della Gran Bretagna, che ha deciso di staccarsi dall’Unione, e della Catalogna, in cui la popolazione è spaccata quasi a metà tra chi vuole l’indipendenza e che, invece, vorrebbe restare a far parte della Spagna.

Alla lista di Paesi in cui si assiste ad una deriva populista si è aggiunta, dopo le ultime elezioni, anche l’Italia. I grandi vincitori della tornata elettorale italiana, infatti, sono stati la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, entrambi movimenti che non sono certo noti per le loro posizioni europeiste.

Come si potrebbero porre i movimenti populisti italiani rispetto alla nuova vittoria di Orbán?

La Lega di Matteo Salvini, assieme agli alleati Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ha sempre espresso forte apprezzamento per il Primo Ministro ungherese, tanto che la Meloni si è recata a Budapest per un incontro e che Salvini lo ha indicato come uno dei suoi due modelli (oltre al Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump… sembra già passata, quindi, l’infatuazione per Marine Le Pen del FN francese). Il problema per Lega e FdI sta nella coalizione di Centro-Destra di cui fanno parte assieme a Forza Italia: il partito di Silvio Berlusconi, infatti, seppure ha avuto a tratti un rapporto ambiguo con la UE, ha sempre tentato di mantenere la porte aperte a Bruxelles.

Per quanto riguarda i grillini, invece, la situazione è ancora più complessa. Il rapporto del movimento con la UE è estremamente ambiguo e ha visto, nel corso del tempo, oscillazioni tanto vistose quanto repentine. Un esempio evidente è la reazione alla notizia della vittoria di Orbán: mentre i vertici politici hanno pressoché ignorato la cosa, sul blog del movimento è uscito un posto in cui si esaltavano i risultati ottenuti, negli ultimi anni, dal Primo Ministro ungherese.

Dunque, mentre in Italia vanno avanti le manovre per la formazione del prossimo Governo e leghisti e grillini cercano di trovare un accordo che soddisfi entrambi, si pone la questione del rapporto che il nuovo Governo di Roma, che non potrà prescindere da almeno uno dei due gruppi populisti nostrani, avrà con Budapest.

Per tentare di chiarire la questione, abbiamo parlato con Matteo Villa, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ed esperto di politica europea.

 

Quali ripercussioni avrà, nell’ambito dei rapporti interni all’Unione Europea, la forte conferma ottenuta da Viktor Orbán nelle elezioni ungheresi?

Io credo che ne avrà abbastanza poche e soprattutto simboliche. Bisogna contestualizzare il ruolo dell’Ungheria nell’Unione Europea.

Per prima cosa, la conferma di Orbán è un simbolo: nel 2010, quando è stato eletto per la prima volta, era considerato una pecora nera, isolato ed isolabile; l’Ungheria era uno dei pochi Paesi che avessero virato a Destra, un caso strano di Paese che era entrato nella NATO e nell’Unione Europea e che, dopo la crisi economica, aveva subito cambiato idea. Adesso non è più così: Orbán è considerato il precursore di quello che il passaggio verso il nazional-populismo di alcuni Paesi europei e, comunque, verso l’ascesa di alcuni partiti nazional-populisti in Europa (che arrivino al Governo oppure, molto più spesso, no). In questo senso, dal punto di vista simbolico, Orbán si pone all’interno di una tendenza che ha, in parte, creato lui nel 2010 e che adesso lo rende perfettamente in linea con altri Governi. Un altro esempio tipico è l’Austria, in cui lo FPÖ, il partito che era di Jörg Haider e che ai tempi era stato ancor più un precursore, dato che aveva vinto nel 2000 ed era stato isolato all’interno dell’Unione Europea, adesso è tranquillamente al Governo del Paese, senza ricevere alcuna forma di isolamento dalle istituzioni comunitarie. Dal punto di vista simbolico, quindi, questo ha l’effetto di minare ancor di più l’unità sovranazionale dell’Unione Europea e di far pensare che si ritornerà di nuovo all’Europa degli Stati.

Detto questo, però, l’Ungheria è un Paese piccolo e, se non ci fosse questa sorta di tendenza degli altri Paesi ad andare in direzione di questo nazional-populismo, non sarebbe un problema: se non ci fossero gli altri, l’Ungheria resterebbe isolata.

Possiamo dire che l’Ungheria rafforzi il proprio ruolo di guida del Gruppo di Visegrád?

Il Gruppo di Visegrád è sempre stato molto poco coeso. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria si erano unite nel Gruppo di Visegrád per fare il proprio ingresso nell’Unione Europea e nella NATO, quindi per andare verso l’Europa e verso ‘occidente’. In seguito il Gruppo ha cambiato la propria posizione e, in questo senso, è stata soprattutto la questione dei migranti che ha compattato i quattro Paesi dell’Est Europa creando una forte convergenza. L’Ungheria, dal punto di vista della questione migratoria, trova sicuramente sponda sugli altri Paesi di Visegrád; l’altra grande sponda sta nel fatto che la Polonia, che è sia demograficamente che economicamente il più grande Paese del Gruppo di Visegrád (quaranta milioni di abitanti), ha bisogno dell’Ungheria per non restare isolata di fronte alla Procedura di Infrazione in corso: forse questa Procedura di Infrazione si chiuderà tra poco, ma, nel frattempo, la Polonia è stata isolata e presa di mira dagli altri Paesi europei perché ha iniziato a cambiare le regole sulla Corte Costituzionale.

Da questo punto di vista, la Polonia ha bisogna dell’Ungheria ma, da un altro, però, ne è molto timorosa, ovvero dal punto di vista dei rapporti con la Russia: l’Ungheria guada al Presidente russo, Vladimir Putin, come ad un esempio di ‘democrazia illiberale’ (il concetto di cui si è fatto portatore Orbán quando ha iniziato a prendere maggiore controllo dei media); la Polonia, invece, ha ancora molto timore della Russia e non la prende certo come un esempio (addirittura il Presidente polacco, Jarosław Kaczyński, ritiene Putin responsabile della morte del suo fratello gemello, Bronisław, il cui aereo precipitò proprio mentre stava andando in Russia). L’Ungheria, quindi, non riuscirà mai a guidare un Gruppo di Visegrád così poco coeso, soprattutto dal punto di vista dei rapporti con la Russia. Se mai ci fossero altri problemi dal punto di vista dei migranti, il Gruppo di Visegrád si ricompatterebbe e l’Ungheria sarebbe sicuramente uno dei Paesi alla guida, ricordiamoci comunque che si tratta di una gruppo piccolo: può certamente bloccare le politiche dell’Unione Europea, può fare delle cause alla Corte di Giustizia Europea, ma, se non ci fosse stato questo effetto di contagio populista da parte di altri Paesi (spesso considerati accoglienti, come la Germania e la Svezia), non ci sarebbe un grande problema. Da questo punto di vista, invece, il Gruppo di Visegrád può certamente opporsi ad una maggior condivisione di competenze a livello europeo, soprattutto in un momento in cui si pensa a rivisitare i Trattati, perché per rivisitare i Trattati si deve ottenere l’unanimità.

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