domenica, Aprile 5

Una Grande Muraglia per fermare il deserto field_506ffb1d3dbe2

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China-Reforestation

Immaginate una Grande Muraglia ecologica lunga 4500 chilometri; da una parte le colate di cemento della Cina urbana, dall’altra una distesa di sabbia di 700mila chilometri quadrati che procede con velocità crescente da nord verso sud. E’ quanto sta cercando di realizzare la Cina dal 1978, anno in cui è stato lanciato il Three-North Shelter Forest Program, una cintura di alberi piantati appositamente per arginare l’espansione del deserto del Gobi. Si tratta del più colossale piano di rimboschimento mai realizzato al mondo. Il progetto trae il suo nome dalla localizzazione che include i ‘tre nord’ (ovvero le aree desertiche del nord-est, del nord e del nord-ovest della Repubblica popolare) e coinvolge 13 province: Heilongjiang, Jilin, Liaoning, Hebei, Shanxi, Shaanxi, Gansu, Qinghai; le regioni autonome della Mongolia Interna, del Ningxia e dello Xinjiang più le municipalità di Tianjin e Pechino. Il tutto per un’area pari al 42,39% del Paese.

Con una superficie di 9,6 milioni di chilometri quadrati, la Cina è il terzo Paese al mondo per estensione e, tuttavia, le aree aride e semi-aride costituiscono oltre il 40% del suo territorio. Ogni anno il Dragone ha perso mediamente 3600 chilometri quadrati di praterie a causa dell’incalzante estendersi del deserto del Gobi, mentre le tempeste di sabbia si fanno via via più aggressive. Secondo Greenpeace, il gigante asiatico conserva appena il 2% delle sue foreste originarie. Tutto il resto è stato annientato da decenni di disboscamento scellerato, sfruttamento eccessivo dei terreni agricoli e inquinamento rampante. In Mongolia Interna, dal 2003 450mila persone sono state costrette ad abbandonare la loro terra per evitare un ulteriore deterioramento del suolo.

Il progetto Green Wall ha come obiettivo la creazione di un ‘polmone verde’ proprio dove a prevalere sono polvere e sabbia. Dal 1978 a oggi, sono stati piantati 66 miliardi di alberi con un incremento della superficie boschiva dall’iniziale 5% all’attuale 12%. Alla fine dell’opera, prevista per il 2050, la nuova foresta dovrebbe raggiungere i 405mila ettari (il 42% del territorio nazionale) aumentando la superficie verde mondiale di oltre un decimo. Nel 2003 il piano è entrato nella sua quarta fase che prevede l’utilizzo di semina aerea per andare a coprire le zone meno aride e incentivi economici per spingere i contadini cinesi a piantare alberi e arbusti nelle aree più aride; oltre alla realizzazione di un sistema di controllo da 1,2 miliardi di dollari (con database di mappatura e sorveglianza) e un network di monitoraggio in collaborazione con Giappone e Corea del Sud – le tempeste di sabbia hanno effetti negativi anche sull’agricoltura dei vicini. Addirittura i venti carichi di sabbia spirano dal Pacifico sono responsabili di spettacolari tramonti nella baia di San Francisco. Secondo l’Accademia cinese delle Scienze, il tasso di desertificazione è aumentato dalle 602 miglia quadrate del periodo 195-1979, alle 811 miglia quadrate degli anni ’80, fino ad arrivare alle 950 degli anni ’90 e alle 1327 del nuovo secolo.

Nel 2009 l’area interessata dal progetto aveva già raggiunto un’estensione di 500mila chilometri quadrati, la più grande foresta artificiale del pianeta. Ma dei 53mila ettari piantati quell’anno, circa un quarto è morto. Il 10% della nuova foresta è stata spazzata via dalle tempeste che hanno colpito il Paese nell’inverno del 2008, tanto da indurre la BM (Banca Mondiale) a spingere Pechino verso una scelta qualitativa più che quantitativa delle specie piantate. Nel 2012 l’istituto internazionale ha dato in prestito alla Cina 80 milioni di dollari per far crescere un mix di arbusti autoctoni e griglie di paglia al fine di fermare l’avanzata delle dune di sabbia nel Ningxia per i seguenti cinque anni.

