martedì, Marzo 26

Un Grillo anche per l’Ucraina? Un comico capeggia la lista dei candidati alla presidenza di Kiev nelle prossime elezioni. Potrebbe essere l’estrema risorsa per un Paese in gravi difficoltà, belliche e non solo

0

Tra meno di un mese l’Ucraina andrà alle urne per eleggere il suo capo dello Stato. Un evento tra i più attesi nell’attuale congiuntura internazionale, che vede la seconda Repubblica ex sovietica sempre al centro, oltre che all’origine, delle tensioni che dividono la prima, cioè la Russia, da uno schieramento occidentale pur variegato e non compattissimo. E che, certo, stanno estendendosi sempre più in altri continenti ma conservano una particolare pericolosità in Europa, se non altro a causa di un conflitto armato tuttora in corso proprio in terra ucraina e capace di esplodere in qualsiasi momento con violenza ben superiore al modesto livello attuale.

Un’attesa per così dire attiva è quella dell’Unione europea, che nello scorso febbraio ha rivolto un appello a tutti i suoi membri a tenersi pronti a soccorrere il governo di Kiev in caso di interferenze russe nel processo elettorale, simili e magari più gravi e massicce di quelle (attacchi cibernetici, campagne di disinformazione, ecc.) già denunciate da anni in vari altri Paesi, USA in testa. Non tutti i destinatari hanno aderito, a cominciare dai nove su 27 che non hanno firmato l’appello, tra i quali anche l’Italia, in compagnia di Francia, Spagna, Grecia e altri ancora.

Il gesto resta comunque significativo del prevalente irrigidimento delle opposte posizioni, inconfutabilmente constatato di recente da un vice segretario generale dell’ONU, Miroslav Jenca, sottolineando la paralisi dei colloqui multilaterali per una soluzione pacifica del conflitto nel Donbass o quanto meno per un armistizio che sia minimamente rispettato. La più stretta attualità propone altresì lo scontro tra Mosca e Washington sull’ormai defunto trattato del 1987 che bandiva gli “euromissili”, la cui ventilata (e forse già iniziata) ricomparsa da entrambe le parti oscura ulteriormente il cielo sopra il vecchio continente.

Recentissima è poi la dichiarazione del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, secondo cui le sanzioni a carico di Mosca in seguito all’occupazione e successiva annessione della Crimea, prima vittima di “un escalation dell’aggressione russa”, non saranno abrogate fino a quando la penisola non verrà restituita all’Ucraina. Un’esternazione, questa, che sembrerebbe smentire le iniziali aperture di Donald Trump ad un’intesa con Putin e precludere qualsiasi soluzione di compromesso della crisi ucraina almeno per quanto riguarda gli USA. Tenuto debitamente conto che una legittima appartenenza della Crimea all’Ucraina può essere sostenuta in via di puro principio giuridico ma confligge con realtà storico-politiche di peso decisamente maggiore.

A meno che, la posizione più intransigente non venga mantenuta proprio a scopo negoziale, ossia come oggetto di possibile scambio con la rinuncia di Mosca ad appoggiare il separatismo del Donbass e/o ostacolare le scelte di collocazione internazionale di Kiev. La piega che sta prendendo il Russiagate oltre oceano sembra però limitare più che mai la libertà di movimento in politica estera di un inquilino della Casa bianca ora semmai costretto, più di prima, a smentire con i fatti ogni addebito di collusione con il vecchio antagonista strategico.

Stando così le cose, sarà verosimilmente più difficile anche per gli alleati europei degli USA mostrarsi più concilianti verso Mosca, qualora ne siano tentati, a livello sia di governi di tipo più tradizionale sia di nuove forze populiste e sovraniste, eventualmente confermate in ulteriore ascesa, spesso in consonanza con l’Amministrazione Trump specie per l’appoggio diretto o indiretto che ne possono ricevere nelle loro contese con la centrale di Bruxelles.

Sul fronte esterno, dunque, la linea sinora seguita dagli attuali dirigenti di Kiev di inflessibile rigetto di qualsiasi cedimento alla multiforme pressione russa, e anzi di rottura di ogni residuo legame con Mosca, contando ovviamente su una protezione occidentale sostanzialmente immutata o persino accentuata, dovrebbe risultare adeguatamente premiata anche agli effetti elettorali, pur tenendo conto che al presidente uscente, Petro Poroscenko, non vengono risparmiate critiche per una difesa non abbastanza energica, secondo certe correnti e ambienti politici, dei diritti e interessi nazionali.

Purtroppo per il “re del cioccolato” ucraino, che aspira al rinnovo del suo mandato, il voto del prossimo 31 marzo (e forse anche di altre successive giornate) sarà deciso, con ogni probabilità, soprattutto da considerazioni, pulsioni e istanze di politica interna, che non giocano affatto a suo favore perché il bilancio della sua presidenza, pur con tutte le scusanti del caso, non può certo definirsi lusinghiero.

