giovedì, Dicembre 12

Una dinamica ‘win-win’ per un legno sostenibile dall’Africa in Europa Benoit Jobbe – Duval ci spiega il lavoro di Fair&Precious, marchio collettivo sostenuto dalla francese AFD, e dall’ lstituto di credito per la ricostruzione tedesco, per portare in Europa legname sostenibile

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La foresta dell’Africa centro-occidentale è la seconda grande foresta tropicale del pianeta, coprendo circa 190 milioni di ettari. Oggi il primo Paese importatore di legno dall’Africa è la Cina, i cui mobili a basso costo ‘Made in Cina’ finiscono per la gran parte sul mercato USA. Gran parte del legname proviene dal bacino del fiume Congo.

Secondo uno studio condotto dall’Università di Los Angeles, tra il 2001 e il 2015, la Cina è diventata il più grande mercato di esportazione e nello stesso periodo la quota di importazioni di mobili dalla Cina negli Stati Uniti è cresciuta dal 30 al 50%, lo studio collega  la domanda statunitense di mobili fabbricati in Cina con la deforestazione selvaggia dell’area, in particolare in Repubblica Democratica del Congo -che racchiude il più grande bacino forestale dell’area-, Camerun, Repubblica Centrafricana, Gabon, area, questa, che ospita il 90% della foresta tropicale del continente.

Agli inizi degli anni 2000, l’Italia era il secondo importatore mondiale di legno tropicale africano, e il primo dal Camerun. Oggi il nostro Paese è tra i primi 5 mercati di legname, polpa di cellulosa e carta dell’Unione Europea, uno dei mercati più importanti per legname che proviene dal Gabon, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, tutti Paesi dove sussiste una seria preoccupazione per il taglio illegale delle foreste e la commercializzazione di legname di non ben definita  origine. Si tratta di legname che in parte proviene da operazioni di deforestazione illegale, in molta parte da operazioni che comunque non possono essere definite ‘sostenibili’.

L’Africa è la seconda area-mondo di provenienza del legname in Italia, secondo i dati diffusi dal Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2016 ne abbiamo importato per 138 milioni di Euro. Secondo i dati diffusi nel 2015 in occasione del  14° Congresso Forestale Mondiale organizzato ogni sei anni dalla FAO, il mondo ha perso 129 milioni di ettari di foreste in 25 anni, gran parte dei quali in Africa, in testa Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea-Bissau. 

Uno studio coordinato dall’Università del Maryland, rileva che fra il 2000 e il 2013 il mondo avrebbe perso il 7,2% delle proprie foreste vergini,  tre volte  di più rispetto al periodo 2001-2003.  Prima causa della deforestazione è sicuramente  quella riconducibile alle attività dell’industria del legname, molte delle quali illegali. Un problema esploso agli inizi degli anni 2000, un traffico già al tempo milionario.

Il Regolamento Europeo del Legno o EUTR (European Union Timber Regulation) del 2010, entrato in vigore a marzo 2013, vieta il commercio in Europa di legname e prodotti derivati provenienti da pratiche di taglio illegali, sia da Paesi UE, sia extra-UE. La Commissione Europea si è assunta l’impegno di ridurre la deforestazione tropicale del 50% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2008, e lo scorso ottobre ha ufficializzato un documento di orientamento della Commissione sulla verifica della legalità nel commercio di legname.  

Il problema di fondo è che le foreste sono vitali per il nostro futuro: per assorbire anidride carbonica (CO2), svolgendo un ruolo di regolatore nei confronti dell’effetto serra e delle emissioni dell’uomo; per la protezione della biodiversità; per la regolazione del flusso dell’acqua nell’ecosistema.

E’ in questo quadro che lo scorso novembre 2017, è nato il marchio internazionale Fair&Precious, creato su iniziativa della ATITB (International Tropical Timber Technical Association), associazione che promuove lo sviluppo sostenibile, etico e legale del settore del legno tropicale.  Il marchio punta a sensibilizzare i consumatori europei verso l’acquisto di prodotti frutto di una filiera responsabile. Consentendo al consumatore finale di identificare chiaramente il legname africano acquistato, e garantendo che questo non provenga da concessioni illegali ma da concessioni forestali gestite in modo ecologico e sostenibile.  

Fair&Precious è un marchio collettivo che promuove la gestione sostenibile delle foreste tropicali appoggiandosi sul sistema esistente delle certificazioni FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification), ci spiega Benoit Jobbe – Duval, è il Direttore generale ATIBT.

Il progetto è di matrice francese, ed è “sostenuto dall’Agenzia francese per lo sviluppo (AFD, Agence française de développement) e dall’lstituto di credito per la ricostruzione (KFW, Kreditanstalt für Wiederaufbau) in Germania”.
L’ATIBT – creata nel 1951 su iniziativa della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), organizzazione internazionale di riferimento per la filiera del legno,  attore di riferimento a livello tecnico- è, assieme ai suoi membri certificati, proprietaria del marchio Fair&Precious.

Direttore Duval, cosa si intende per una ‘filiera responsabile’ nel settore del legno?

‘Filiera responsabile’ significa, innanzitutto, lotta alla deforestazione e gestione sostenibile delle risorse. Date le numerose sfide associate alla gestione delle foreste tropicali, gli impegni di Fair&Precious sono in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite: Proteggere le foreste per lottare contro il riscaldamento globale; Preservare le risorse forestali, praticando un taglio inferiore alla riproduzione naturale; Sviluppare le conoscenze sulla biodiversità per facilitare il ripopolamento delle specie; Salvaguardare lo spazio vitale della fauna selvatica; Attuare programmi di lotta contro i reati ambientali che danneggiano fauna e flora; Contribuire al benessere delle popolazioni locali, facilitando loro l’accesso all’istruzione, alla sanità e all’alloggio; Stimolare l’economia dei paesi produttori valorizzando le foreste e promuovendo la trasformazione del legno a livello locale; Istituire corsi di formazione per le professioni forestali e della lavorazione del legno. Fornire conoscenze tecniche sulla diversità delle specie tropicali e sui loro utilizzi; Promuovere l’acquisto responsabile di questo materiale eccezionale.

