mercoledì, Febbraio 20

Un gesuita di nome Francesco: quasi ossimoro field_506ffb1d3dbe2

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Incoronato personaggio dell’anno da ‘Time‘, Jorge Mario Bergoglio si prepara a celebrare il suo primo Natale da pontefice. Un appuntamento che porterà Francesco ancor più al centro del palcoscenico mondiale, che occupa con forza e capacità mediatica già dal suo primo giorno di pontificato.
Un Papa in grado di stupire e commuovere, di far discutere e scandalizzare. Di certo, un Papa amatissimo da credenti e non credenti, per la spontaneità e il coraggio con i quali ha proposto una sua idea di Cristianesimo aperto al dialogo con la società laica, le altre religioni, la politica.

Un anno, il 2013, firmato Francesco,  iniziato l’11 febbraio quando Benedetto XVI  annunciò la decisione di dimettersi, «per il bene della Chiesa», disse, consapevole «della gravità del suo atto» e delle conseguenze che ne sarebbero scaturite. Dimissioni annunciate con una lettera in latino.
La sede sarebbe stata vacante dal 28 febbraio alle ore 20,00.
Le ultime settimane di febbraio, fino ‘Extra omnes’,  trascorrono nel dibattito su quale nuovo Papa serva alla Chiesa, si cerca di tracciarne il profilo.
Franco Cardini, storico e saggista grande conoscitore del mondo cattolico, sosteneva “serve un Papa energico che porti la Chiesa ad avere delle posizioni che stupiscano il mondo, che portino il mondo a inginocchiarsi davanti alla Chiesa e non il contrario”.
Chiarezza dottrinale, capacità di recuperare il dialogo con le altre culture, di ravvivare la fede in continenti come quello europeo, recuperare i rapporti tra la Chiesa e le realtà sociali, attenzione al bene comune e ai poveri sono le dote che il successore di Benedetto dovrebbe avere più spiccate, secondo osservatori professionali come il vaticanista ‘RAIFabio Zavattaro.
Per Ermanno Olmi, regista e profondo indagatore delle questioni di spirito e fede, la Chiesa deve “chiarire a sé stessa che Chiesa vuole essere: Chiesa di Cristo o quella ‘secolare’; per essere più espliciti: la Chiesa più attenta al mantenimento dei proprio apparati istituzionali o la Chiesa della Carità”. La scrittrice Dacia Maraini, quasi profetica, sosteneva che San Francesco bussa alle porte del Conclave.
Il filo rosso di tutto il dibattito era se i 115 cardinali riuniti nella Cappella Sistina avrebbero eletto un Papa per guardare avanti o per guardare indietro, nella preoccupazione di quanto sarebbe stato difficile per questo Conclave apparire autorevole e credibile e riuscire eleggere un Papa pio e statista.
Il 12 marzo, i Cardinali elettori si riuniscono per quello che sarà un Conclave certamente anomalo e difficile, …e dal risultato sorprendente.
Tra di loro, venti sono unanimemente riconosciuti comepapabili’-5 italiani, 4 americani, 1 austriaco, 1 svizzero, 1 ungherese, 1 canadese, 1 argentino, 1 brasiliano, 1 messicano, 1 honduregno, 1 nigeriano, 1 ghanese, 1 filippino.
La prima lunga giornata di conclave inizia con la Santa Messa Pro Eligendo Romano Pontefice, durante la quale il Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, nell’omelia ‘impegna’ i Cardinali elettori a chiamare al soglio pontificio un uomo in grado essere missionario, che deve ricordare che “l’atteggiamento fondamentale dei Pastori della Chiesa è l’amore”, un Pontefice dall’indole caritatevole verso gli umili e i bisognosi.
Al secondo giorno di Conclave, dopo il terzo scrutinio spuntano gli outsiders, primo fra tutti l’Arcivescovo di Buenos Aires.
Al quarto scrutinio, alla seconda giornata di Conclave, il 13 marzo 2013, Jorge Mario Bergoglio viene eletto a succedere a Benedetto VXI. E sceglie il nome di Francesco  -tralasciato dai 265 predecessori. Francesco, subito dopo l’annuncio dell’Habemus papam da parte del protodiacono, si affaccia alla Loggia delle Benedizioni di San Pietro per un discorso a braccio che -trascritto, è di 1.440 caratteri- è un eccezionale evento di comunicazione, un atto breve ma insieme così ricco, articolato e complesso da anticipare in sé il contenuto di un intero pontificato.
La Chiesa cattolica sembra aver scelto di andare avanti,  sembra aver imboccato la strada di un deciso, radicale, forse rivoluzionario, rinnovamento. Nei mesi che seguiranno se ne avrà la conferma.
Nelle prime ore Papa Francesco raccoglie l’entusiasmo di tutti; le analisi, le riflessioni lasciano spazio alla gioia per una scelta inattesa che quasi fa tirare un sospiro di sollievo e, soprattutto, respirare aria nuova, speranza. Virtù preclare di Francesco: l’amore per gli ultimi della società, la frequentazione dei poveri delle favelas, lo stile di vita ispirato alla modestia e alla morigeratezza, tanto che a Buenos Aires gira in metropolitana e abita in un semplice appartamento. In questo quadro assolutamente positivo, il giorno dopo emergono alcune ombre legate agli anni delle dittature in Argentina e nell’intera America Latina.
La polemica sui presunti trascorsi di Bergoglio all’epoca della dittatura militare in Argentina e sulle sue ingerenze nella politica nazionale, prendono consistenza soprattutto nel suo Paese, in Argentina,.

Le risorse della Chiesa vanno ben oltre i calcoli umani”, afferma, a poche ore dall’elezione, Roberto Rossi, docente incaricato di Introduzione alla filosofia, ‘Ecclesia Mater’, e di Storia delle Religioni presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. La Chiesa in due giorniha scelto con chiarezza e realismo per risolvere i suoi problemi. Una scelta diversa non me la sarei aspettata, proprio perché, al di là della sua fallibilità nel corso della storia, essendo una comunità di uomini, nei momenti topici è illuminata e sa cosa e dove operare”.
Secondo Angela Ambrogetti, direttore del sito ‘korazym.org‘, giornalista del magazine ‘Inside the Vatican’ e collaboratrice di ‘Radio Vaticana‘, che conosce in profondità la vita della Curia romana e in più di un’occasione si è trovata molto vicino a Benedetto XVI, quello di Papa Francesco sarà un Pontificato per nulla scontato.
Il primo sudamericano al soglio pontificio, secondo il Presidente dell’IPALMO, ed ex Ministro degli Esteri Gianni De Michelis, è una scelta contro la Curia, contro l’Italia e l’Europa”, che, per altro, avvierà un processo di rimescolamento dei diversi episcopati.
Monsignor Giovanni Giudici, Presidente di Pax Christi e vescovo di Pavia, per lunghi anni tra gli uomini più vicini al Cardinal Carlo Maria Martiniricorda la stima che Martini nutriva per Bergoglio e il tratto comune per “per la responsabilità della comunità cristiana di darsi forme organizzative, celebrative, di attenzione all’umano, che siano modellate sulle necessità dell’annuncio del Vangelo”. Nuove ‘formule’ anche per quanto riguarda l’istituzione: lo Stato Vaticano deve smettere i panni di ‘Stato’ , bisogna, secondo padre Alex Zanotelli, “pensare ad un Vaticano che non sia Stato“. E Francesco, il Papa che da subito, ha fatto un passo indietro, verso il ritorno alle origini per rinnovare la Chiesa, è il Papa adatto per raccogliere questa sfida e avviare il percorso di trasformazione del Vaticano. Partendo dal potere e dalla tenerezza, al centro del suo ‘discorso programmatico’ del 19 marzo, giorno della Messa di intronizzazione: la tenerezza come potere. Alla quale si aggiunge la speranza, tanto che ci verrebbe da coniare lo slogan ‘il Papa dell’OK. Mentre in Argentina la sua nomina al soglio Pontificio continua a far discutere, come emerge dall’intervista in esclusiva realizzata con Graciela Rosenblum, Presidente della Lega Argentina per i Diritti dell’Uomo (LADH); al centro del dibattito, la vicenda del suo coinvolgimento  nel sequestro dei due gesuiti Orlando Yorio e  Francisco Jálics. Insieme, le voci di coloro che hanno conosciuto l’uomo dei quartieri poveri di Buenos Aires, umile, difensore nei fatti di quei diritti umani dei quali a posteriore troppi parlano.

Nei nove mesi che seguiranno queste prime frenetiche giornate, tutte queste considerazioni, sensazioni, auspici si confermeranno e si rafforzeranno ben oltre l’auspicabile. San Francesco ha bussato alla porta del Conclave, il Conclave ha aperto è ne è uscito Francesco, Papa.

Di questi primi mesi del Papa sorprendente ne parliamo con Mariapia Veladiano, teologa, giornalista (collabora con ‘La Repubblica‘ e la rivista ‘Il regno’), autrice di romanzi e racconti di successo (La vita accanto‘ (Einaudi 2010), suo primo romanzo, con cui ha vinto il Premio Calvino 2010; Il tempo è un dio breve (Einaudi 2012), Messaggi da lontano (Rizzoli 2013); Ma come tu resisti, vita (Einaudi 2013).  

 

Time ha eletto Papa Francesco personaggio dell’anno. Difficile non condividere questa scelta. E’ d’accordo?
Il personaggio dell’anno nella prospettiva del ‘Time‘ ha valore di volta in volta diverso. Può essere il personaggio che ha fatto qualcosa di speciale nell’anno, oppure di cui si è molto parlato, oppure ancora, come accadde per Obama nel 2008, registra una speranza grande, rappresenta un’investitura.  E’ questo il caso di Francesco: ha sorpreso il mondo, e quindi si ripone fiducia e speranza in lui. Francesco è il terzo Papa che prende questo titolo, dopo Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. Direi che si ricollega più a Giovanni XXIII: in lui sono riposte speranze e aspettative.

Un Papa che per certi aspetti evoca la figura di Wojtyla, al quale non ha niente da invidiare quanto a carisma. Un comunicatore, capace di risvegliare entusiasmi sopiti da tempo. In che cosa, secondo Lei, i due pontefici hanno dei tratti in comune? E quali invece le differenze?
L’aspetto comune a entrambi è senza dubbio la volontà di comunicare e la gioia di comunicare. E poi, chi ha visto da vicino Francesco può testimoniare la sua generosità e voglia di spendersi molto in questo ruolo, proprio come Giovanni Paolo II. Le differenze, però, ci sono. Intanto Francesco si è dato un nome potentemente innovativo, che di fatto rappresenta un programma: come se avesse scelto di farsi condurre dalla storia di questo santo. Invece Giovanni Paolo II cercò continuità nel suo nome. Un gesuita che si chiama Francesco è un quasi ossimoro, è il tentativo di unire il mondo attraverso gli opposti. Poi, Papa Francesco ha una caratteristica tutta sua: l’attitudine all’ascolto del mondo. Assistiamo quasi ad un rovesciamento di movimento nel magistero: invece che da Roma al mondo, con lui si percepisce un movimento dal Mondo a Roma. E lo si è visto dal secondo giorno di pontificato, durante l’udienza a cui partecipavano seimila giornalisti. Alla fine, da programma, avrebbe dovuto dare la benedizione papale. Terminato il lungo incontro ha detto, diversamente da quanto annunciato all’inizio, che avrebbe impartito una ‘benedizione silenziosa’ perché molti, fra loro, non erano credenti. Quella preghiera silenziosa è simile a quella che ciascuno può fare sull’altro è stato come un aver rovesciato il mondo del cerimoniale, senza imporre una benedizione. Ha scelto una benedizione silenziosa che è come una preghiera, un atto di intercessione che chiunque può fare per chi ama. Questo ascolto è tutto suo. E poi, pensiamo ad un altro gesto assolutamente rivoluzionario: in preparazione al sinodo sulla famiglia, Francesco ha mandato un questionario a tutte le diocesi del mondo. Un questionario rivolto al mondo e non riservato: un atto di vero ascolto. Prima erano state fatte delle indagini riservate presso i vescovi, ma mai un’indagine pubblica di questo tipo. Un segno che Francesco non ha paura di nulla. Una volontà chiara di ascolto del mondo che io trovo straordinaria.

Due papi, Bergoglio e Wojtyla, che rappresentano un preciso piano mediatico, e come si dice ormai da tempo, anche strategico. Secondo Lei cosa ha scommesso la Chiesa con Francesco?
Non credo ci sia una strategia, quanto piuttosto un’esigenza vera e profonda da parte dell’episcopato, quello colpito nell’immagine dagli scandali, primo fra tutti quello della pedofilia, o da una dimensione di inautenticità della Chiesa. Si sentiva ormai da tempo l’esigenza profonda di avere un pontefice capace di dare una svolta nei termini di un’autenticità anche attenta all’apparire.  Ma resto dell’opinione che questa non sia una strategia. Prima di questa papa c’era un bon ton che implicava una certa dose di negazione delle emergenze. Ma si capiva benissimo che non si andava da nessuna parte.

Ci sono, secondo Lei, le condizioni storiche perché Papa Francesco possa attuare una rivoluzione politica, come era avvenuto per Giovanni Paolo II e la caduta del comunismo?
Non c’è una situazione paragonabile a quella ereditata da Giovanni Paolo II in termini politici: non c’è una cortina di ferro da abbattere né un regime da demolire. Adesso ci sono piuttosto due grandissime sfide. La prima: quella della povertà. La forbice ricchi/poveri è intollerabile e trasversale: non vede più una contrapposizione Nord/Sud del mondo, ma anche una distanza sempre più abissale tra ricchi e poveri nelle singole società occidentali. La povertà è uno scandalo: povertà vuol dire schiavitù, se si è schiavi del bisogno materiale si diventa infinite volte ricattabili. La libertà dal bisogno è una delle condizioni di libertà della persona. La seconda sfida: la ‘grande mascherata del male’, per usare un’espressione di Dietrich Bonhoeffer, che si riferiva al regime nazista che si presentava sotto il profilo della luce, e che era il Male Assoluto. Adesso è così: il Male non è così visibile nella società attuale, e si esprime sotto diverse forme: ostentazione del potere, prevaricazione, violenza verbale e fisica, che vengono accettati come una specie di normalità. Ora bisogna recuperare l’autenticità di un ‘Bene possibile’, che sembra ancora una specie di sogno visionario di pochi. Serve una rivoluzione dell’autenticità. E in questo Papa Francesco è bravissimo. Molte cose che dice, utilizzando un linguaggio comune, che potrebbe sembrare sospetto, risultano autentiche perché provengono da una vita all’insegna dell’autenticità. Il fatto che abiti in santa Marta è in linea col fatto che a Buenos Aires, da arcivescovo, si muoveva in autobus.

La politica di Papa Francesco: dalle sue dichiarazioni su temi scottanti quali aborto, divorzio, omosessualità, al tentativo di ricucire un dialogo con i partiti e la politica. Quali sono stati, secondo Lei, i momenti più significativi in questo primo anno di pontificato, dal punto di vista politico? posto che è chiaro che secondo alcuni osservatori sia improprio parlare di ‘politica’
Si è mosso con libertà, ha ripreso una libertà di parlare piena di ascolto. E questo non è così scontato. Di fatto è inafferrabile, nessuno sa in anticipo cosa dirà il giorno dopo. Ha frantumato il bon ton con il potere senza rompere i rapporti e questo gli deriva dalla sua personale credibilità. E le affermazioni che ha fatto hanno suscitato reazioni spesso controverse, ma rientrano tutte nella consapevolezza che qualsiasi cosa dica ha importanza. Non c’è nessuna ingenuità, quanto piuttosto la voglia di capire come ascoltare correttamente il mondo e nello stesso tempo annunciare il Vangelo, che non esclude ma include. Gli uomini credenti e non credenti son ugualmente parte del mondo amato. Questo aspetto è sempre presente. In Francesco non vedo mai un atteggiamento di rottura, nel senso di spaccatura della Chiesa. Ricordiamoci, poi, che Francesco è Papa da pochissimo. Non si può pensare che le cose debbano accadere da un giorno all’altro. Credo sia necessario ancora un periodo di grande ascolto. Confido molto in questo coniugazione di libertà e cultura che è propria dei gesuiti.

Lo scambio epistolare tra Francesco e Eugenio Scalfari. Un fenomeno mediatico o davvero il tentativo di accorciare le distanze tra la Chiesa e il mondo laico?
Lo scambio si inserisce nella linea dell’ascolto. E poi Francesco ama gli sconfinamenti. Sia sul piano fisico, quando ad esempio scappa dalle guardie e si mescola alla gente; sia sul piano dell’espressione, per le parole comuni che utilizza. Mesi fa ha fatto un’affermazione pazzesca, nella sua semplicità: ‘Se un prete vuole sposarsi lo aiuto anche a trovare lavoro. Quello che non gli permetto è una doppia vita’ (da un’intervista, Papa Francesco. Il nuovo papa si racconta, ed. Salani). Questo è il principio sacrosanto di non essere farisei. Poter dire cose meravigliosamente condivise dall’universo mondo ha fatto specie. Non ha detto niente di eretico, eppure non eravamo più abituati. È ovvio che è preferibile la chiarezza alla doppia vita. La cosa più banale del mondo.

Rispetto a Benedetto XVI, grandissimo teologo e pensatore, l’attuale pontefice è capace di trascinare le folle e attirare simpatie anche nel mondo laico. Un segno che la capacità mediatica e comunicativa, esattamente come avviene nella politica, è diventata una priorità anche per la religione? Siamo dunque giunti a una vera società delle apparenze a tutto tondo?
Abbiamo costruito una società duale, in cui si sta di qua o di là. Ricchi e poveri, destra e sinistra, amici e nemici, italiani e stranieri. Abbiamo radicalizzato. Dopo l’epoca bella importante degli anni ‘60 e ’70, dove c’è stata la scoperta della volontà di inclusione, adesso la crisi, la paura, la deriva politica potente ci hanno portato alla dualità coltivata. Quando in realtà una vita è sempre in movimento. Come credere e non credere. Il dubbio attraversa il credere e il non credere. Ci si vorrebbe inchiodati oggi a questi schemi, rassicuranti per chi ne fa parte e perché un nemico contro cui combattere rafforza la nostra identità. Il Papa ‘venuto dai confini del mondo’, coltissimo come tutti i gesuiti, ha potuto leggere gli ultimi trent’anni da una prospettiva di confine rispetto all’Occidente. Non era dentro ma fuori, questa distanza gli ha permesso uno sguardo privilegiato e una lettura dal margine che gli viene dalla sua storia di vita e di appartenenza. Lui stesso si definisce preso dai confini del mondo. Dal di dentro siamo tutti dentro, essere visti con occhi stranieri è una cosa bellissima. E può restituire un po’ di verità. Occhi stranieri ma aggiungerei benevoli, nel caso di Francesco. Il Papa ha uno sguardo benevolo sui mali dell’Occidente e può aiutare a risolverli. Oggi il Papa è una delle voci a cui si guarda di più. Una delle voci più ascoltate. Gli occhi del mondo sono fissi su di lui perché ha un ruolo potentissimo, riassume una possibilità di ascolto impensabile. Nessun’altra religione ha una figura di questo tipo: nonostante vi siano altre figure carismatiche, come ad esempio il Dalai Lama, nessuno è nemmeno paragonabile alla risonanza del Papa. Lo sguardo dall’esterno è una possibilità che il mondo occidentale ha di leggersi e di cambiare.

Il mondo cattolico e il mondo laico sono carichi di aspettative nei confronti di Francesco. Sarà davvero in grado di rivoluzionare l’assetto della Chiesa e adattarlo ad una società che cambia ogni giorno più rapidamente, e dove giornalmente i valori della cristianità sono messi in discussione?
La Chiesa è la patria degli uomini liberi. Non si tratta tanto di rivoluzionare la Chiesa, ma rivoluzionare i vertici. C’è sempre stata una Chiesa buona e di servizio, la Chiesa di chi vede nell’altro l’umanità comune ed è al servizio nel nome della sua fede. Francesco dovrebbe purificare la Chiesa nelle gerarchie malate di potere: una sfida notevole, perché si sa che cambiare un’istituzione non è facile, l’istituzione è per sua definizione conservatrice. Lo aiuterà molto il fatto di essere un gesuita. I gesuiti hanno una cultura strepitosa, una fedeltà alla Chiesa insita nel Dna, una loro libertà di pensiero, di Sant’Ignazio che aveva una libertà impensata per l’epoca. Ha gli strumenti: l’importante è che trovi le alleanze giuste vicino a lui. Non deve essere lasciato da solo. Un eroe solitario nella Chiesa non ha tanto senso, mentre invece ha senso un bel gruppo di persone che facciano alleanza.

La Sua attività di scrittrice e giornalista è attraversata da un filo conduttore: la fiducia che si possa sconfiggere il Male. Che non ci si debba arrendere al cinismo e all’indifferenza. Questo è anche il messaggio che Francesco lancia quotidianamente al mondo. I tempi sono davvero maturi per un vero, radicale cambiamento?
Non lo so. Di sicuro è il tempo di resistere ostinatamente al cinismo, bisogna dire ‘non ci sto’. E’ il tempo in cui poter credere che il gesto che sto per compiere può essere buono e non cattivo, un gesto di ribellione. Un gesto può sempre essere libero. Poi non siamo certi dell’efficacia, ma non abbiamo di meglio se non resistere. Almeno avremo raggiunto la possibilità di migliorare questo piccolo mondo che abbiamo intorno. Dire: da me il Male non passa. Non sarà la soluzione dei mali del mondo, ma da qualche parte si deve pur partire. La frase più tremenda che si può dire a noi stessi o ai nostri figli è: ‘il mondo va così’. Il mondo è come lo facciamo da adesso in poi, non importa se ci sono i cinici che dicono “non serve”. Il cinismo certamente non serve! Provare a far meglio potrebbe servire eccome. Conviene resistere per noi e per gli altri. E si ci guardiamo intorno, vediamo realtà che stanno resistendo. Ad esempio la scuola, la Caritas, il cristianesimo sociale, il volontariato nascosto.

 

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