giovedì, Maggio 23

Un po' sì, un po' no field_506ffb1d3dbe2

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Molti anni fa una mia amica psicologa propose a me, giovane psichiatra alle prime armi, un inquietante spunto di riflessione in forma di quesito: «Perché la mamma del piccolo G. gli somministra, ormai da parecchi mesi, solo metà della terapia antiepilettica prescritta dagli Specialisti?». La mia puntuta sicumera di medico si bloccò in un farfuglio inconcludente, risolto poi nella ‘brillante’ individuazione di un disperato tentativo da parte materna di non intossicare il figlioletto con ‘quei farmaci così forti’. «No, secondo me, lo cura ma al tempo stesso vorrebbe che egli morisse»: questa lama di pensiero usò la collega, lacerando il mio in tanti dubbi.

Come studioso e curante della psiche mi capita sovente di riflettere sul concetto di ambivalenza, quell’ibrido sentimento immortalato da Catullo (‘Odi et amo’) e analizzato anche da Sigmund Freud, ritrovandomi ogni volta imbrigliato in un vortice di riflessioni dolorose, quando non addirittura, come in un labirinto, perso. L’Uomo, per sua natura, può vivere passioni contrastanti e affetti conflittuali, immerso con dolore in acque cristalline o con gioia in paludi limacciose, si sa. Forse, muovendo da questa monumentale certezza, che in realtà non ci fa certi proprio di nulla, si può procedere a una lettura meno rassegnata della cronaca umana, quando ci stupiamo delle altrui assurdità, schermati dal nostro distacco di commentatori.

Guardiamo più facilmente fuori di noi e, d’abitudine, siamo attratti e indotti al giudizio da quello che “gli altri fanno” di volta in volta, ma ci sentiamo veramente ‘spettatori’ soltanto quando assistiamo a un evento straordinario, spettacolare per l’appunto, e lo esaminiamo. Peraltro, continuiamo a leggere ovunque, sicché ce ne siamo persuasi, di come la dimensione visiva (della conoscenza, del contatto col mondo) troneggi su tutte le altre possibili, oggi più che mai. Le rappresentazioni del dolore (e della gioia) sono molteplici; allo stesso modo dei colori, esse si percepiscono in sfumature, riferibili comunque a un solo spettro, mentre fastidiose perplessità attraversano la mente impegnata a distinguerle. Qualcosa di simile accade dentro di noi, allorché cerchiamo di decodificare un nostro atteggiamento, un nostro vissuto o un comportamento, sostenuto da un nobile ideale ma contemporaneamente minacciato da un basso istinto. C’è da chiedersi, dunque: cosa ci impedisce, tanto spesso, di sbarrare la strada a inopportuni compiacimenti dissuasivi, di trasformare una lallazione in un linguaggio definitivamente comprensibile, di separarci da un preconcetto ingigantito in un dogma, di scegliere insomma?

Se accettiamo l’idea secondo cui l’ ‘Amore’ e l’ ‘Odio’ possono essere ridotti a vessillo rispettivamente della Vita e della Morte, non ci serve nessun altro appoggio per resistere alla vertigine dell’impensabile desiderio di quella madre pronta a far morire il proprio figlio disabile ed epilettico. È questo un esempio estremo, su cui il pietoso velo della solidale comprensione sfida l’impenetrabilità del Mistero, appanna l’occhio vigile della Scienza e dovrebbe ridurre ogni cuore al silenzio.

Più in generale, si può ipotizzare che, come sempre accade nell’animo umano, sia la necessità di tenere a bada l’angoscia a condizionarci. In questo caso segnato, il terrore della verifica costante dell’ineluttabile presenza del nostro limite (la vita ha una fine) ci induce a giocare con l’ambiguità in troppe occasioni, reiterando un’operazione senz’altro semplice, ma infida e in grado spesso di allontanare e disperdere ogni conclusione, ogni certezza (non a caso, si usa dire: «non c’è niente di sicuro al mondo, solo la morte»).

Per non sbattere la porta in faccia al domani, accordiamo indolente fiducia alla presunzione di avere oggi tutte le chiavi del mondo: se sarà necessario le useremo un giorno, chissà, ma per intanto meglio lasciare socchiuso l’uscio appena varcato, utile in caso di ritirata. In quello spiraglio si infilerà stretta stretta alla decisione appena presa la possibilità di negarla, prima o poi.

Pur dolorosamente accettata, cosa bisogna poi farne dell’idea di quel limite? Proiettarla nel siderale lontanissimo in forma di tautologica e assurda definizione del confine-del-nulla’, o trasformarla nel concetto, quello sì molto più terreno, di finitezza?

È questione delicata, mi rendo conto, e non pretendo di dettare soluzioni in uno scritto come questo; pur tuttavia, nel cammino verso la conquista di adamantine risposte ai suesposti quesiti, immagino tutti noi già a metà strada sedotti dal canto delle sirene… Dove vivono le sirene? Nella fantasia, cioè: sullo stesso pianeta delle titaniche trame dei sogni onnipotenti; in quel regno di mostri in cui i revenants sfidando i vivi a morire; nell’infuocato luogo-anima dove le passioni si assolutizzano in verità di amianto, ma inutilizzabili.

