lunedì, Maggio 27

Una casa per Anna Cascella Luciani

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Ieri mattina ricevo da un’amica:
«Caro Giuliano, a fondo pagina la motivazione, accampata dal dottor Lello Iasevoli, responsabile amministrativo della Società proprietaria della casa denominata E12 in via Rosazza 31, Roma, per non affittare a persona invalida. Casa ed edificio visti da me il 2 febbraio scorso. Quanto alla seconda casa di cui scrive Patrizia Rossi nella mail del 5 febbraio, l’appartamento indicato dalla Rossi è risultato essere non in via Rosazza 31 ma in via Ippolito Nievo 62, completamente inadatto all’invalidità al suo interno e con 6 scalini più alti prima dell’ascensore – e non 4 come in via Rosazza 31 e accessibili con pedanina per carrozzella – e non così in via Ippolito Nievo 62, e in via Ippolito Nievo 62 altri scalini, oltre quelli dell’androne -casa vista non da me- invalida al 100%00, e già accompagnata a Roma il 2 febbraio -andata-ritorno in giornata-, ma vista da altre persone, che, per me, sono andate in via Ippolito Nievo 62, visita della casa con la titolare dell’agenzia Patrizia Rossi, lo scorso 9 febbraio. Mi hanno telefonato e mi hanno riferito: appartamento ed edificio completamente inadatti a persona invalida. Laddove l’appartamento e l’edificio di via Rosazza 31 – unità E12 – risultano perfettamente adatti all’invalidità. Tutto quello che già sai, una precisa istigazione al suicidio. Un caro saluto. Anna»

Questa non è un’ordinaria storia di ‘affitti bloccati’, è lo scoramento di una autrice italiana che da oltre quarant’anni scrive poesie, pubblicate da Einaudi, Scheiwiller, e in Opere Complete da Gaffi. Un’autrice su cui hanno scritto, per citarne un paio, Franco Fortini e Giovanni Giudici.
Anna Cascella Luciani è affetta da Sclerosi Multipla (SM), invalida al 100%, e per questo le sono stati assegnati i benefici della ‘Legge Bacchelli’.
Stamani le ho risposto che il solo modo che avevo di aiutarla era quello di pubblicare un articolo sul suo caso, che rileva di due anomalie perfettamente italiane: della poca, o nulla, volontà politica di rimuovere ogni barriera architettonica che impedisca ai disabili di vivere decorosamente; della mancanza di rispetto che in generale si nutre nei confronti degli artisti e dei poeti, figure di cui si suppone, con audace idiozia, di poter fare a meno. «La massa può amare un poeta solo per malinteso», aveva scritto Jean Cocteau. Per aver capito male, non per il suo contrario. E nemmeno varrebbe la pena insistere sul concetto che, per un poeta, il luogo rappresentino la più fluida sorgente di ispirazione. Esso è tutto. «Medesimo è restato il rifiuto di ogni trascendenza», di lei scriveva Massimo Onofri una decina di anni fa, «per una poesia radicalmente ancorata a ‘qui e ora’, renitente persino alla memoria, quando non sia memoria della vita dei sensi».

Anna mi aveva scritto qualche mese fa, per via del suo desiderio -come del suo bisognodi rientrare a Roma da Pescara, dove viveva lontana dalle sue cose, i suoi libri immagazzinati, la sua memoria in tante scatole di cartone. Avevo fatto partecipe del suo caso Roberto Toppoli, un amico che negli uffici adibiti al cittadino del Comune di Roma dispensava la sua onestissima sensibilità al fine di risolvere problemi, di lenire piccole grandi sofferenze dei non-ascoltati. Quell’ufficio del Sindaco per i rapporti con i cittadini (URC) era stato fortemente voluto da Ignazio Marino, il ‘massimo responsabile dei mali di Roma’, com’era risaputo presso i circoli malafedisti della capitale. Toppoli si era mosso con rapidità tra le maglie di una burocrazia complessa e pavida.

«Romana, nata a Roma, via da Roma negli anni di infanzia e d’adolescenza -motivi troppo lunghi qui da dire- scelsi di tornare a Roma, mia città, mio luogo, subito dopo la fine del liceo. Vissuta a Roma -mia città di ogni esperienza e formazione, e vita- dai miei 19 anni e fino ai miei quasi 73, cacciata da Roma a causa di uno sfratto esecutivo per fine contratto, anziana e invalida, già ammalata di sclerosi multipla dal 1991 -malattia cronica, invalidante, e progressiva- e da tempo invalida al 100%. Da tre anni quasi tutto quello che nella casa di Roma mi circondava è in magazzino: tutti i miei libri, che, nell’arco di decenni, e di studio, e di letture, non erano pochi: la mia vita in un magazzino. E, anche, disagi abitativi enormi, qui dove sono, in un appartamento, e in un edificio, rivelatisi più che faticosi per chi sia ammalato e invalido».

Anna Cascella Luciani è di carattere forte. Non sente alcunché di capriccioso nell’espressione di quel suo desiderio. Pensa che l’esistenza abbia un termine e che sia bello compiere il tragitto che si è amato.

«Da almeno due anni e mezzo sto tentando ritornare nella mia città, che è Roma; ci sono venuta il 2 febbraio scorso, andata e ritorno in giornata con accompagno, per vedere una casa, e mi si è rifiutato l’affitto perché invalida. Vuoi i privati, vuoi le Società proprietarie -come in quest’ultimo caso era- non vogliono invalidi, perché temono di non poterli sfrattare. A me è già capitato; l’ultimo appartamento era perfetto per un invalido. Rifiutata. E tutto questo mentre, a quanto si legge, case di proprietà del Comune sono affittate a 7 euro al mese, vista Cupola, in Borgo, o a 10 euro con affaccio sul Colosseo…»

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