mercoledì, Settembre 30

Un nuovo diritto di asilo ambientale? field_506ffb1d3dbe2

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Kiribati

 

Sydney – Il mondo si evolve rapidamente, ma non sempre le leggi riescono a fare altrettanto. È questo il caso di un cittadino di Kiribati, Stato arcipelagico dell’Oceania nord-orientale, che ha richiesto asilo alla Nuova Zelanda per motivi ambientali. Ioane Teitiota, 37 anni, è stato infatti il primo cittadino al mondo a fare richiesta dello status di rifugiato ambientale‘, giuridicamente non esistente. Kiribati, composto da 33 atolli sparsi sulla linea equatoriale del Pacifico centrale, è infatti uno dei Paesi con più alto rischio al mondo di essere sommerso dalle acque. La causa risiede nella scarsissima altezza sul livello del mare delle isole, due metri in media, la quale comporta evidenti problematiche di sicurezza, economiche e sociali. L’economia dell’arcipelago, una delle più povere al mondo, dipende, infatti, per più di un quinto dai flussi turistici, inevitabilmente influenzati dalle condizioni climatiche, e dalle esportazioni di prodotti derivati del cocco e dalla pesca. Circa metà delle finanze pubbliche provengono invece da aiuti internazionali erogati su base annuale, prevalentemente da Australia (15 milioni di dollari), Taiwan (11 milioni), Unione Europea (9 milioni), Nuova Zelanda (6 milioni), Banca Mondiale (4 milioni), Nazioni Unite (3,7 milioni) e Giappone (2 milioni).
Le difficili condizioni di un Paese sotto costante rischio ambientale si ravvedono anche sotto il profilo sociale e sanitario, l’aspettativa di vita è infatti di soli 60 anni e il tasso di mortalità è decisamente alto, mentre diverse sono le malattie diffuse sul territorio, incluse la tubercolosi e l’AIDS.
Sono queste ed altre ancora le motivazioni che hanno spinto Ioane Teitiota a lasciare nel 2007 quello che all’apparenza sembra un paradiso tropicale, cercando una nuova vita nella moderna Nuova Zelanda. Teitiota, padre di tre figli nati in Nuova Zelanda, ha depositato una richiesta per ottenere lo status di rifugiato poco dopo essersi trasferito nel nuovo Paese, richiesta respinta dall’apposito ufficio per le richieste di asilo e protezione. In seguito a questa decisione, Teitiota si è appellato al Tribunale per l’Immigrazione e la Protezione, il quale ha però rifiutato nuovamente la sua istanza. Come ultima risorsa, il cittadino di Kiribati ha fatto richiesta di appello presso la Corte Suprema neozelandese, vedendosi tuttavia rifiutata la possibilità di dare continuità al suo ricorso.

Di quanto accaduto ne abbiamo parlato con Pierpaolo Moio, avvocato della Banq Lawyers di Sydney, esperto di diritto australiano dell’immigrazione.

Avvocato, in base a quali criteri si può oggi chiedere asilo in Australia?
Attualmente ci sono due diverse strade per chi cerca asilo in Australia, la prima è per soggetti che arrivano con volo aereo, la seconda è per coloro che arrivano a seguito di un viaggio in mare. A prescindere dalle modalità di sbarco, ognuno ha il diritto di cercare ed ottenere asilo da Paesi terzi per ragioni di persecuzione. E’ proprio il concetto di persecuzione la discriminante.

Quali sono, quindi, i criteri per poter essere considerato un rifugiato?
La legge stabilisce anzitutto che debba esserci un effettivo pericolo di vita associato al rientro in patria. La legislazione è piuttosto severa e prevede che ognuna delle situazioni seguenti venga appurata: essere fisicamente al di fuori del proprio Paese, avere timori fondati circa le modalità di rientro in patria, timore di essere perseguitato in caso di rientro, fondatezza di tali timori, mancanza di alternative sicure di vita nel paese d’origine, mancanza di protezione da parte del proprio governo, impossibilità di trasferirsi legalmente in un altro paese e, infine, il non aver mai commesso crimini di guerra o altri reati gravi.

Pensa che la giurisprudenza dovrà evolversi ed includere nuove categorie protette come quella dei rifugiati per motivi ambientali?
Si, la migrazione per serie ragioni climatiche e ambientali dovrà in futuro essere presa in considerazione dalle politiche di Paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda. Come ha, infatti, affermato il Presidente del Refugee Council, c’è la necessità di una nuova categoria legale pensata per proteggere quei soggetti in fuga dagli effetti del riscaldamento globale. Molti potrebbero essere costretti a lasciare i Paesi delle isole del Pacifico nel breve e medio termine. Noi, trovandoci vicino a questi Paesi, dovremmo tenerci preparati ad un flusso di gente in fuga a causa dell’innalzamento del livello dei mari. Va precisato, tuttavia, che attualmente nessun Paese prevede ancora una tale categoria di visti.

 

Intanto Michael Kitt, l’avvocato di Teitiota, ha dichiarato che il visto del suo assistito è oramai scaduto, aggiungendo che: «Il signor Teitiota è perseguitato passivamente dalle circostanze in cui è costretto a vivere, senza che il Governo di Kiribati possa fare qualcosa per migliorarle. L’acqua potabile è un diritto umano basilare e il Governo di Kiribati non riesce, e forse non vuole, garantirlo perché questo è completamente al di fuori delle sue possibilità».

La questione è tuttavia molto più grande di Ioane Teitiota e della sua famiglia, che sarebbe costretta a lasciare la Nuova Zelanda con lui. Il suo sarebbe stato, infatti, il primo caso al mondo in cui lo status di rifugiato viene concesso per motivi ambientali, creando un precedente di importanza incalcolabile. Michael Kitt insiste proprio su questo punto: «Questo caso avrebbe potuto costituire un precedente internazionale, non solo per i 100.000 abitanti di Kiribati, ma per tutte quelle popolazioni messe in pericolo dai cambiamenti climatici derivati dall’azione umana, ecco perché è stato rifiutato. La Convenzione per i Rifugiati che è entrata in vigore alla fine della Seconda Guerra Mondiale deve essere modificata, arrivando ad includere coloro che fuggono da danni ambientali gravi. Quello che accadrà a Kiribati nei prossimi 30 anni sarà una vera catastrofe».

La decisione definitiva presa dalla Suprema Corte neozelandese parte proprio da alcune considerazioni fatte dalla difesa: «Il signor Teitiota non sarebbe, al suo ritorno a Kiribati, oggetto di persecuzioni sulla sua persona, e non sarebbe vittima di violazione dei diritti umani. Nonostante la genuinità delle affermazioni fatte dal Signor Teitiota, la sua condizione non è diversa da quella di tutti i cittadini di Kiribati».

Teitiota ha commentato dichiarando che tornare nell’isola di Tarawa, a Kiribati, significherebbe invece mettere a rischio la sua vita e quella dei suoi figli, aggiungendo di essere sicuro che non verrà deportato, a causa delle condizioni del suo Paese.

La scelta di non creare un precedente internazionale è evidentemente dettata dalla decisione di non voler fronteggiare il potenziale arrivo di decine di migliaia di nuovi rifugiati ambientali‘, come spiegato da Jane McAdam, esperta di diritto internazionale della University of New South Wales. McAdam ha inoltre aggiunto che «È chiara la volontà politica di Nuova Zelanda e Australia di non estendere il raggio d’azione della legge che interessa i rifugiati agli effetti dei cambiamenti climatici. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova serie di strumenti: dobbiamo iniziare a vedere l’immigrazione come un fenomeno di adattamento dell’uomo, dobbiamo potenziare la lotta ai cambiamenti climatici e poi, ovviamente, dobbiamo fare di più per l’assistenza e la protezione umanitaria».

Mentre gli Stati più benestanti si tutelano con tali strumenti legali, tuttavia, il numero di Paesi che rischia danni irreversibili a causa dell’innalzamento del livello dei mari è in continuo aumento. Resta ancora nella memoria la riunione del Consiglio dei Ministri delle Maldive del 17 Ottobre 2009 effettuata sott’acqua, a sei metri di profondità, in segno di protesta per l’inquinamento globale e il conseguente innalzamento del livello delle acque.
Molti altri sono i territori sottoposti a questi rischi, prevalentemente Stati insulari del Pacifico, e non tutti con la stessa capacità di creare casi mediatici. Il principio stesso di rifugiato ambientale‘ è poi, potenzialmente, in grado di interessare molti Paesi del mondo. Tenendo conto dei molteplici effetti dei cambiamenti climatici, infatti, si scopre che le popolazioni che sono costrette a spostarsi ogni anno a causa di problemi collegati al clima non sono solo nel Pacifico, e includono popolazioni in fuga da siccità, desertificazione, alluvioni, inondazioni, grandi frane e incendi. Secondo l’Indice Globale di Rischio Climatico (CRI), infatti, le zone a più alto rischio di impatto ambientale sono gli atolli del Pacifico, l’intera regione dell’Asia sud-orientale, l’America Centrale e l’Africa sud-orientale.

È evidente come i cambiamenti climatici, sempre più ricollegati ad attività di natura umana, creino problemi sempre maggiori alle popolazioni dei Paesi più a rischio, ma l’ipotesi di una diffusione globale del principio di asilo ambientale è ancora remota, così come appare difficile che il concetto di rifugiato arrivi ad includere le categorie affette da problemi ambientali entro pochi anni. Nonostante alcune misure adottate da Kiribati e Maldive  -in trattativa per acquisire piccoli territori di Figi e India-  rimane tuttora improbabile che la soluzione generale di questi problemi trasversali sia rappresentata da esodi controllati delle popolazioni più a rischio. Quello che è certo, tuttavia, è che vada incrementata la rete di aiuti internazionali a queste popolazioni, mentre rimane fondamentale intervenire congiuntamente per ridimensionare gli effetti delle attività che dipendono dall’uomo e prevenire, nel lungo termine, che situazioni come quelle di Kiribati o Maldive interessino Paesi sempre più numerosi.

 

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