giovedì, Ottobre 22

Una vita per l’Opera Giulio Gatti Casazza: dal “Time” a “Tom e Jerry”. Autobiografia di un manager di sogni

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Giulio Gatti Casazza

“Il teatro d’opera è come la politica: tutti si considerano in grado

di avere un’opinione  e si sentono in diritto di esprimerla”

Giulio Gatti Casazza: Memories of the Opera

Eccita fortemente la nostra curiosità conoscere i racconti, gli aneddoti, le storie, gli avvenimenti dalla voce di chi ha avuto la fortuna di viverli e di condividerli, di chi era presente, di chi ha partecipato ad essi. Soprattutto se si tratta di racconti che vedevano la presenza di personaggi del calibro di Verdi, Puccini, Mascagni, Boito, Strauss, Debussy, Toscanini, Caruso e di tutti gli autori ed interpreti che hanno fatto grande il teatro d’Opera tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento!

Protagonista in prima persona di tali racconti non è uno degli artisti citati, ma qualcuno che con loro ha avuto la fortuna di lavorare a stretto contatto, per il ruolo ricoperto nei tre teatri dei quali è stato quello che oggi verrebbe chiamato sovrintendente. Se poi di questi tre teatri, oltre a quello di Ferrara, uno è la Scala e l’altro è il Metropolitan di  New York, molte cose si chiarificano.

Parliamo di Giulio Gatti Casazza che dalla natia Ferrara, dove poco più che ventenne prese in mano il teatro locale, approdò alla Scala e, successivamente al Metropolitan. Su di lui è uscito un bel libro, “Una vita per l’Opera” di Alberto Triola (Zecchini Editore, 33 euro), nel quale sono contenute anche le “Memories of the Opera”, l’autobiografia di Gatti Casazza, per la prima volta tradotta in italiano, e l’epistolario che intrattenne con il suo amico bibliotecario della biblioteca civica ferrarese, Giuseppe Agnelli, per molti degli anni che lo videro protagonista a New York (epistolario preziosissimo perché da esso apprendiamo umori ed opinioni che certo non  potevano essere espresse ufficialmente), il tutto preceduto da un profilo storico-critico che riassume la vicenda umana e professionale di Gatti Casazza.

Il suo nome raggiunse una straordinaria popolarità in quei 27 anni (dal 1908 al ’35) durante i quali guidò il massimo teatro d’opera newyorkese, entrando nelle cronache mondane con la stessa notorietà dei divi da lui scritturati o delle opere che faceva mettere in scena. Basti dire che, oltre agli innumerevoli articoli su vari giornali, “Time” gli dedicò ben due copertine, poté vantare un’apparizione nel film “The great Caruso”ed una lunga imitazione da parte del “gatto” addirittura nei cartoni di “Tom e Jerry”!

Il suo grande merito si estrinsecò nel passaggio da una gestione dei teatri che mirava essenzialmente agli utili, come avveniva per la prassi consolidata delle stagioni d’opera affidate agli impresari privati, ad una gestione in senso moderno, per la quale era indispensabile reperire le risorse necessarie alla vita delle istituzioni ma senza dover mirare al profitto, conciliando le necessità dell’arte con quelle della cassa. Ciononostante il Nostro riuscì ad accumulare per il Met addirittura un tesoretto di un milione di dollari che consentì di scongiurare la chiusura del Teatro nei primi anni Trenta, quelli della grande depressione.

Figlio di un notabile ferrarese, direttore del locale teatro, quando il padre divenne senatore (era stato uno dei Mille e compagno d’armi del padre di Toscanini) ne ereditò il ruolo e la passione, nonostante fosse un ingegnere navale, e guidò quel teatro per un quinquennio. Successivamente, per le capacità dimostrate fu chiamato alla Scala insieme a Toscanini, e vi restò per circa dieci anni. Il decennio alla Scala è importante perché si riapriva il Teatro dopo la chiusura determinata dalla mancanza di contributi da parte del comune di Milano, dovuta alla volontà di Turati che non voleva si spendessero soldi pubblici per uno spettacolo che era frequentato soprattutto dalle classi medie e alte: miopia politica perché già da allora il Teatro rappresentava un elemento fondamentale per le attività commerciali della città, grazie al significativo indotto determinato.

In questo periodo (che arriva al 1909) in cui il Teatro milanese ospitò anche alcune importanti prime come quella di Butterfly  o quelle della Salome o del Pelleas, la sua fama di abile amministratore teatrale iniziò a consolidarsi e fu, pertanto, chiamato a dirigere il Metropolitan ancora in tandem con Toscanini: senza sapere una parola di inglese si imbarcò per New York su uno di quegli eleganti piroscafi della “Belle Époque” che solcavano l’Atlantico, facendo la spola tra l’Europa e l’America.

Al Metropolitan avrebbe trasferito le esperienze di gestione accumulate nel decennio in cui aveva guidato la Scala, continuando ancora a collaborare con Toscanini fino al 1915, quando il maestro di Parma decise di tornare in Italia, indicando nella divergenza di opinioni con Gatti Casazza, la causa dell’interruzione del suo rapporto con il Met (ma sappiamo che non è così e che molte erano le ragioni: la guerra, la fine della sua relazione con la cantante Geraldine Farrar, valutazioni di ordine professionale ed altro).

La sua notorietà “americana” è legata ad una stagione d’oro della storia dell’Opera, che vide un numero eccezionale di produzioni (tra cui numerose “prime” come quelle pucciniane del Trittico e della Fanciulla del West) con una qualità delle stesse e degli interpreti mai più eguagliata. Quando Gatti arrivò a New York, Caruso era il principe dei tenori, ma durante la sua permanenza approdarono al Met personaggi del calibro di Gigli, Chaliapin, la Ponselle, De Luca o Kirsten Flagstad (che portò una rinnovata attenzione per l’opera wagneriana e nuovi grandi introiti per il Teatro) tanto per citarne alcuni.

Tra i tanti meriti va ricordato anche che fu Gatti Casazza a favorire e far realizzare la prima trasmissione radiofonica di un opera lirica, che tanto determinò per la diffusione della cultura melodrammatica: era il Natale del 1931 (l’opera era Hänsel e Gretel di Humperdinck).

La creazione di un patrimonio di scenografie curate da grandi pittori; una programmazione cospicua e vastissima, attenta alle richieste del pubblico ma senza scadere nella banalità, anzi proponendo opere nuove e di compositori locali; la presenza costante di grandi artisti senza divenire schiavi dello star system; l’occhio sempre attento ai risultati del botteghino: insomma efficienza ed autosufficienza che consentirono, forse per la prima volta nella storia dell’Opera, di realizzare un utile nella gestione senza aver usufruito del benché minimo contributo pubblico. Possiamo dire che l’attività di Gatti Casazza rappresentò la vera incarnazione del principio dell’attività teatrale considerata quale servizio pubblico (servizio culturale) nonostante di risorse pubbliche non ce ne fossero affatto.

Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia oggi, epoca in cui la richiesta di sovvenzioni aumenta costantemente, la produzione si assottiglia, un divismo artificioso impera, la regia è diventata più importante della musica e dei protagonisti, le scenografie non vengono più riutilizzate né noleggiate (anzi presto distrutte con la scusa della mancanza di spazi per lo stoccaggio), privilegiando la “costosa” costruzione di nuove scene. Questa è l’epoca in cui la disattenzione alle richieste del pubblico è totale e l’indifferenza alle necessità del botteghino è completa. Forse non è così difficile capire dove si sta sbagliando, basterebbe leggere con attenzione l’autobiografia di qualche vecchio, bravo sovrintendente…

 

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