sabato, Dicembre 7

Un modello distruttivo per valorizzare le nostre industrie dello spazio Alla Esa Space19+ si decideranno i destini della politica spaziale europea per almeno i prossimi dieci anni. All’Italia serve arrivarci avendo trasformato il rischio di declino in un processo benefico di distruzione creatrice

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Tra qualche settimana si decideranno a Siviglia, alla Ministeriale Esa Space19+, i destini della politica spaziale europea per almeno i prossimi dieci anni

Sono molti gli operatori che vivono uno stato di ansia, perché ogni singolo elemento della grande maglia che lega i 15 e più miliardi che rappresenteranno il budget totale, potrebbe essere responsabile dell’incremento di posti di lavoro oppure della loro distruzione. Pertanto, nella primaria esigenza di soddisfare ed incrementare i bisogni di ogni singola Nazione, sarà compito dei delegati negoziare le migliori opportunità in relazione alle potenzialità dei Paesi di appartenenza e al costo che sarà imputato a ogni programma, nella scaltrezza di non lasciarsi abbagliare da prospettive inattuabili. 

Ne abbiamo parlato a lungo, suscitando attenzioni e contrasti che hanno portato la nostra testata fino all’attenzione parlamentare, con interrogazioni e polemiche. Dopo tutto, il nostro mestiere è anche questo. Cosa rende il settore tanto compresso da farci soffermare così insistentemente sull’argomento? 

La tecnologia spaziale è definita universalmente strategica, come tutte quelle in cui le imprese provvedono ai bisogni primari di una Nazione; ovvero energia, acciaio, forniture per la difesa nazionale. Premettiamo, dunque, di essere in completo disaccordo con chi, in un’ottica forzatamente liberale, vede la nozione di settore strategico vuota di contenuti ex-ante, giudicando il mercato il solo arbitro delle decisioni produttive prese in modo indipendente dagli operatori sulla base della convenienza valutata dal singolo. Nè riteniamo di far ricorso alla dottrina della militarizzazione dello spazio, condividendo un’autorevole affermazione secondo cui se gli interessi nazionali sono minacciati da altre sovranità oltre l’atmosfera terrestre, è compito delle Forze armate tutelarne la sicurezza. 

Dunque il comparto è insito di significati, sia per la generazione di nuove tecnologie che contribuiscono all’innovazione e alla crescita economica al di là dei confini settoriali, ma anche per la centralizzazione politica delle metodologie della difesa.
Quanto affermato trova la conferma di una ricerca completata recentemente dallo Studio Ambrosetti per conto di Leonardo: il settore riveste il suo ruolo nella prevenzione e nel contrasto di minacce per il sistema nazionale, ma anche nella partecipazione a iniziative estere ed è un rilevante settore industriale, a supporto della crescita, con una filiera integrata di PMI specializzate con grandi player globali e high-tech. Inoltre, secondo le prestigiose teste pensanti del gruppo fondato nel l’ormai lontano 1965, le attività spaziali sono fortemente interrelate su diversi settori dell’economia.

Aggiungiamo poi un altro elemento significativo. A differenza di aree definite ad alta intensità di capitale, la produzione spaziale può definirsi un labour intensive, secondo una classificazione anglosassone, che in questa categoria ravvede la necessità di forza lavoro maggiormente incisiva rispetto all’investimento da effettuare. Da queste frasi si evince la particolare forza del capitale umano, che richiede un’attenta formazione e la massima attenzione nella fidelizzazione per evitare la fuga di preziosi know-how. 

Come è noto, da tempo viviamo la scarsa capacità del sistema Italia di attrarre personale qualificato dal resto del mondo. In sostanza, la perdita di talenti italiani, unita all’incapacità di attrarre cervelli stranieri, penalizza fortemente il Paese nel contesto di un mondo globalizzato e fortemente competitivo. 

Tralasciamo analisi e suggerimenti, adeguati a quelle società che fanno questo di mestiere e che non mancano di essere presenti in ogni progettazione industriale. Proviamo, però, a domandarci se non è il caso di utilizzare la barra di comando delle governance delle principali realtà produttive per riportare ad una maggiore attenzione alcune oggettività che hanno sofferto di spinte centrifughe.

Per le attività spaziali la manifestazione è preoccupante. Secondo l’Aiad, l’associazione di categoria, le imprese della filiera aerospazio, difesa e sicurezza impiegano circa 45 mila occupati in Italia, sviluppando un valore della produzione di quasi 14 miliardi di euro che si traduce in 4,4 miliardi di valore aggiunto. Ovvero una contribuzione di circa 1,8 miliardi di euro al gettito fiscale. 

