venerdì, Novembre 15

Ungheria: è davvero una sconfitta quella di Orbàn? Orbán ha affrontato la sua prima sconfitta elettorale dal 2010, ne parliamo con Serena Giusti

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In Ungheria, Viktor Orbán ha perso le elezioni amministrative’. Questo il titolo che rimbalza sui principali quotidiani internazionali.

Non potrebbe essere altrimenti, dato che 4921 giorni sono passati dallultima importante sconfitta elettorale subita dal Primo Ministro ungherese. Era il 23 aprile 2006, infatti, quando il leader di Fidesz (Fiatal Demokratàk Szovetsége – Unione Civica Ungherese) dovette abdicare e lasciare la guida del Paese al capo dei socialisti, Ferenc Gyurcsány. All’epoca erano parlamentari, certo, mentre oggi si parla di amministrative, ma il colpo subito dal Premier magiaro sembra essere di quelli destinati a lasciare il segno, o almeno a creare un solco tra il presente – che diviene immediatamente passato – ed il futuro della politica ungherese.

Ma si può parlare effettivamente di sconfitta quando cinque dei maggiori partiti di opposizione si mettono insieme per formare un’ampia alleanza con il solo scopo di far fuori il gruppo egemone? Questo, infatti, è quanto andato in scena a Budapest e nelle altre città ungheresi durante le ultime votazioni per il rinnovo delle amministrazioni comunali tenutesi il 13 ottobre scorso: unampia alleanza, atipica e anomala, che ha trionfato in 11 centri urbani sui 23 chiamati alle urneA fare più rumore, ovviamente, è quanto successo nella capitale, dove i partiti di centro-sinistra come MSZP (Magyar Szocialista Párt – Partito Socialista Ungherese) e DK (Demokratikus Koalíció – Coalizione Democratica), i centristi di Momentum Mozgalom e i verdi di LMP (Lehet Más a Politika – La Politica può essere Diversa) e PM (Párbeszéd Magyarországért – Dialogo per l’Ungheria), hanno messo da parte le divisioni, esprimendo un candidato comune: il politologo 44enne Gergely Karácsony. A sostenere esternamente Karácsony, però, c’era anche Jobbik (Jobbik Magyarországért Mozgalom – Movimento per un’Ungheria Migliore), partito nazionalista di estrema destra, che sta lentamente abbandonando i toni duri a sfondo razzista, per abbracciare una via più moderata. Forte di questo sostegno, Karácsony si è imposto con il 50,86% dei voti sul sindaco uscente, il 71enne István Tarlós (44,10%). Un’impresa se si pensa che nel 2014, lo stesso Tarlós veniva rieletto col 49%, staccando di 13 punti percentuali il suo diretto avversario di allora, Lajos Bokros, e di ben oltre 40 punti Jobbik e LMP. L’opposizione, inoltre, ha conquistato la maggior parte dei distretti della capitale, 14 su 23, ma è stata in grado di prevalere in centri importanti come Miskolc, Pécs e Szeged. 

È il segnale che qualcosa sta cambiando, un’espressione di insoddisfazione, anche se le percentuali non sono fortemente a favore del nuovo sindaco”, afferma Serena Giusti, docente di Relazioni Internazionali presso la Scuola Superiore di SantAnna di Pisa e ricercatrice dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), “il voto ha dato una chiara indicazione politica: lalleanza dei cinque partiti può essere vista come linizio di qualcosa di nuovo”.

Il voto, però, arriva dopo una campagna elettorale contrassegnata da toni forti e aspri, che lo stesso Orbán ha etichettato come «difficile». Qualche giorno prima del voto, Fidesz – che per l’intera campagna ha cercato di screditare in tutti i modi gli avversari politici – ha dovuto fare i conti anche con uno scandalo sessuale e di corruzione che ha colpito uno dei suoi candidati, Zsolt Borkai, sindaco di Győr, e un importante uomo d’affari della città, l’avvocato Zoltán Rákosfalvy.  Quanto emerso non ha compromesso la rielezione di Borkai, ma ha minato la credibilità del partito, dal quale uscirà, come annunciato da lui stesso.

Scandalo a parte, rimane il dubbio che, senza la formazione di una larga coalizione, oggi non si parlerebbe di ‘sconfitta’ per Orbán. C’è da capire, quindi, se lalleanza che ha riunito vari partiti dellopposizione sia solamente stata istituita contra personam e su quali basi può essere tenuta in piedi. 

È un’alleanza contra personam, è vero”, spiega Giusti, “ma è anche contro un progetto politico che si fa portatore di una precisa posizione rispetto all’UE; di determinate politiche sociali; di un controllo del potere politico centrale sul potere giudiziario; e che ha ridotto i diritti e la libertà d’opinione – come sappiamo l’European University di Budapest è andata incontro alla censura da parte di Fidesz”.

L’alleanza uscita vincitrice dalle amministrative, dunque, si pone contro la visione politica conservatrice incarnata da Orbán e i media già la proiettano al 2022, quando l’Ungheria sarà chiamata di nuovo alle urne per le elezioni politiche generali. Ma è un’ipotesi possibile che questa alleanza dalle molte anime venga riproposta in campo nazionale?

Bisognerà vedere cosa succederà. Sicuramente, un primo banco di prova è capire come verrà amministrata la città di Budapest”, spiega la docente, “se effettivamente dovessero riuscire a mettere in atto politiche ambientaliste e accordarsi su punti salienti, potrebbero dar vita ad un’ampia coalizione più strutturata in vista delle elezioni del 2022. Ci sono un paio di anni che consentiranno alla nuova formazione di lavorare in una certa direzione e su un programma innovativo, smorzando eventualmente le differenze. La sfida, mi sembra, è quella di volersi distinguere da tutto quello che Orbán ed il suo partito rappresentano”.

Ed è proprio questo il punto. Cosa rappresentano Fidesz e Orbán per l’Ungheria? Perché non possono essere dati tanto facilmente per sconfitti? Prima di tutto le modifiche alle leggi elettorali dopo il trionfo del 2010, hanno portato Fidesz a godere di un «indebito vantaggio», come chiarisce l’OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe) in un rapporto del giugno 2018. Un rapporto che rileva «la crescente proprietà dei media da parte degli imprenditori affiliati al partito e l’assegnazione della pubblicità statale solo a determinati organi», e ciò apporta quindi un vantaggio causato da una «pervasiva sovrapposizione tra risorse statali e del partito al potere, copertura mediatica parziale e regolamenti opachi sul finanziamento delle campagne». Proprio per questo motivo, tutta l’opposizione ha dovuto compattarsi e svolgere una forte campagna elettorale sui social-media, che alla fine ha portato i frutti sperati. Ma “se l’ambizione e l’obiettivo di questi partiti di opposizione è quello di andare al Governo è necessario che ci sia un lavoro di smorzamento di certe posizioni”, dice Giusti, “ma anche un lavoro progettuale, cioè di trovarsi con un programma in una piattaforma che riesca a convincere l’elettorato al di là di Budapest”.

Ma dalla parte di Orbán vi è poi la forza d’attrazione di cui gode all’interno di Fidesz. Solo a fine settembre è stato riconfermato all’unanimità alla guida del partito, il che significa avere una presa forte sui suoi membri ed elettori. Lo stesso premier, che ieri è volato in Azerbaijan per tastare le opportunità di una cooperazione economica ungaro-azera e per tenere un discorso di fronte al Consiglio Turco, non si è dato certo per vinto. Come rivelato da un membro della delegazione magiara al quotidiano ‘Népszava’, il leader ungherese pur riconoscendo l’inaspettato risultato, ha cercato di trasmettere ottimismo e ha sottolineato come Fidesz rimanga il partito più forte del Paese. E non potrebbe essere altrimenti, dato che solamente quattro mesi fa, durante le elezioni europee, lalleanza Fidesz-KDNP ha ottenuto il 52,56% dei consensi, mentre alle parlamentari dello scorso anno si è assicurato 133 seggi sui 199 dell’Assemblea Nazionale con il 44,87%. 

Proprio perché forte di questo ampio consenso, Orbán ha portato il Paese verso una svolta autoritaria e illiberale. Una svolta avvenuta col tempo anche grazie alla capacità camaleontica e trasformistica, che ha contraddistinto in questi anni la politica orbaniana, partendo dalla stessa fondazione di Fidesz alla fine degli anni ’80. Originariamente movimento anticomunista, Fidesz è stato finanziato dal 1992 al 1999 da quel Georg Soros che oggi Orbán e i populisti di destra europei etichettano come fonte di tutti i mali del mondo. E con Soros, il bersaglio preferito di Orbán sono diventate anche le ONG, specie quelle che hanno ricevuto finanziamenti dall’estero, considerate al soldo delle potenze straniere e per questo monitorate costantemente dall’autorità centrale. Così, Orbán si è rinchiuso in una politica sovranista, populista, dedita alla devozione della patria e contro ogni forma di multiculturalismo e di liberalismo dettato da Bruxelles. Inutile dire, che anche un linguaggio fortemente anti-migranti è entrato a far parte della retorica del premier ungherese, il quale pur accettando i fondi europei, è fortemente convinto del principio di non-accoglienza. 

Tutti temi che godono di ampio consenso nelle aree rurali, dove è invece lopposizione si è dimostrata debole nelle recenti elezioni. Sicuramente c’è questa dialettica città-campagna che si ripropone in altri Paesi dell’Est Europa e non solo: abbiamo delle città più internazionalizzate in cui il livello di istruzione e più alto e ci sono maggiori aperture che vanno in una certa direzione”, dice Giusti, “ci sono poi periferie che hanno sofferto la transizione. È vero che dal 1989 sono passati tanti anni, ma questo tipo di processi sono molto lenti e devono essere assorbiti socialmente. Anche una personalità camaleontica come quella di Orbán può essere in qualche modo rassicurante”. 

Molto del destino politico di Orbán, però, dipenderà dalle politiche che lo stesso premier ungherese metterà in pratica nei prossimi due anni. In questo senso, dopo lo stop delle amministrative, il leader di Fidesz potrebbe guardare alla Polonia, dove domenica scorsa il PiS (Prawo i Sprawiedliwość – Partito Diritto e Giustizia) guidato da Jaroslaw Kaczyński ha ottenuto il 43,6% dei consensi. Un risultato figlio del massiccio investimento sulle politiche sociali, con sgravi fiscali e sostegno alle pensioni attuato dal Governo polacco negli anni scorsi. Tra queste vi è ‘Famiglia 500+’, una specie di bonus bebè introdotto per contrastare il calo demografico, che prevede un assegno di 500 zloty (circa 116 euro) al mese per ogni figlio nato dopo il primo, o dal primogenito in caso di reddito basso.

Se il caso polacco insegna qualcosa, lo insegna soprattutto ad Orbán che può prendere ispirazione da questi investimenti fatti sulle politiche sociali e che sembrano essere tra gli elementi che hanno garantito la continuità politica al PiS”, spiega la docente della Sant’Anna, “nell’arco dei prossimi due anni, il leader magiaro, essendo al Governo, ha sicuramente le carte in mano per investire e produrre deficit su politiche sociali che gli garantiscano una continuità nel consenso”.

A differenza della Polonia, però, Orbán sembra avere meno pilastri su cui poggiare la sua retorica. “Ci sono degli elementi identitari che finora avevano garantito un seguito ad Orbán che sono venuti meno. Tra questi, per esempio, vi è la securitizzazione delle ondate di migranti: ondate che poi si sono ridotte, ma che non sembrano costituire un pericolo per l’Ungheria”, dice Giusti, “mentre in Polonia si gioca ancora con il timore della Russia o della Germania, e c’è poi una vicinanza con gli Stati Uniti. Il PiS ha avuto più elementi su cui basare la sua retorica. C’è poi, ancora, un certo conservatorismo di matrice cattolica in Polonia che ha un’attrazione più forte rispetto all’Ungheria, che invece è sempre stata più emancipata sotto questo punto di vista”.

Ma a supportare la politica di Orbán e lasciare spazio ai suoi temi sono i dati dell’economica ungherese, che cresce con un ritmo del 4,4%, anche se le prospettive e le proiezioni della Commissione Europea non sono così positive per il 2020. “Si tratta sempre del 2,8% di crescita”, chiosa Giusti, ma c’è comunque una differenza con la crescita attuale: questo è un fattore che potrebbe portare ad un eventuale cambio di Governo”. Sempre che la grande alleanza di Budapest produca risultati considerevoli.

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