lunedì, Dicembre 16

Una ‘Rivoluzione Viola’ negli Stati Uniti?

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La deriva violenta delle manifestazioni di piazza che hanno fatto seguito all’elezione di Donald Trump segna un ulteriore aumento della tensione interna agli Stati Uniti. Un’escalation rispetto alla quale Hillary Clinton è tutt’altro che estranea. Dopo le solite dichiarazioni di rito attraverso cui ha riconosciuto la sconfitta e affermato di accettare il verdetto delle urne, l’ex first lady è tornata all’attacco. Lo ha fatto dal salone del prestigioso New Yorker Hotel, al centro di Manhattan, dove la Clinton e suo marito si sono recati sfoggiando vistosi abiti viola.

Ai giornalisti colpiti dallo strano coordinamento cromatico, il portavoce della campagna elettorale dell’ex candidato alla Casa Bianca spiegò che si trattava di una scelta deliberata atta a simboleggiare la fusione tra la cosiddetta ‘America rossa’ dei repubblicani e quella ‘blu’ dei democratici. Dopo aver chiarito tutto ciò, la Clinton ha preso la parola per accusare l’Fbi di aver tenuto una condotta scorretta e averle fatto perdere le elezioni. Una prassi molto comune in Italia, dove puntare il dito contro altre istituzioni per spiegare la propria debacle elettorale è stato uno dei tratti distintivi di alcuni degli uomini politici più in vista degli ultimi anni, ma che in un contesto arroventato come quello statunitense rischiava chiaramente di provocare una pericolosa degenerazione delle proteste suscettibile di far sfuggire di mano la situazione, come è puntualmente avvenuto. Ma era forse questo l’obiettivo che i Clinton si proponevano di capitalizzare gettando benzina sul fuoco in maniera tanto evidente?

Per tentare di dare un risposta a questa domanda occorre riavvolgere il nastro elettorale e tornare al marzo 2016, quando le primarie democratiche e repubblicane erano ancora nel vivo. Allorala struttura organizzativa della campagna elettorale di Donald Trump si trovò a fronteggiare alcuni strani incidenti accaduti alla vigilia dei comizi predisposti dal tycoon newyorkese. In un caso, un nutrito gruppo di contestatori penetrò nella struttura sportiva dell’Università dell’Illinois stracolma di gente che attendeva di ascoltare il discorso del candidato alla nomination repubblicana. Lo scoppio di alcuni disordini indusse Trump ad annullare l’evento. Lo stesso schema si è poi ripetuto nei giorni successivi a Dayton, in Ohio, dove i responsabili della sicurezza bloccarono un contestatore che si accingeva a salire sul palco per impedire a Trump di parlare.

Da indiscrezioni emerse in un secondo momento, venne fuori che il responsabile del parapiglia era nientemeno che Iliya Sheyman, ex candidato al Congresso tra le fila dei democratici che attualmente svolge l’incarico di direttore esecutivo di MoveOn.org, un’organizzazione per i diritti civili i cui membri hanno fieramente rivendicato, sulla pagina principale del loro sito internet, la contestazione culminata con la cancellazione del comizio di Trump. «Trump e i repubblicani che supportano lui e la sua retorica piena d’odio dovrebbero trarre le debite conclusioni da quanto è accaduto. Mi rivolgo a tutti quelli che sono scesi in strada a Chicago, ringraziandovi per esservi ribellati a questo oltraggio ai valori americani. A Donald Trump e ai repubblicani, invece, dico benvenuti alle elezioni generali», ha scritto Sheyman. È interessante notare che nell’elenco dei principali finanziatori di MoveOn.org figurava il nome di George Soros, che con i suoi 1,46 milioni di dollari ha permesso all’organizzazione di nascere ed espandersiLo stesso Soros che, dopo aver espresso grande costernazione per aver appoggiato Obama anziché la Clinton alle primarie democratiche del 2008, ha donato qualcosa come 8 milioni di dollari nel solo 2015 al Public Action Committee (Pac) che sosteneva la campagna elettorale dell’ex first lady.

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