sabato, Gennaio 25

Un monumento, una città, due dittature

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Il Monumento alla Vittoria di Bolzano ha rappresentato per molto tempo una perfetta metafora della pesantezza e inamovibilità delle tensioni etniche in Alto Adige/Sudtirolo. Eretto nel 1926-28 dal regime fascista su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, utilizzando il sito e i materiali che sarebbero dovuti servire a un monumento ai caduti austriaci, fu inizialmente concepito in onore di Cesare Battisti, e poi dedicato alla Vittoria per l’indisponibilità dei familiari dell’irredentista trentino ad avallare la celebrazione. L’edificio, che fu un elemento cardine dell’operazione urbanistica con cui la città venneitalianizzata‘, è caratterizzato da una simbologia marcatamente fascista (è sostenuto da colossali colonne a forma di fascio littorio) e da una scritta in latino che celebra la missione civilizzatrice dell’Italia sui popoli conquistati. Tutte caratteristiche per cui è inviso al gruppo etnico tedesco, e che lo hanno reso bersaglio di polemiche e, nel 1978, anche di un fallito attentato dinamitardo.
L’esigenza di depotenziare e storicizzare la simbologia dell’opera si è, però, sempre dovuta scontrare con l’atmosfera di contrapposizione all’interno della Provincia autonoma, in cui ogni modifica allo status quo viene vissuta in termini di rapporti di potere tra il gruppo etnico italiano e quello tedesco; per esempio è in atto da decenni un braccio di ferro sulla toponomastica, in cui i tedeschi tentano di eliminare il maggior numero possibile di toponimi italiani imposti dal fascismo, cosa che gli italiani vivono (non senza ragione) come un tentativo di marginalizzare il loro gruppo già minoritario. Per questo motivo un’operazione ragionevole come il cambio di nome della piazza, che nel 2001 fu ribattezzata ‘piazza della Pace‘, fu sconfessata da un referendum in cui la popolazione cittadina (a maggioranza italiana) ottenne il ripristino del nomepiazza della Vittoria‘.

Tuttavia da un anno a questa parte qualcosa è cambiato. Intorno a una delle colonne è apparso un anello su cui lettere luminose segnalano la presenza di un percorso espositivo permanente intitolato ‘BZ ’18–’45. Un monumento, una città, due dittature‘.
Il percorso è stato allestito all’interno dei sotterranei del monumento, in precedenza chiusi al pubblico. La sala all’ingresso è un vero e proprio tempio della mistica fascista, con affreschi e scritte inneggianti alla guerra e alla Patria, accanto alle quali oggi vengono però proiettate frasi di segno opposto, pacifista e internazionalista.
Emerge subito il senso dell’operazione, che è quello di mantenere integro e visibile il monumento con tutte le sue simbologie, affiancandogli, però, del materiale che permetta di considerarlo da punti di vista diversi e alternativi. Infatti, le sale successive ospitano una disamina estremamente completa della storia dell’opera dalle origini fino ai giorni nostri, con abbondanza di materiale giornalistico, fotografico e audiovisivo, che permette di comprendere l’evoluzione delle posizioni favorevoli e contrarie, inquadrandole nel mutevole contesto storico e cittadino.


Facendo un bilancio a un anno dall’apertura del percorso, la dottoressa Silvia Spada, che dirige l’Ufficio Servizi Museali e Storico-Artistici del Comune di Bolzano e ha fatto parte della commissione scientifica che ha gestito l’operazione, ritiene che il risultato sia stato estremamente positivo. “Il gradimento è stato pressoché unanime, e la percezione delle problematiche si è modificata nel giro di una settimana: tutte le tensioni che riguardavano il Monumento e che ci hanno accompagnato per tutta la durata del lavoro si sono dissolte. Le reazioni positive, spesso emotivamente intense, che troviamo sul libro dei visitatori testimoniano che il percorso spiega bene la problematica del monumento, non solo nella prospettiva storica ma anche in quella attuale. Molti scrivono ‘ho finalmente capito‘. È come se i cittadini di Bolzano si fossero tolti dalle spalle un peso che più nessuno era interessato a portare”. Il numero di visitatori si è rivelato superiore alle aspettative: “La cittadinanza ha manifestato un grande interesse, anche al di fuori del pubblico abituale dei musei. E incredibilmente, nonostante nella prima fase siano mancati i fondi per investire in pubblicità, ora vengono anche più turisti di quanti ce ne saremmo aspettati, di tante nazionalità diverse”.

L’idea del percorso è nata nel marzo 2011, quando lo Stato italiano, la Provincia Autonoma e il Comune di Bolzano hanno deciso di approfittare dei lavori di restauro e manutenzione del monumento affiancandovi anche un’attività di contestualizzazione, e ne hanno affidato la progettazione a una commissione presieduta dal professor Ugo Soragni (oggi direttore generale dei musei italiani) e di cui facevano parte Andrea Di Michele, Hannes Obermair, Christine Roilo e la già citata Silvia Spada. “Quando abbiamo presentato il progetto ero sicura che non sarebbe stato portato avanti”, racconta Spada. “Del resto c’erano già stati altri tentativi falliti in precedenza. Invece, dopo sei-sette mesi di attesa, la commissione ha ottenuto un secondo mandato operativo, finanziato con scadenze ben precise. Grazie a Ugo Soragni, che oltre a essere persona di rara sensibilità e competenza e autore del principale libro sul Monumento alla Vittoria è anche un esperto delle ‘cose del mondo’, questo secondo mandato non prevedeva alcun ulteriore passaggio che richiedesse un placet politico, ma solo la presenza di un comitato di vigilanza sul rispetto dei tempi e delle spese previsti. Questo ha consentito alla commissione di lavorare in libertà da vincoli. Eravamo tutti professionisti seri ma provenienti da ambiti molto diversi e senza un passato di collaborazione. Dopo una prima fase un po’ difficoltosa abbiamo stabilito tra noi un’intesa rara e sulla carta non immaginabile”.

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