Il legname frutto di quella che voi definite una ‘filiera responsabile’, che tipo di legname è e da quali Paesi arriva? Dove sono nei diversi Paesi le filiere responsabili e da chi sono gestite?
Nell’ambito di questa prima fase del programma Fair&Precious, si tratta di legno tropicale proveniente dal bacino del Congo (Repubblica del Congo, Gabon, Camerun, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo). Le aziende certificate come ‘Certified Operators’, e quindi autorizzate ad utilizzare il marchio, sono attualmente: Pallisco, SFID Rougier, WIJMA, in Camerun, Rougier Gabon, Precious Woods in Gabon, CIB OLAM e INTERHOLCO – nella Repubblica del Congo. In linea generale, non commettiamo errori. La governance nei Paesi del bacino del Congo richiede che le imprese responsabili siano estremamente vigili, visto il quadro giuridico spesso insufficiente o inadeguato.

Il legno di una filiera responsabile costa di più?
È più costoso da produrre a causa dei limiti imposti alla quantità di risorse prelevabili, in ragione degli impegni sociali, ambientali ed economici presi dalle imprese, ma anche del costo della certificazione. Non è però più costoso per i consumatori finali, che dovrebbero impegnarsi in un consumo responsabile esigendo che unicamente i legni certificati abbiano accesso ai mercati europei. In questo modo, le foreste saranno protette seguendo un modello virtuoso senza rischio di deforestazione. Questo è ancora più vero quando si va oltre la mera legalità e ci si impegna a rispettare i criteri previsti dalle certificazioni. La produzione illegale è sempre meno costosa e quindi compete slealmente con la filiale rispettosa della legalità.

Oggi quanto pesa il fatturato del legno commercializzato e derivato da queste filiere responsabili sul totale del fatturato mondiale?

Le foreste certificate rappresentano meno del 10% della superficie forestale del bacino del Congo.

Quali sono i Paesi consumatori che si sono rivelati più disponibili a questo tipo di acquisto?

I Paesi Bassi e la Gran Bretagna sono esempi virtuosi con, rispettivamente, il 63% ed il 49% di legno certificato nel loro consumo. La media europea è solo del 30%.

Quali i Paesi produttori che sono stati più sensibili al vostro messaggio e hanno deciso di certificare le loro produzioni?

Gabon e Congo sono i più impegnati ma la consapevolezza è generalizzata. Le maggiori difficoltà sono di natura economica: è necessario che tutte le parti interessate siano inserite in un modello economico virtuoso.

I Paesi che decidono di aderire alla certificazione dal punto di vista legislativo come devono agire?

Ogni Paese, naturalmente, è sovrano. L’obiettivo di una certificazione completa da parte dei Paesi produttori deve essere sostenuto dai Paesi consumatori.  Dobbiamo lavorare su un modello per cui, per le aziende, la certificazione è un’opportunità e non un vincolo. Il legno tropicale di Fair&Precious preserva la durabilità della risorsa, ha un bilancio ecologico infinitamente più positivo di altri materiali (alluminio, PVC…) e non richiede alcun trattamento chimico. Il Gabon sta attualmente considerando l’introduzione nella sua legislazione di una certificazione obbligatoria.

E per quanto riguarda i successivi controlli di quanto la certificazione impone come siamo messi nei diversi Paesi produttori?

Gli audit di certificazione riconosciuti da Fair&Precious sono effettuati da parti terze indipendenti. I criteri vengono regolarmente aggiornati per garantire un adattamento alle evoluzioni di un contesto mutevole. Anche le ONG e la società civile controllano attentamente il rispetto degli impegni assunti dalle imprese certificate.

In Africa sono molto presenti le imprese e i capitali cinesi e la Cina è il primo importatore di legname africano. Come stanno reagendo i cinesi nei Paesi africani dove sono presenti alla vostra iniziativa? Hanno aderito o vi hanno ostacolati?

Si tratta di attori chiave che si stanno gradualmente sensibilizzando alle questioni ambientali. L’ATIBT ha preso l’iniziativa di lavorare con gli attori asiatici. Dobbiamo ascoltarci a vicenda e costruire insieme buone pratiche, non imposte ma condivise. Da circa 12-18 mesi abbiamo rilevato uno sviluppo positivo per quanto riguarda gli importatori cinesi. È un aspetto che seguiamo con molta attenzione.

In Africa il legname sappiamo essere molto prezioso, come molte altre materie prime delle quali il continente è ricco, e il cui mercato illegale è controllato spesso dai governanti locali (vedasi Congo per quanto attiene ai minerali) i movimenti terroristici, i latifondisti non hanno mai cercato di fermarvi?

La questione ambientale è anche una questione di sviluppo. Retribuendo adeguatamente gli Stati, le aziende ed i lavoratori, limitiamo il rischio di questo genere di derive. Non abbiamo la presunzione di risolvere tutti i problemi, ma l’ambizione di impegnarci in una dinamica ‘win-win’. Una filiera ed una logistica del legno che siano trasparenti riducono l’impatto dei fenomeni criminali. Alcuni Paesi (come per esempio la Cambogia) sono maggiormente colpiti.

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