Mi turba un pensiero malato, mentre procedo, e perciò lo affido anche alle cure di chi legge: non è che è proprio l’appagante sensazione di poter disporre a comando di fantasie invincibili a trasformarsi col tempo nella rinuncia a pensare di poter sconfiggere la nostra ombelicale paura? Peraltro, negli accomodamenti dell’ambiguo, l’abbattimento d’occasione di questo regno favoloso comporta solo che il pensiero ne costruisce immediatamente un altro dal materiale di risulta del precedente (cascame della difensiva “operazione semplice” di cui si diceva), la cui struttura resta in orbita pronta ad ospitare un nuovo tempio fantastico.

Invece, solo se la commistione tutta umana di forze opposte potenzia il riconoscimento del limite, intendendosi per ri-conoscimento la capacità di rinnovare e raffinare la conoscenza, sino a renderla invulnerabile alla mistificazione truffaldina, al sogno onnipotente e agli ideali di facciata, allora la copresenza di sentimenti opposti, quell’ “un po’ sì, un po’ nodi bene e male (in lettera minuscola, si badi bene), risulterebbe non solo tollerabile e giustificata, ma anche al sicuro da ogni vile forma di mafiosità intellettuale’.

La supina accettazione è il contrario della negazione titanica, ma quest’ultima fa mostra di delegare troppo spesso a un pensiero maligno un immediato e assoluto potere, rendendo in tal modo ancor più difficili i progressi cui, lentamente, può giungere la verifica paziente, umile e costante degli errori della mente, irri-conoscibile fuori dal cerchio dei suoi reali, perché limitati, poteri.

Tra questi si distingue il desiderio di conoscenza, che, se da un lato ci aiuta a sapere prima e rozzamente cosa vogliamo evitare e spostare, dall’altro per consentirci di vivere nella realtà conquistabile, deve vietarci inutili scorribande per campi che non sarebbero mai felici, semmai Elisi e freddi di morte, e obbligarci al lavoro dell’esistenza terrena in cui, per esempio, accanto all’amore cresce la disperazione di non potere amare come vorremmo, trasformata in odio alzando i pugni al cielo.

Segue il sentimento di giustizia, ma anch’esso deve commisurarsi con la più scrupolosa valutazione dei fatti, senza aggiustamenti né modifiche. Eppure, troppe volte ci scopriamo a temere il ri-conoscimento nella prosa quotidiana dei suoi aspetti più frustranti (e persecutori), quantunque ritenuti superabili nel desiderio di domani grazie ad illusioni codificate oggi («Il Tempo è galantuomo », si racconta).

Orbene, sembra non esserci via d’uscita: giustificare l’ambivalenza e l’ambiguità di noi piccoli esseri sputati nell’Universo, ci consegna alle pretese esasperanti di un Ideale; il dovere del ri-conoscimento è impresa impossibile perché sempre sabotata dalla paura di morire.

Dicevamo che nel gioco delle sostituzioni la parola ‘amore’ si scambia esatta solo con la parola ‘vita’, ma entrambi i termini non ammettono, per far salva la dignità umana, né errori di interpretazione né aggiustamenti truffaldini del senso veicolato dalla parola, sicché se nell’intelligenza dei sentimenti rientra la valutazione di coesistenti pensieri contraddittori è solo perché essi attendono di raffinare all’interno dello stesso setaccio (la mente con i suoi desideri) la loro trama.

Così come ogni solenne programma di lavoro, che mira a sviluppare al meglio la Verità del corpo e della psiche, parte da esercizi minimi, da ripetere con assiduità e gioiosa costanza, allo stesso modo ogni piccolo momento di pena ci offre di volta in volta la possibilità di essere negato pagando un piccolo pedaggio sulla strada verso la Falsificazione; ma, la rinuncia all’impegno per indolenza o rapida frustrazione e la firma obbediente a un codice di un altrove irraggiungibile respingono en avance e precludono la verifica sia del soccorso generato dall’attesa ristoratrice sia del perdono eventualmente accordato per il delitto commesso.

La Scelta si impone come unica modalità per separarci dal mondo dei mostri infantili, se consideriamo i grandi temi della nostra esistenza (la sessualità, il lavoro, il credo politico o religioso, la famiglia); ma qui il nodo da sciogliere è un altro: abbandonare la suggestione dell’indefinito, del vago e dell’ambiguo ad ogni costo e puntare ad avere ora in questo frangente meno paura dell’infinito, dell’ignoto e dell’insolito, senza attendere il genio della negazione fantastica dell’umano limite. Esso è un taglio netto insensibile a qualsivoglia ambage, è connaturato alla vita, è la sua finitezza. Il suo nucleo costitutivo e pulsante è la Separazione, che non ha misure da prendere né abissi o iperuranei temuti da calcolare, ma è un’idea, una potenzialità, un’adesione critica continua al comandamento della libertà e alle sue ferree leggi. Perciò, nel Sentimento si può certo sperimentare, magari transitoriamente, l’ambivalenza come immediato e puerile tentativo di difesa dall’angoscia, ma non è lecito (e mai si dovrebbe) consentire nessun compromesso definito, pena lo scatenarsi di un mostro, sfuggito al mondo senza regole della fantasia con promesse di indennizzo, capace persino di ridurre a un pernicioso stato di torpore non solo la coscienza, ma anche il nostro sistema immunitario, accelerando per beffa estrema, prima di ogni accettabile licenza, la morte.

 

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