mercoledì, Luglio 17

Un passo indietro sui curdi

0

Come spesso accade nella storia, ma accade anche nel diritto e specialmente in quello internazionale, ciò che ieri era contrario al diritto diventa poi perfettamente legittimo. Questa è anche la curiosa storia del Kurdistan e dei curdi più in generale, anzi di un curdo in particolare: Abdullah Öcalan.

Il “popolo” curdo, era perfettamente delimitabile nella propria estensione geografica, benché non fosse ancora un vero e proprio Stato quando era sotto il controllo coloniale dell’Impero ottomano, non diversamente da gran parte del Medio Oriente, Palestina inclusa. E, infatti, nel Trattato di Sèvres – non entrato mai in vigore, che, nel 1920, doveva concludere, per la parte turco-ottomana, la Prima Guerra mondiale – ne veniva indicato l’esatto confine in un territorio comprendente parti della stessa odierne Turchia, Siria e Iraq, oltre che dell’Iran.

Ma, appunto, quel Trattato non entrò mai in vigore, anche perché lo Stato risultante alla fine dall’impero ottomano sconfitto dalla guerra, la Turchia odierna di Atatürk, mai ne accettò nemmeno l’esistenza. Con il Trattato di Losanna del 1923, infatti, quel “popolo” curdo si vide negare ogni riconoscimento internazionale. Come spesso succede, non avendo peso e appoggi sufficienti, fu cancellato nella memoria dei vari governanti e, illusoriamente, in quella del diritto internazionale. Uno dei drammi della Prima Guerra mondiale, insieme a quello dell’Armenia. Ma il popolo, non perse mai, e come vedremo non perde oggi, la sua identità e la legittimità della propria aspirazione.

A partire, però, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, le aspirazioni sempre insoddisfatte all’indipendenza curda diventarono oggetto di pesante repressione, specialmente in Turchia. I rappresentanti dei curdi furono considerati terroristi, tanto più che, sempre più spesso, sostenevano le proprie ragioni con veri e proprie azioni terroristico-militari, sovente finanziate dall’URSS che, per lungo tempo, ne sostenne le aspirazioni, in funzione anti turca (la Turchia era diventata una delle più importanti basi statunitensi di controllo e minaccia dell’URSS con essa confinante). Ma ciò avvenne anche da parte dell’Iran, che reppresse (nel 1946) il tentativo di costituire uno Stato curdo nel settentrione del suo attuale territorio.

Dal punto di vista giuridico, la pretesa alla costituzione di uno Stato curdo, benché ragionevole in astratto (stante almeno la evidente identità etnica di quel popolo) non è mai riuscita ad affermarsi sulla scena internazionale, anche a causa dei troppi interessi che vi si oppongono. Il diritto internazionale, in ultima analisi, riconosce diritti veri e propri, solo a quegli Enti che riescono di fatto, ad affermarsi, territorialmente (come gli Stati) o anche diversamente, ma in maniera indipendente (si pensi alla Santa Sede).

Al popolo curdo, in effetti, nessuno mai ha voluto riconoscere la stessa caratteristica di “popolo”, che è quella che nel diritto internazionale costituisce il fondamento per la rivendicazione legittima della pretesa all’autodeterminazione, cioè alla creazione di uno Stato indipendente.

A dire il vero, situazioni simili dal diritto internazionale (si pensi solo all’Alto Adige, per fare un esempio a noi vicino) sono regolate con il cosiddetto ‘regime delle minoranze’, che obbliga gli Stati a riconoscere una certa autonomia e uno sviluppo socio-culturale specifico alle minoranze, anche se non riconosce loro il “diritto” all’autodeterminazione. Nel caso del Kurdistan (anzi, dei Kurdistan, essendone il territorio spezzettato tra gli Stati citati) ciò non è accaduto perché in tutti gli Stati di cui hanno fatto parte, hanno sempre e invariabilmente subito repressioni di ogni genere. Ben nota, in particolare è la terribile vicenda del capo del movimento rivoluzionario curdo in Turchia, Abdullah Öcalan che citavo prima, considerato un terrorista in Turchia e perciò rifugiatosi in Unione Sovietica.

È questa una vicenda che si ripete spesso sulla scena internazionale: quella di persone che nel rivendicare, “in nome dei loro popoli”, la propria indipendenza (o anche un governo “democratico”) sono considerati terroristi, fin quando la rivendicazione ha successo e allora diventano persone con le quali la trattativa è possibile: il caso del Vietnam è emblematico. Öcalan, infatti, rifugiato in Siria, viene allontanato dal governo siriano e passa in Unione Sovietica, a sua volta poco propensa ad accoglierlo, nonostante avesse, come detto, in passato sostenuto la rivendicazione dell’indipendenza delle popolazioni curde in Iran. Tanto che alla fine, grazie al sostegno di alcuni politici italiani, legati ai partiti di sinistra ma anche al PCI, Öcalan viene fatto, un po’ “rocambolescamente”, arrivare in Italia, dove richiede asilo politico al governo D’Alema.

