giovedì, Febbraio 20

Una riconversione ecologica del Paese

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Nel testo si legge che ‘per sostenere la ripresa economica, l’Unione Europea dovrebbe dotarsi di un ambizioso piano di politica industriale.’ Quali sono gli obiettivi di un programma efficace di politica industriale?

Innanzi tutto l’Italia non ha una politica industriale da moltissimi anni, cioè non è il Governo o l’autorità politica a ragionare rispetto a che cosa, qual è la vocazione economica del Paese. C’è bisogno di ricominciare ad immaginare una politica industriale che vada nella direzione della riconversione. Semplificando molto, oggi investire nella riconversione ecologica del modello vuol dire approntare alcuni strumenti. Innanzitutto vuol dire implementare degli strumenti che siano normativi, finanziari, tecnologici che possano sostenere dei processi di conversione ecologica. Significa curare l’approvvigionamento energetico, cioè capire come le industrie, come i modelli produttivi, siano essi appunto industriali, agricoli e di altra natura, si alimentano. E quindi fare in modo che il tema del modello energico che sostiene il modello produttivo sia centrale, e si passi ad un modello pulito, non soltanto da fonte pulita.
Bisogna riterritorializzare le produzioni, quindi capire come passare da una delocalizzazione progressiva ad una riterritorializzazione delle produzioni, bisognerebbe consumare quanto possibile prodotto all’interno del territorio. Questo vuol dire sostenere le economie locali, quindi un programma efficace per una transizione ecologica  deve sostenere le vocazioni economiche di singoli territori, potenziarle, fare in modo che la sussistenza delle zone si possa basare sull’economia di quel territorio. Questo vuol dire accorciare le distanze tra produzione e consumo, vuol dire aiutare le piccole-medie imprese a ridurre il loro impatto ambientale, senza che questo voglia dire penalizzarle per i costi di produzione troppo alti e non competitivi. Vuol dire formare i lavoratori, quindi il tema della formazione dei lavoratori nelle rappresentanze sindacali è fondamentale.
Vuol dire valorizzare le esperienze esistenti, perché ce ne sono molte, quindi anche una politica pubblica attenta potenzierebbe, valorizzerebbe e metterebbe in rete, a sistema, le varie esperienze virtuose che esistono a partire dal territorio nazionale. E poi vuol dire incentivare dei canali per creare domanda e fare quindi in modo che anche il consumo si sposti su prodotti che non abbiano un impatto devastante sull’ambiente. Questo vuol dire fare molta educazione, sensibilizzazione, informazione pubblica, per orientare non soltanto la produzione, ma anche il consumo verso una maggiore sostenibilità ambientale.

 

Citando il testo, ’secondo i dati contenuti nel Report annuale 2014 della WMO – World Meteorological Organization, la concentrazione di Co2 in atmosfera è stata nel 2013 più alta del 142% rispetto al 1750, prima della rivoluzione industriale’. Le azioni dell’uomo stanno distruggendo il pianeta e il futuro delle specie. Possiamo rispondere alla sfida climatica riconvertendo l’economia in senso ecologico?

Io direi che non possiamo.. Dobbiamo rispondere alla sfida climatica riconvertendo l’economia in senso ecologico. Questo libro arriva all’indomani del vertice a Parigi, e per sintetizzare cosa è avvenuto al vertice possiamo usare tre etichette: obiettivi ambiziosi, impegni insufficienti a raggiungere quegli obiettivi e degli strumenti applicativi che sono inefficaci perché sono orientati ancora ad una logica speculativa. E vi faccio alcuni esempi: nell’accordo, che è stato salutato come un successo, per carità il fatto che 195 Paesi abbiano firmato formalmente un impegno contro le emissioni di gas serra è un risultato importante dal punto di vista diplomatico.
Dopo di che nel testo non appaiono le parole ‘petrolio’, ‘combustibili fossili’, ‘carbone’, non si parla del necessario taglia dell’80% delle estrazioni di fonti fossili da subito che invece ci chiede la scienza. Non si parla del taglio di incentivi ai combustibili fossili che ancora oggi sono 5.300 miliardi l’anno. E ancora gli obiettivi di riduzione dei singoli Stati sono completamente insufficienti. Secondo la scienza significherebbe aumentare la temperatura di oltre 3 gradi, e non mantenerla entro i 2 gradi, facendo tutti gli sforzi per rimanere entro il grado e mezzo. E ancora, non esistono meccanismi di controllo e sanzione. Insomma, quello che ci dice il vertice di Parigi è che dobbiamo assolutamente avviare anche a livello nazionale e partendo proprio da una pressione nazionale, i processi di economia in senso ecologico, decarbonizzando l’economia.
Anche in termini di decarbonizzazione, che era molto sentito come dibattito anche pre-COP21, non ha trovato spazio all’interno dell’accordo.
Siamo convinti, anche dopo l’appuntamento parigino, spingere a livello nazionale affinché si crei quell’unione tra forze sindacali, associazioni, forze produttive, quindi imprese che vogliano agire in questo senso per anche spingere i Governi e le autorità politiche a rendere obbligatori dei processi che massimizzino la compatibilità ambientale delle produzioni, a partire anche qui dal tema energetico.

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