giovedì, Agosto 6

Un nuovo Sykes-Picot per il Medio Oriente Il nuovo equilibrio strategico regionale concordato da Trump e Putin

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Nel 1916, il diplomatico britannico Mark Sykes e l’alto rappresentante francese François-Georges Picot si accordarono per spartirsi le spoglie dell’agonizzante Impero Ottomano tracciando «una linea retta dalla ‘A’ di Akko [San Giovanni d’Acri, situata nell’odierno Israele] alla seconda ‘k’ di Kirkuk». L’accordo pose le basi per la conformazione geopolitica del Medio Oriente, dando origine a Stati le cui frontiere erano concepite ad esclusivo uso e consumo delle potenze europee intenzionate ad imporre i propri interessi economici e strategici senza tener conto della complessità etno-religiosa dei luoghi. Nel bene e (soprattutto) nel male, gli equilibri stabiliti dal patto Sykes-Picot hanno retto per oltre un secolo, sopravvivendo ai vari tentativi di ridefinizione dei confini geografici mediorientali elaborati da Stati Uniti e Israele.

Nel 1982, Oded Yinon, analista militare vicino alla comunità d’intelligence di Tel Aviv, pubblicò un lungo articolo sulla rivista ‘Kivunim’ in cui si identificava nella frammentazione degli Stati areali lungo linee di divisione etniche e religiose l’unica strada percorribile per assicurare il primato geopolitico di Israele. Nel saggio, Yinon suggeriva esplicitamente al governo israeliano di impegnarsi – tra le altre cose – per spaccare Iraq e Siria in una miriade di nuove mico-entità statali sprovviste della forza necessaria ad impensierire lo Stato ebraico. Al suo piano si sono rifatti negli anni successivi numerosi strateghi statunitensi, a partire dai neoconservatori che assunsero de facto le redini dell’amministrazione Bush jr. Il piano del ‘Grande Medio Oriente’ si proponeva infatti di ridisegnare i confini dello spazio geografico che si estende dal Marocco al Pakistan in maniera analoga a quanto fecero Parigi e Londra sul finire della Prima Guerra Mondiale, attraverso strumenti militari, politici ed economici. Per scardinare gli assetti geopolitici vigenti onde sostituirli con nuovi modelli ritenuti più confacenti agli interessi Usa, Washington sferrò il devastante attacco all’Iraq del 2003, seguito – a tre anni di distanza – dall’aggressione israeliana al Libano, che l’allora segretario di Stato Condoleezza Rice inquadrò come «le doglie del ‘nuovo Medio Oriente’».

Nel 2007, il generale in pensione Wesley Clark dichiarò di esser venuto a conoscenza di un piano elaborato dal governo Usa mirante a «far fuori sette Paesi in cinque anni, ovvero Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire Iran». Paesi, quelli elencati da Clark, che risultavano nemici di Israele, non allineati al ‘Washington consensus’ e dotati di Banche Centrali scollegate dal sistema della Bank for International Settlements di Basilea (ed ispirate ai precetti anti-usura della finanza islamica). Gli strascichi di quel piano si sono protratti per tutti gli anni successivi, con i ripetuti tentativi di spaccare il Sudan, di far fuori la Jamahiriya Libica edificata dal colonnello Muhammar Gheddafi, di aggredire militarmente o di provocare un cambio di regime in Iran, di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di sradicare Hezbollah dal Libano, di far implodere la Somalia con una guerra per procura portata avanti da bande islamiste analoghe in tutto e per tutto a quelle operanti in Siria con il fine di rovesciare il regime alawita di Bashar al-Assad.

L’inaspettata resistenza opposta da Assad e la decisiva entrata in campo a fianco di Damasco della Russia hanno non solo mandato all’aria i piani statunitensi, ma anche messo in crisi lo schema di alleanze che gli Usa hanno pazientemente costruito a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver preso parte al piano di destabilizzazione della Siria fungendo da ‘autostrada della Jihad’ ed aver subito un tentativo di colpo di stato a danno del presidente Recep Tayyp Erdoğan, Ankara ha varato, in barba alla sua appartenenza alla Nato, un sostanziale cambio di registro che ha portato la Turchia ad allinearsi su posizioni molto vicine a quelle di Mosca e Teheran. Attualmente, l’esercito turco staziona nelle regioni settentrionali della Siria, mentre Israele consolida la propria presa sul Golan, occupato e amministrato da Tel Aviv fin dal 1967. Il Qatar ha progressivamente abbandonato il ruolo di finanziatore dei gruppi islamisti per avvicinarsi (anche dal punto di vista energetico) all’Iran, in specie dopo la rottura dei rapporti diplomatici con il piccolo ma ricchissimo emirato dichiarata unilateralmente dall’Arabia Saudita, acerrima nemica della Repubblica Islamica la cui egemonia mediorientale è minacciata ogni giorno di più dall’ascesa strategica di quella ‘mezzaluna sciita’ che collega la Teheran degli ayatollah al Libano di Hezbollah attraverso la roccaforte alawita in Siria e all’Iraq post-Saddam Hussein.

La stessa decisione di Riad di procedere a un gigantesco regolamento di conti interno alla famiglia reale per blindare la posizione di forza conquistata dal principe Mohammed bin-Salman e ‘sequestrare’ e costringere alle dimissioni (tramite un comunicato molto critico del ruolo svolto da Hezbollah e dall’Iran) il primo ministro libanese Saad al-Hariri mentre quest’ultimo si trovava in territorio saudita si inscrivono nella controffensiva elaborata da Riad per rimediare alla disfatta militare che va profilandosi in Yemen e allo smacco – prima strategico e poi diplomatico – subito in Siria.

Dopo aver profuso enormi risorse per debellare la rivolta degli Houthi, ribelli filo-iraniani operanti nello Yemen settentrionale, e per sostenere le operazioni delle bande armate islamiste in Siria, i sauditi sono stati tagliati fuori dalla soluzione alla crisi mediorientale concordata al vertice vietnamita di Da Nang da Donald Trump e Vladimir Putin, i quali hanno ribadito la necessità di garantire l’unità territoriale della Siria a seguito della sconfitta dello ‘Stato Islamico’. Nella stessa ottica va letto il fallimento del progetto di secessione del Kurdistan dall’Iraq, a favore della quale non si è esposto alcun ‘peso massimo’ dell’arena internazionale nonostante il successo al referendum per l’indipendenza ottenuto dal clan Barzani.

Come scrive l’esperto Alberto Negri, «Trump, per accontentare i suoi maggiori acquirenti arabi di armi e gli israeliani, vuole uscire dall’accordo sul nucleare del 2015 e imporre nuove sanzioni a Teheran ma non fare probabilmente una nuova guerra. Questo è il senso dell’ammonimento lanciato dalla Casa Bianca a rispettare la sovranità del Libano e diretto sia alle milizie sciite Hezbollah, alleate di Teheran, che alle ‘potenze straniere’ […]. Dopo Da Nang Stati Uniti e Russia sembrano d’accordo (il condizionale è d’obbligo) ad attuare una sorta di ‘doppio contenimento’ dei loro alleati regionali: dal loro impegno passano le chance di un negoziato o gli scenari per una nuova guerra devastante».

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