Come noto, la Costituzione italiana, all’art. 10 comma 3, prevede l’obbligo per il nostro Stato di concedere l’asilo agli stranieri perseguitati nel loro Paese per motivi politici. La Costituzione in materia è molto chiara e precisa, parla esplicitamente di “diritto” all’asilo. Per questo, verosimilmente, chi fece entrare Öcalan in Italia, contava su una relativa probabilità di successo: era difeso da “pezzi da novanta” del diritto penale italiano, come Gian Domenico Pisapia (il padre di Giuliano, attuale sindaco di Milano e padre altresì dell’attuale codice penale) ed altri; esisteva la presunta circostanza “fortunata” di un Governo presieduto da un ex comunista come Massimo D’Alema.

Ma quei calcoli si rivelarono del tutto sbagliati, perché, la legge italiana, molto confusa e pasticciata come al solito, richiede in ultima analisi che la possibilità della concessione dell’asilo sia avallata da un Tribunale, che deve accertare con una sentenza, che effettivamente il richiedente asilo rischi, ove torni nel proprio Paese di origine, violazioni gravi della propria libertà perfino la morte, per motivi politici. La concessione dell’asilo, in realtà, è anche (come l’estradizione) un atto politico: la decisione finale, insomma, alla fine è del Governo.

Sta di fatto che i conti si rivelarono completamente errati (e anche un po’ irresponsabilmente superficiali) sia perché la novità relativa del caso impegnò a lungo i giuristi e i tribunali in una discussione sulla possibilità o meno di concedere l’asilo, sia perché fu largamente sottovalutata la disponibilità del Governo italiano ad attendere la sentenza. Anzi, c’è chi pensa che i tempi della sentenza fossero stati volutamente prolungati, proprio allo scopo di permettere al Governo di evitare la concessione dell’asilo (che avrebbe messo in pericolo i rapporti con la Turchia e con gli Stati Uniti, alla Turchia vicinissimi) e di permettere così al governo di “cedere” alle pressioni internazionali e di accettare di allontanare Öcalan dall’Italia, senza alcun controllo giurisdizionale, prevedibilmente positivo, come infatti avvenne.

E dunque, in attesa di una sentenza, che, puntualmente, fu emessa dopo che Öcalan era stato già allontanato dall’Italia e, per una serie di “disguidi ed errori” del medesimo, egli fu arrestato dal governo turco, che lo imprigionò. Anche se – almeno questo! -, grazie anche alle pressioni italiane, che rivendicavano il diritto, a posteriori, di concedere l’asilo e quindi il loro interesse ad un non eccessivo maltrattamento di Öcalan, non fu condannato a morte, ma all’ergastolo! Perché, però, parlo di una sorta di nemesi. Il motivo dichiarato dell’allontanamento di Öcalan, era che egli era il capo di una organizzazione terroristica e che, quindi, non poteva trovare quell’asilo, che invece il tribunale gli riconoscerà.

Il Governo turco, a sua volta, accettò di non eseguire la condanna a morte, anche nella speranza di diminuire la tensione con il popolo curdo in Turchia (in gran parte, direi, ricattandolo con la detenzione del suo capo) e specialmente di evitare dissapori con gli USA, ostili al movimento di liberazione curdo: gli USA erano in ottimi rapporti con l’Iran dello Shah, e, sempre all’epoca, in non cattivi rapporti con la Siria, troppo vicina ad Israele per essere irritata oltre misura. Ma nel frattempo, il regime filo americano in Iran è caduto, la Siria è diventata un nemico pericoloso per Israele, l’Iraq è completamente sconvolto dopo la improvvida e illegittima guerra contro Saddam Hussein, che, però, ha permesso che si sviluppasse una certa autonomia del Kurdistan iracheno, ricco di petrolio.

Da tempo, infine, gli USA, specialmente in funzione anti russa, osteggiano fortemente la Siria e dunque finanziano anche i gruppi curdi (hanno finanziato, come noto, anche l’ISIS!) che combattono da qualche anno contro il governo di Assad. Non solo, ma da quando il famigerato ISIS ha cominciato ad estendere il proprio potere in parte del territorio dell’Iraq e della Siria e quindi “rischia” di conquistare addirittura Baghdad, i curdi sono diventati una risorsa importante. E, dunque, vengono largamente finanziati e addirittura difesi e armati anche da noi italiani, sia pure con armi vecchie e inutili.

La Turchia, in compenso, alla quale l’Italia (e non solo) aveva fatto omaggio espellendo Öcalan, oggi si trova nella posizione di ostacolare, con grande ira degli USA, proprio lo sforzo di lotta contro l’ISIS, per timore di vedere rinascere le rivendicazioni curde a sviluppare un proprio futuro stato indipendente sul suo territorio.

Alla fine il diritto internazionale, che considerava legittima la pretesa curda, ha avuto ragione. I “terroristi” (che il diritto internazionale considerava e considera combattenti legittimi per l’autodeterminazione) sono ora per consenso unanime combattenti per la libertà e perfino salvatori dell’umanità, il “terrorista” Ocalan resta il capo riconosciuto, benché in galera, del popolo curdo. Ci sarebbe da chiedersi che aspetti il Governo italiano a scusarsi con lui.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore