sabato, Agosto 8

Una stagione imprevedibile

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catalogna indipendente

Artur Mas, e la Catalogna con lui, si trovano ora dove avevamo scritto due settimane fa: nella terra di nessuno. Il luogo in cui si sapeva si sarebbero trovati dal giorno in cui, era il 12 Dicembre del 2013, il President della Generalitat e un’ampia maggioranza parlamentare e politica fissarono la data del referendum: 9 Novembre 2014. Ma quel referendum è stato ora sospeso, su ricorso del governo centrale, per decisione del Tribunale Costituzionale. E Artur Mas, e il fronte che con lui non si è rassegnato all’idea che tra poco più di un mese i catalani non votino, cerca soluzioni all’impasse, in questa guerra di nervi, all’insegna del reciproco logoramento, fatta di ambiguità politiche e gargarismi giuridici.

I bizantinismi della politica catalana ricordano infatti sempre di più quelli della politica italiana. Sono percorsi tortuosi da seguire, se non si vuole perdere il filo di una vicenda che si appella insieme alla volontà di una maggioranza democratica e al rispetto della legge: una vicenda in cui anche il tempo fa la sua parte, e i commi, e gli articoli, e le virgole delle norme o delle sentenze possono cambiare tutto.

Il 19 Settembre il Parlament de Catalunya approva la llei de consultes: una legge che regola le consultazioni non vincolanti indette dall’ente regionale, la Generalitat. Tale norma si applica anche a referendum consultivi che interessino questioni di integrità territoriale. Quello su cui appunto Artur Mas vuole fare votare il 9 Novembre. La road map pare essere chiara: il 19 Settembre è un venerdì e la legge sarà immediatamente pubblicata sul bollettino ufficiale della Generalitat, Mas indirà il referendum, il governo ricorrerà, il Tribunale Costituzionale lo sospenderà. Il tutto nel giro di un paio di giorni, alcuni sostengono anche durante il fine settimana.

Ed è qui che si compie la prima delle astuzie di Mas. La llei de consultes, seppure sia stata votata dal Parlament, non viene promulgata subito. Senza promulgazione è impossibile rigettarla. I primi giorni il President della Generalitat osserva un religioso silenzio. O meglio, parla ma non dice niente. Sostiene che la legge sarà pubblicata quanto prima, e che quanto prima sarà indetto il referendum. I giorni passano, e il motivo è uno: più i tempi si diluiscono, più l’ambiguità permane, più si spera che a Madrid si innervosiscano. È una guerra di posizione. Tanto più che Mariano Rajoy, il premier spagnolo, deve partire per la Cina in visita ufficiale. E il 23 Settembre il Ministro della Giustizia si deve dimettere perché il governo ha ritirato il suo disegno di legge che avrebbe ristretto in maniera quasi definitiva la possibilità di abortire in Spagna (secondo la riforma rigettata sarebbe stato permesso solo in casi assolutamente eccezionali). Piccolo particolare: il Ministro della Giustizia è colui che materialmente istruisce per parte del governo i ricorsi al Tribunale Costituzionale.

Mas pensa quindi di approfittare della vacanza di poteri a Madrid per far salire l’attesa. Ma non può farlo per molto tempo ancora: il 26 Settembre la llei de consultes è pubblicata sul bollettino ufficiale della Generalitat. E il giorno dopo, è un sabato, firma il decreto di indizione del referendum, in una cerimonia pubblica, quasi teatrale, che ritrae il President al centro di una sala, nel Palau de la Generalitat, con attorno tutti coloro, leader politici e società civile, che vogliono che il 9 Novembre si voti. Artur Mas non è solo, dice la photo opportunity della giornata. Artur Mas firma, ma secondo quell’immagine, chi scrive è il popolo catalano. O almeno, tutto quello favorevole alla consulta.

L’illusione di poter votare dura però l’arco di poco più di 48 ore. Una prima bordata la dà il Consiglio di Stato che il giorno dopo, domenica 27 Settembre, nonostante la varietà, sia ideologica che culturale, dei suoi componenti dà il via libera al’unanimità a un eventuale ricorso da parte del governo.

Governo che si riunisce la mattina del 28 Settembre: i ricorsi al Costituzionale sono votati. Uno riguarda la llei de consultes. L’altro è proprio sul decreto di indizione del referendum. Ecco l’argomento principale del governo: quello del 9 Novembre è in realtà un referendum abrogativo, o costituzionale, travestito da referendum consultivo. Secondo la giurisdizione spagnola (ci scusiamo per la ripetizione ma serve a capire meglio i complicati passaggi giuridici) non si tratta di una consulta ma di un referendum. Il governo, Costituzione alla mano, sostiene che i referendum possono essere indetti solo dall’autorità centrale e con il diritto al voto non solo di una parte, ma di tutti gli spagnoli.