Un’attività in pieno sviluppo, che globalmente vale circa 350 miliardi di dollari e che vede in testa gli Stati Uniti sia con le sue imprese, che con le numerose start-up che ne alimentano lo spessore.
La recente attenzione verso la colonizzazione lunare, più che altro considerata fattiva come base di lancio verso altri corpi celesti, ha rialimentato l’attenzione globale verso collaborazioni di pregio. Non così espansiva l’industria europea, duramente colpita negli ultimi anni, i suoi operatori devono oggi confrontarsi con le sfide di mercati allargati e con un clima di concorrenza sempre più audace. Una debolezza causata principalmente dalla frammentazione organizzativa e drammatizzata dalla prepotenza di alcuni Paesi che, senza averne titolo, si sono proclamati conduttori di una realtà disomogenea, dove la forza della moneta unica non basta a bilanciare troppe differenze sociali e culturali che sono stati motori di guerre e attriti per almeno due millenni e più. Alle forti catene del valore, a una forza lavoro qualificata e competente e a una base scientifica di livello, continuano ad opporsi pressioni inerziali che esaltano un sovranismo obsoleto, senza porre rimedio ad un’arretratezza organizzativa.

Pertanto, non temiamo di annoverarci in tal fascia di pensatori quando sosteniamo che occorre trovare rapidamente un terapia d’urto per sostenere un’attività che ha rappresentato e continua a essere uno strumento di influenza geopolitica, grazie allo sviluppo e all’applicazione delle tecnologie satellitari per la sicurezza e per difesa dei territori. Vi è poi un altro elemento di forza ed è costituito dalla New Space Economy che sta delineando una filiera basata sulla capacità di acquisire e trasmettere dati attraverso tecnologie ad elevata specializzazione. 

Considerando fuori da ogni dubbio il fatto che la ripresa dell’economia italiana non possa prescindere da quella del settore industriale e poiché sappiamo che la manifattura rappresenta circa un quarto del valore aggiunto del settore privato e l’80% in termini delle esportazioni, riteniamo imprescindibile la necessità di rinforzare un modello che ci appare sempre più flebile.

Ora, se le imprese italiane sono state cedute o svendute a gruppi stranieri per la necessità di far cassa o per incapacità di mantenerne il governo o anche per una chimera di raggiungere nuovi mercati, ci rendiamo realmente conto che alcuni settori  -e più di tutti quelli inerenti la difesa e il mondo ad esso connesso- non sono maturi per una presenza sui propri mercati istituzionali, senza almeno lasciar spazio a critiche di ingerenza straniera e di un concreto rischio di eccessiva condivisione di riservatezze nazionali. Questa mentalità, reale o meno che sia, deriva inequivocabilmente da un’unione di Stati del vecchio continente che non è partita dalla principale mattonatura necessaria a qualsiasi aggregazione, che è il concetto di difesa comune e la realizzazione di un esercito in grado di usare gli stessi sistemi difensivi e un congruente metodo di comando e controllo. E fino a che non sarà approntata una macchina così sviluppata, continuerà la querelle sulla nazionalità del marchio e sulla convenienza o meno di far propri prodotti con etichetta stranierarovare qualche soluzione in attesa di un’evoluzione dell’organizzazione europea sembra necessario per evitare le delocalizzazioni e un’esportazione incontrollata di neolaureati.

Difficile ripensare a un back-shoring -è così che ormai si definisce la rilocalizzazione- come sta provando Donald Trump, su una dottrina precedentemente avviata dal suo predecessore Barak Obama, in cui si invocava il ritorno della produzione aziendale nel territorio d’origine. Se è vero quanto afferma un report di Banca d’Italia  -e non ne possiamo negare l’autorevolezza- che «vi sono buone ragioni per dubitare che il destino dell’industria italiana sia segnato», riteniamo che il suo declino possa essere modificato solo da aziende che sappiano trasformarsi, e l’operazione è ancora possibile, visto che «il sistema produttivo italiano è caratterizzato da un gran numero di imprese che riescono a essere competitive anche in un contesto istituzionale, normativo e fiscale meno favorevole di quello vigente in altri Paesi europei». 

Ci sembra utile fugare qualsiasi emozione autarchica in quanto scritto: riposizionare la proprietà di alcune aziende strategiche sotto un dominio nazionale in questo momento troverà una maggiore attenzione da parte di clienti istituzionali riottosi a brand sbilanciati. Ancor più ad avvalorare questa tesi entra una forte disponibilità a nuovi investimenti, così come si sta aprendo la piazza degli Stati Uniti.

Pertanto, sarà opportuno trovare una nuova modellizzazione che riequilibri i bilanciamenti azionari, funzionale a un’immagine più reattiva sia della classe politica che degli enti di controllo. Quello che invochiamo da queste righe è la volontà di compiere salti innovativi per fronteggiare la concorrenza internazionale rinnovandosi profondamente, dando fiducia alle imprese e sottraendole a una serie di pastoie che stanno quotidianamente soffocando le iniziative. Noi auspichiamo che la politica economica punti a trasformare il rischio di declino in un processo benefico di distruzione creatrice

Ci sembra superfluo richiamare i confronti che stanno sviluppando tra i luogotenenti di Lakshmi Mittal e un governo che oggi è sempre più pressato da indecisioni maturate negli anni passati per le sorti di un prodotto essenziale come l’acciaio. Ebbene, se la metallurgia oggi vive uno stato di difficoltà che rende diffidenti gli investitori, non è quanto accade nel contesto dell’industria aerospaziale. Non coglierne i significati potrebbe essere un passo assai breve verso un baratro profondo in cui non siamo disposti a precipitare.

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