Nell’appello delle autorità di Bruxelles si respinge, giustamente, l’immagine dell’Ucraina “Stato fallito” sbandierata ai quattro venti dalla propaganda russa. Non c’è dubbio, tuttavia, che l’odierna situazione del Paese si presenti tutt’altro che soddisfacente sotto quasi ogni aspetto e sia giudicata tale, se apparenze e sondaggi non ingannano, dal grosso della popolazione. Nello stesso documento della UE, del resto, si torna ad insistere sulle riforme e correzioni di rotta da tempo raccomandate a Kiev per migliorarla, anche a prescindere dai requisiti necessari per un eventuale ammissione a pieno titolo nella comunità dei 27.

Sul piano economico non si potevano fare miracoli a causa dell’instabilità e turbolenza politica protrattesi per anni prima ancora della “rivoluzione di Maidan” e del conseguente conflitto armato. I conti pubblici e le condizioni di vita della popolazione soffrono però anche a causa della corruzione e del clientelismo, che continuano ad imperversare a dispetto degli sforzi che i pubblici poteri stanno compiendo per debellarli e che peraltro non vengono giudicati abbastanza energici e convincenti da molte parti.

Come la Russia, poi, anche l’Ucraina resta afflitta dallo strapotere non solo economico degli “oligarchi”, grandi eredi di stampo quasi feudale, in entrambi i Paesi, dell’apparato produttivo, commerciale e finanziario sovietico sommariamente spartito. Ma con la non trascurabile differenza che a Mosca un sistema più marcatamente autoritario consente a Putin di tenerli relativamente a bada mediante uno scambio tra privilegi e fedeltà, mentre i dirigenti di Kiev non sembrano riuscirci, ammesso che ci provino davvero, e subiscono piuttosto la loro disordinata influenza anche politica.

Vari spezzoni della rappresentanza parlamentare fanno capo a questa categoria, a quanto si dice e talvolta risulta, dando luogo ad una malsana commistione tra politica e grandi affari che sfocia non di rado in latente ma anche manifesta e cronica conflittualità. Il patriottismo alimentato dal duro confronto con la Russia non è evidentemente bastato ad imporre una maggiore coesione e disciplina o autodisciplina, e del resto quello di alcuni oligarchi, quanto meno, viene spesso considerato non a prova di bomba.

Tutto ciò, con relative implicazioni, trova ampio riflesso nell’imminente competizione elettorale, una delle più anomale ed imprevedibili nei suoi esiti che si riscontrino nel pur agitato e turbolento panorama internazionale attuale. I partecipanti sono ben 44, emersi da una selezione preliminare tra un centinaio di aspiranti. Nella fitta schiera c’è dentro di tutto, naturalmente: candidature di bandiera o irridenti, puramente esibizionistiche o, nel caso più serio, destinate a sabotare le forze politiche maggiori o la consultazione popolare nel suo complesso, ostacolando ulteriormente il normale ma già precario funzionamento delle pubbliche istituzioni.

Le candidature ritenute meritevoli di considerazione non sono in realtà più di sei, che sarebbe già un bel numero, ma forse anche meno agli effetti della vittoria finale. Le sorprese sono comunque sempre dietro l’angolo anche per gli osservatori più esperti ed attenti, tanto più che in una situazione come quella ucraina tre settimane sono più che sufficienti perché possa succedere di tutto compresa l’esplosione di un conflitto in piena regola. Tenuto conto, tra l’altro, che le reciproche provocazioni tra Kiev e Mosca proseguono nella loro escalation. Una delle più recenti, per dire, è l’esclusione dei russi dal personale straniero multinazionale incaricato di vigilare sulla regolarità delle operazioni di voto.

Tra i sei più quotati figura Jurij Bojko (per mantenere anche nel suo caso la grafia russa, più conosciuta in Italia di quella ucraina), massimo esponente del partito filorusso, un eventuale successo del quale, anche solo di prestigio, potrebbe non essere privo di ripercussioni. Al già ministro dell’Energia prima della “rivoluzione di Maidan”, che accusa Poroscenko di cercare di annullare le elezioni, i sondaggi non attribuiscono comunque alcuna chance di vittoria. E lo stesso vale per Oleg Ljashko, un populista di destra, favorevole alla pena di morte per reati di corruzione, alto tradimento e terrorismo, che pure si classificò terzo nell’elezione presidenziale del 2014.