Il ricorso arriva nel giro di poche ore al Costituzionale, che in via del tutto straordinaria si riunisce il pomeriggio del 28 Settembre. Anche qui all’unanimità, il Tribunale decide in maniera cautelare di sospendere per un periodo massimo di 5 mesi gli oggetti di ricorso (legge e decreto): il referendum “legale” non è durato che lo spazio di qualche ora. Secondo la pronuncia del Costituzionale, ogni effetto legato alla preparazione del voto (compresa la pubblicità istituzionale che era circolata per il fine settimana sulle principali reti televisive catalane) dev’essere sospeso, per un periodo massimo di cinque mesi, entro i quali il Tribunale si pronuncerà definitivamente.

Mas e coloro che sostengono la sua sfida soberanista si trovano quindi ora a un bivio. La navigazione è a vista. Le schermaglie si moltiplicano: il 1 Ottobre il Parlament de Catalunya vota i componenti della commissione – una sorta di giunta elettorale – che dovrà vigilare sul corretto svolgimento della consulta, nonostante questa sia stata sospesa. Il giorno dopo Mas promulga la stessa votazione sul bollettino ufficiale della Generalitat, senza vincolarla a una data di entrata in vigore: una legge che c’è ma che non è dato sapere da quando sarà effettiva. Il tutto, per rimanere formalmente dentro la legalità dando però un segnale politico.

Nel fronte soberanista emergono con sempre più forza due posizioni: da una parte il partito del Presidente, il moderato CiU, che si è sempre detto indisponibile ad avventurismi e ad appoggiare un referendum illegale; dall’altra Erc, Icv, Cup (tutti partiti di sinistra  con differenti gradazioni di rosso) che invece ipotizzano, più o  meno apertamente, la possibile sfida a Madrid, e lo svolgimento, quale che sia, del voto il prossimo 9 Novembre.

Sui piedi di Mas rischia inoltre di scoppiare la bomba del passato di Jordi Pujol: il vecchio ex President della Generalitat (lo fu per 23 anni), indagato per avere nascosto al fisco per qualche decennio in paradisi fiscali una cifra imprecisata, è stato ascoltato il 26 Settembre al Parlament, che qualche giorno dopo ha poi approvato a grandissima maggioranza proprio su questo caso una commissione d’inchiesta.

Nel corso dell’audizione alla quale è stato sottoposto, Pujol ha pensato più ad attaccare che a difendersi, ripetendo la consueta tesi secondo la quale i fondi sono frutto di un’eredità.  I deputati sono sembrati a tratti impauriti dalla presenza del vecchio leone, le cui allusioni ambigue non sono certo passate inosservate. E la sua uscita dal Parlament, al centro tra due ali di deputati di quello che fu il suo partito che quasi lo scortavano, ha dimostrato plasticamente che anche se ammaccato, Pujol non è un uomo solo.

L’impressione è che se raccontasse come sono andate esattamente le cose, potrebbe tremare non soltanto CiU, ma l’intero sistema politico che ha retto le sorti della Catalunya dalla Transizione postfranchista, in una chiamata in correità che in tanti temono.

Quello del 9 Novembre non sarà un referendum legale, questo ormai è accertato: l’unico dubbio, non da poco, è se si voterà comunque. Le manifestazioni si susseguono, e una larga fetta di cittadinanza potrebbe passare dalla delusione alla rabbia. Mas rischia inoltre di essere incriminato, se decidesse di andare avanti con il voto, comunque sia. E insieme a lui, anche i  funzionari pubblici che dovessero eventualmente portare avanti azioni operative che permettano lo svolgimento del referendum, potrebbero subire l’inabilitazione dalle loro funzioni, quando non un vero e proprio licenziamento.

Nel mentre, c’è chi inizia a occupare Plaza Cataluña accampandosi con le tende, come ai tempi degli indignados. Madrid addossa nei pressi di Barcellona mezzi della Polizia nazionale nel caso in cui le cose si complicassero. E se ci fossero tensioni da che parte staranno i Mossos d’Esquadra, il corpo di sicurezza che dipende dalla Generalitat e che in tempi normali ha il quasi monopolio dell’uso della forza sul territorio catalano?

Barcellona assiste a tutto ciò, gaudente come sempre, investita da giorni di sole autunnale che la riscaldano come d’estate facendola risplendere. A volte quel sole dura solo lo spazio di una giornata, se non di qualche ora, e lascia il posto a temporali improvvisi e violenti,  che rendono la città irriconoscibile e ostile.

Una stagione imprevedibile; non finirà presto. 

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