Nella contea di Minqin, nel nord-ovest, dove ormai il 94% del suolo ha lasciato il posto al deserto, il costo per l’impianto di alberi è aumentato di dieci volte rispetto agli anni ’80, gli alberi stanno morendo o crescendo con difficoltà. Come spesso avviene quando Pechino si imbarca in progetti ciclopici, il potere decisionale rimane nelle mani delle autorità e la scarsa trasparenza adottata lascia a corruzione e critiche terreno fertile su cui attecchire. I detrattori dell’opera snocciolano tutta una serie di problematiche di difficile risoluzione. Tanto per cominciare, i terreni sui quali si sta ergendo la Muraglia ‘verde’ sono sterili da tempo immemore. Ad oggi, è sopravvissuto soltanto il 15% di quanto piantato a partire dal 1949 (anno della nascita della Repubblica popolare), secondo quanto dichiarato all”Economistda Cao Shixiong della Beijing Forestry University. E anche nei casi in cui le piante riescano a mettere radici, il problema è che finiscono per ‘abbeverarsi’ dalle falde acquifere, creando non pochi problemi nelle zone più secche. A Minqin, per esempio, studi hanno rivelato che il livello delle acque sotterranee è sceso di 12-19 metri dall’avvio del progetto. Non solo. Bisogna tenere conto del fattore ‘disadattamento ecologico‘: molte delle nuove piante -sopratutto pini e pioppi- non sono specie autoctone e vengono scelte soltanto perché crescono in fretta. «La Cina è il paese che pianta più alberi di tutto il resto del mondo messo insieme, ma il problema è che tende a mettere su piantagione a monocultura. Non sono posti dove gli uccelli possono vivere», spiegava tempo fa John McKinnon, Capo dell’EU-China Biodiversity Programme. E poi, naturalmente, ci sono i costi. Come riportava nel 2009 il giornalista Weng Bao, ogni ettaro piantato richiede investimenti tra i 2250 e i 15000 yuan (330-2200 dollari) a seconda dell’aridità del terreno. Somma che non comprende l’eventuale spesa di un ricambio nel caso in cui la pianta non riesca a sopravvivere. Si tenga presente che un albero nato da una talea ha in media una sopravvivenza di non oltre 10 anni.

D’altra parte, i precedenti non sono di conforto. Il Great Plan for the Transformation of Nature, lanciato da Stalin nel 1948 per rinverdire le steppe, si è concluso miseramente con un tasso di sopravvivenza delle nuove piante inferiore al 2%. E sembra proprio che una sorte simile toccherà anche al Green Wall cinese. D’altronde, parte del problema Pechino se l’è fabbricato in casa. Il motivo lo spiega ‘Virtual Scarce Water in China‘, studio condotto congiuntamente dall’Università del Maryland e l’International Institute for Applied Systems Analysis: il sud del Paese e le sue regioni costiere, pur essendo le più ‘industriose’ e ricche di acqua, crescono a ricasco di quelle più povere e secche del nord. Come si legge: «Il consumo nelle province costiere altamente sviluppate è in gran parte sostenuto dalle risorse idriche delle province settentrionali a corto di acqua come Xinjiang, Mongolia Interna e Hebei, fattore che aggrava la situazione idrica di queste zone».

Date le frequenti piogge e nevicate, il meridione cinese si è sempre prestato per sua conformazione naturale all’attività agricola. Se non fosse che a partire dalla politica di apertura di fine anni ’70, le regioni del sud sono state prescelte per trainare la crescita iperbolica che ha reso la Cina la seconda potenza mondiale a noi nota. Campi agricoli hanno dovuto lasciare il posto alla ‘fabbrica del mondo’ per trasferirsi nel secco nord. Stando a quanto riporta la ‘Reuters’, nel 2007, 109 miliardi di metri cubi d’acqua sono stati scambiati tra le varie regioni cinesi, di cui la maggior parte in forma ‘virtuale’ attraverso il trasferimento di cibi freschi e conservati. Un ciclo che parte sopratutto da Gansu, Ningxia, Mongolia Interna, Xinjiang ed Hebei per arrivare nelle megalopoli di Pechino, Tianjin, Shanghai e Chongqing così come nelle province iperindustrializzate dello Zhejiang, Shandong e Guangdong. Alla base, s’intravede la teoria dei vantaggi comparati dell’economista britannico David Ricardo: inizialmente il sud della Cina aveva largo vantaggio sul nord sia nel settore agricolo che in quello industriale, ma poiché il vantaggio comparativo era più netto nell’industria, allora le province meridionali hanno finito per specializzarsi in questo settore costringendo le zone settentrionali ha reinventarsi agricole. Il risultato è che oggi la coltivazione assorbe il 98% del consumo d’acqua dello Xinjiang, l’84% della Mongolia Interna e l’83% dello Hebei, contro appena il 67% del Guangdong e il 31% di Shanghai.

Il Governo cinese pensa di intervenire aggiungendo alla lista delle grandi opere l’ennesimo progetto di dubbia realizzazione. Si chiama South-North Water Transfer Project e punta a pompare ogni anno 45 miliardi di galloni d’acqua dal fiume Yangtze verso la capitale e le altre province del nord. Nel frattempo, quest’estate il nord-est del Paese ha affrontato la peggiore siccità degli ultimi 64 anni, con perdite economiche per oltre 37 milioni di dollari. E il deserto avanza, con o senza Green Wall.

 

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