giovedì, Ottobre 29

Un pezzo di Recovery fund per lo spazio «Con 209 miliardi possiamo far ripartire l'Italia», dice Conte. Allora la domanda è: allo spazio italiano, quanto andrà di questa cifra?

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Sull’accordo Recovery Fund, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto: «Con 209 miliardi possiamo far ripartire l’Italia».

Prima di entrare in un dettaglio più approfondito ci lasciamo a una considerazione di sostanza: con una massa di denaro così imponente occorre un piano serio per valorizzare ogni opportunità, per porre le basi della crescita non solo di una piccola regione dell’emisfero boreale occupata dal popolo italico, ma principalmente per favorire una maggiore convergenza tra i Paesi del Nord e del Sud Europa in un equilibrio che cementi la casa continentale e ne salvaguardi ogni possibile ingerenza, sia dai giganti asiatici incanalati pericolosamente sulla Via della Seta che dai titani dell’oltre atlantico pronti a usare l’Europa come proprio mercato di sbocco.
Orbene, ci domandiamo: allo spazio italiano, quanto andrà di questa cifra?

La domanda non è banale perché, allo sfogliare dei principali giornali mondiali, le attività di accesso e utilizzo della zona ultratmosferica sono ormai diventate una costante. Pertanto dover afferrare il business ci sembra oltremodo doveroso e pieno di significati da governare.

La scorsa settimana la Commissione Attività Produttive della Camera ha ascoltato il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, sul tema dell’individuazione delle priorità dell’utilizzo del Recovery Fund.

I termini raccolti purtroppo non esulano da un burocrateseprobabilmente necessario allo svolgimento delle audizioni ma che spesso tende a sfuggire dalla comprensione universale. Quando però si parla di un obiettivo per rendere strutturale la misura, significa, a nostro avviso che vi sia una determinazione a cambiare un po’ le cose e a rendere definitivo quello che da decenni resta aleatorio.

Insomma, l’Italia ha bisogno di ristrutturare il proprio sistema economico e lo deve fare in fretta, perché i competitor non aspettano e vanno avanti a una velocità molto più elevata della nostra. Ecco perché parliamo di spazio. Settore di grande innovazione, dove ormai sono molti gli interessi che si stanno mettendo in gioco per utilizzare quanto prima tutte le risorse che ne possono derivare.
Il settore, a leggere i documenti, rientra nell’attrattività e rafforzamento del sistema produttivo, in cui si va da incentivi mirati per le filiere più performanti, al rafforzamento del Patto per l’export, all’attrazione degli investimenti stranieri in Italia e ai contributi per il ritorno delle produzioni delocalizzate.

La dotazione che finanzierà il Piano per l’Italia ammonta a circa 191 miliardi di euro, di cui 63,7 miliardi come sussidi diretti (ovvero sotto forma di contributi a fondo perduto e incentivi fiscali) e 127 miliardi di prestiti. Il 70% delle risorse europee dovrà essere impegnato nel biennio 2021 e 2022, la quota rimanente nel 2023. Il momento può giocare in ripresa e dar fiducia.

Secondo uno studio dell’Università di Padova, dal 2008-2010 il peso del debito pubblico italiano sul Pil è cresciuto di 14,4 punti percentuali, contro i circa 18 punti di Germania e Francia e i 19 punti della media dell’Unione europea; l’indebitamento dunque, in quella fase è aumentato meno rispetto al resto dell’Europa. Negli anni successivi l’avanzo primario, la differenza fra le entrate e le uscite, al netto degli interessi si è rafforzato passando dallo 0,9% del 2009 al 2% del 2015. Questa tendenza è proseguita, sia pur riducendosi, fino al 2019. Inoltre, dal 2008 al 2018, il peso degli interessi sul debito si è contratto in maniera significativa, grazie all’azione decisiva della Banca centrale europea. Pertanto ci sono le condizioni per immaginare un comparto da far crescere, che diventa sempre più essenziale per il futuro strategico del Paese, i cui investimenti hanno mostrato di essere al passo con un interessamento dell’intera filiera produttiva nazionale, dalla grande impresa agli imprenditori più specializzati, per non parlare dell’intero braccio dei servizi che ne conseguono, ceduti sia a fruitori privati -space economy- che al complesso settore della sicurezza nazionale.

L’Italia fortunatamente non ha le tradizionali ambizioni di grandeur di qualche nostro vicino più dotato (fatto salvo in un passato regime tutto da dimenticare) e chi amministra il patrimonio deve aver ben chiaro che un grande progetto nazionale è impossibile senza la costruzione di una serie di alleanze importanti per condividere responsabilità e costi.
Pertanto se ci sembra indispensabile continuare sulla strada delle iniziative di cooperazione europea, si dovranno sempre più individuare nuove strade di collaborazione internazionale, necessarie a rafforzare piuttosto che a depauperare il patrimonio culturale e professionale su cui si è investito da oltre mezzo secolo. Sussistono al riguardo gli strumenti finanziari specializzati: tra tutti, il Fondo Primo Space promosso dal Fondo Nazionale Innovazione e dal Fondo europeo per gli investimenti.

In conclusione, riteniamo che se è vero, come è vero, che ci sono i soldi, il primo impegno delle nostre istituzioni sarà quello di spendere bene tutte le risorse provenienti dall’Europa che, di fatto, per sei anni raddoppieranno la mole degli investimenti pubblici del nostro Paese. E tuttavia per compiere un’operazione del genere servono riforme strutturali alla macchina statale che diano valore alla qualità delle opere da compiere e a chi si appresta a questo difficile cammino. In sostanza serve gente preparata per compilare ed eseguire questi piani e con un’autorevolezza liberata da slogan e ciarpame dilettantistico. Noi riteniamo che il primo passo da compiere sia proprio il reclutamento di personale adeguato e l’esclusione -dove serva- di ogni ignorante e malfattore.

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