Stando sempre alle rilevazioni demoscopiche, la poltrona in palio dovrebbe toccare, in prima battuta o nell’eventuale ballottaggio, ad un occupante dei primi tre posti nella lista dei candidati più quotati. E qui la partita è più che mai aperta nonché incerta e il gioco è già oltremodo pesante, come vuole del resto la tradizione di un Paese ad alta conflittualità politica, aspra e destabilizzante da almeno un quindicennio.

La contesa divide soprattutto i due candidati al momento sfavoriti dai pronostici rispetto a quello rimanente benchè assai meno bisognosi di lui di presentazioni. Uno è naturalmente Poroscenko, principale protagonista sulla scena nazionale negli ultimi cinque anni e uno dei maggiori anche in precedenza, avendo strettamente collaborato con il presidente filoccidentale Viktor Jushcenko, portato al potere dalla “rivoluzione colorata” del 2004, ma poi anche con quello filorusso, Viktor Janukovic, insediatosi grazie alla litigiosità e conseguente inconcludenza della parte avversa.

Tra i litiganti spiccava già allora l’attuale concorrente più nota del “re del cioccolato”, Julia Timoscenko, la cosiddetta pasionaria di un nazionalismo necessariamente sbilanciato in senso filoccidentale ma nel suo caso non così rigoroso da impedirle qualche giro di valzer anche con Mosca. Duramente perseguitata sotto Janukovic a causa della sua indomabile combattività, ricuperò in parte, così, la popolarità perduta in quanto corresponsabile della caduta di Jushcenko. Non abbastanza, comunque, per poter competere efficacemente con il nuovo portabandiera dell’emancipazione ucraina dai legami con la Russia.

Battuta infatti da Poroscenko nell’ultima elezione presidenziale, la pasionaria torna adesso alla carica ma con ancora minori chances di farcela, a quanto pare, anche perché verosimilmente screditata come il rivale da una lotta a coltello tra i due spinta fino a roventi accuse reciproche di corruzione e abusi vari e connesse invocazioni di rinvio a giudizio.

A mettere entrambi d’accordo, come si suol dire, sembra invece predestinato il terzo incomodo, un nuovo venuto, sconosciuto fino a ieri almeno all’estero, che gode per ora dei favori del pronostico, sorprendenti ma neanche poi tanto dato il contesto nazionale e una certa aria che tira un po’ dovunque nel mondo. Si tratta del quarantunenne Vladimir Zelenskij, il più popolare comico ucraino sceso in campo come campione del populismo e della lotta a fondo contro la corruzione e il malaffare, gli oligarchi e la “casta” in generale e così via.

Per cui, inutile dirlo, la sua comparsa impone il paragone con Beppe Grillo, benchè a differenza del fondatore dell’M5S Zelenskij, forte dei 2,7 milioni di suoi followers su Istagram, non si limiti al ruolo di padrino o padre nobile di un movimento capace, nel caso italiano, di assurgere alla maggioranza relativa in parlamento già al secondo tentativo di sfondare. Per l’imitatore di Kiev le promesse analoghe non mancano, visto che i sondaggi gli assegnano il primo posto tra i candidati con il 23-26% dei consensi, che sarà anche poco ma lascia parecchio indietro sia Poroscenko sia Timoscenko nell’ordine. E, soprattutto, in caso di ballottaggio, lo danno probabile vincitore su entrambi.

Certo, a proposito di Grillo e dei grillini, quali che siano le perplessità, quanto meno, sollevate dai loro propositi e dal loro operato, non è ancora circolato il sospetto che siano al servizio di qualche potentato italiano o straniero, mentre lo stesso non si può dire di Zelenskij. Notoriamente socio in affari, di spettacolo e altro, di Igor Kolomojskij, uno dei più ingombranti e chiacchierati oligarchi ucraini, nemico giurato di Poroscenko, l’ambizioso comico assicura di sapere ben distinguere tra affari e politica e, ad esempio, di non avere alcuna intenzione di restituire a Kolomojskij una banca, la più grossa del Paese, nazionalizzata nel 2016.

Inoltre, richiesto di fornire chiarimenti circa certi suoi interessi in Russia e certe sue frequentazioni politiche in passato, ha negato la presenza di qualsiasi scheletro nel suo armadio e, quanto alla questione nazionale oggi più scottante, si è limitato a promettere che, se sarà eletto, cercherà di risolverla trattando direttamente con Vladimir Putin.

Resta dunque da vedere se, come nel suo serial televisivo ‘Servitore del popolo’, che furoreggia da tempo e il cui protagonista diventa presidente della Repubblica, anche Zelenskij riuscirà a sedurre gli elettori dopo i telespettatori, e se poi riuscirà altresì a compiere miracoli che non sembrano ancora alla portata di chiunque altro, fugando naturalmente dubbi e sospetti. Alla Provvidenza, come si sa, non è il caso di porre limiti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore