mercoledì, Agosto 5

Un fiore per Rita Atria

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Oggi, venticinque anni fa, in via D’Amelio, la Cosa Nostra uccide Paolo Borsellino e la sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta); Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudia Traina. E’ domenica: Borsellino va a andato a prendere la madre per portarla da un dottore. Con altri colleghi qualche ora dopo mi sono trovato là, in via D’Amelio; mi è accaduto di dover seguire, per via del mio lavoro, i casi di tanti morti ammazzati dalla mafia: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Beppe Montana, Giacomo Ciaccio Montalto, e tanti altri. Via D’Amelio è un qualcosa di unico: ho ancora negli occhi lo scempio provocato da quei novanta chili di esplosivo. Vi basti sapere che il giorno dopo, lunedì, qua e là c’erano ancora brandelli di carne umana sparsi ovunque… Sei i caduti, quella domenica. In realtà, le vittime sono sette. Di una quasi sempre ci si dimentica. Qui la voglio ricordare.

Potrebbe essere una tragedia greca. Borsellino qualche anno prima indagava sulla mafia trapanese, di cui poco o nulla si sa; ma che è ben viva, avvolgente, asfissiante. Rita Atria, così si chiama la settima vittima, è una ragazza di diciassette anni, di Partanna, paese dove si fronteggiano gli Accardo e gli Ingoia: una ventina di morti ammazzati in pochi mesi; tra quei morti anche ‘don’ Vito il ‘paciere’, padre di Rita; e il fratello Nicola.

Mille volte la madre intima a Rita di non immischiarsi, di non fare fesserie; lei invece diventa testimone di giustizia, racconta quello che sa di quei clan chiusi, impenetrabili; fornisce a Borsellino le chiavi di lettura per conoscere equilibri e gerarchie; in paese sussurrano: “Fimmina lingua longa, amica degli sbirri”. la madre la ripudia, ha tradito l’onore della famiglia. Poi, il 19 luglio di venticinque anni fa Borsellino viene ucciso, e anche Rita comincia a morire. Quel giudice per lei non è solo un giudice, è il padre che non ha mai avuto, il suo angelo custode. Una depressione da cui non si solleva più. Non trova una ragione per vivere, si lancia dalla finestra del quarto piano dell’appartamento romano in cui ha trovato rifugio. Anni dopo un mafioso di Partanna che poi diventa collaboratore di giustizia, racconta che molti, saputa la notizia del suicidio, hanno festeggiato.  Al funerale, non va nessuno del paese. Neppure la madre, che più volte l’ha ripudiata e minacciata di morte. C’è l’ultimo oltraggio: sempre la madre, con un martello spacca la tomba dove Rita riposa, distrugge la fotografia della figlia che ha infangato l’onore della famiglia. Dice di averlo fatto perché quella fotografia non le piaceva…

Credo sia doveroso oggi deporre un ideale fiore sulla tomba di quella ragazza, la settima vittima della strage di via D’Amelio.

Prima di chiudere, un ‘evviva’. Evviva la ragazza saudita che si fa chiamare col nickname ‘Khulood‘, che ha provocato un putiferio dopo aver postato su Snapchat un video che la ritrae vestita in minigonna e t-shirt mentre cammina in un luogo pubblico: un sito storico a circa 150 km dalla capitale Riad, nella provincia di Najd, una delle zone più conservatrici del regno saudita. Secondo la TV di Stato la donna è stata arrestata per oltraggio.

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