lunedì, Ottobre 14

Un documentario tv scatena la crisi tra Israele e Thailandia Un reportage sulle condizioni in cui versano i contadini thailandesi in Israele ha acceso il fuoco delle polemiche in Thailandia e creato una conflittualità diplomatica col Governo israeliano

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Israele e Thailandia ai ferri corti per le condizioni di lavoro e per il trattamento applicato nei confronti dei lavoratori di origine thailandese impiegati nel mondo della produzione agricola in territorio israeliano. La scintilla scatenante è stata determinata da un documentario dove si mostrano locali fatiscenti, condizioni di accoglienza inumane, il deterioramento abissale di un accordo che era stato stipulato tra Israele e Thailandia nel 2012 per la cooperazione nel settore agricolo. Finora ad averne ‘beneficiato’ sono circa 25.000 lavoratori thailandesi. Per gli stessi autori del video, sono almeno 172 i morti per cause sconosciute. Per le Autorità israeliane si tratta della Sindrome di Brugada ma sul fronte thailandese, soprattutto dopo aver visto il documentario, si pongono molti dubbi su questa spiegazione data ufficialmente da Israele. Per il Governo israeliano, il video offre «una visione distorta della realtà», sebbene i capannoni ed i locali dove i contadini Thai sono ospitati sembrano igienicamente estremamente malmessi.

Le relazioni tra Israele e Thailandia vanno avanti dal 1954 e sembrano procedere positivamente da quell’epoca, dato che sono sempre notevoli i flussi turistici da Israele verso la Thailandia ed altrettanto grandi sono i numeri di thailandesi che si recano in Israele per lavoro. Le immagini – oggi oggetto di forti polemiche – sono state trasmesse lo scorso 24 novembre e da allora si sono scatenate le critiche nel Regno del Siam tanto che il Governo israeliano si è affrettato a diffondere un comunicato ufficiale congiunto sottoscritto dai Ministeri di Sanità, Affari Esteri, Agricoltura e Previdenza Sociale, oltre che dall’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione. Nel testo congiunto tra le altre cose si sottolinea che vi è ampia operatività di una «unità di controllo professionale per gli accertamenti  sull’impiego di lavoratori stranieri, sicurezza sul lavoro, salute ed il rispetto delle leggi sull’impiego. Lo Stato obbliga i lavoratori ed i datori di lavoro a svolgere attività di formazione, a far rispettare le norme in materia di igiene e sicurezza e di adottare le necessarie misure di protezione».

I Governi di Israele e Thailandia hanno stretto un accordo nel 2012 specifico per la cooperazione nel settore agricolo. Si tratta di un accordo che ha ottenuto il Patrocinio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), il ‘Thai-Israeli Cooperation Project (TIC) e riguarda tutto l’arco che va dal reclutamento all’impiego di lavoratori thailandesi da impiegare in territorio israeliano. Oggi i thailandesi che hanno usufruito di questo accordo sono circa 25.000 e sono residenti in Medio Oriente sulla carta protetti dalle leggi israeliane. In realtà, il video-documentario trasmesso lo scorso 24 novembre accenna a 172 morti dove i thailandesi parlano di cause collegate con le condizioni squallide di lavoro mentre i certificati medici -molto più vagamente- citano cause sconosciute per il decesso. Il Governo israeliano cita la Sindrome di Brugada ma effettivamente la causa potrebbe non essere giustificata da una problematica medica e cardiaca che viene ritenuta tipica della Thailandia e della sua popolazione. Oltretutto, in una nota diffusa dall’Ambasciata israeliana a Bangkok, lo IOM conferma -a proposito dell’accordo del 2012- che «i tassi di soddisfazione tra i beneficiari sono alti. Le valutazioni annuali indicano che il 95% degli intervistati ritengono che il progetto e le informazioni fornite su di esso sono eccellenti o buone».

In realtà, nei Paesi del Medio Oriente, Israele si aggiunge ad una lunga lista di Nazioni che evidenziano problemi alquanto gravi in termini di accoglienza della forza lavoro proveniente dal Sud Est Asia. Israele a parte, ovviamente, si tratta di Nazioni arabe.

In effetti, sono numerose le Nazioni Sud Est asiatiche che inviano propri connazionali verso Paesi del Golfo Persico come Filippine, Indonesia, Malaysia, Bangladesh, per fare degli esempi. Sono altrettanto numerose le situazioni incresciose che si sono verificate a proposito del trattamento riservato nelle Nazioni ospitanti e dove solitamente si lavora in supporto alle attività domestiche, nel mondo del commercio così come anche nel campo delle produzioni agricole. Violenze, sfruttamento, mobbing, mancato rispetto dei contenuti dei contratti e persino dei Diritti Umani fondamentali.

Il flusso dei lavoratori sudest-asiatici è regolamentato da accordi tra le Nazioni. Da tali accordi derivano le rimodulazioni relative a profili professionali richiesti e caratteristiche alla fonte, in modo che domanda ed offerta di lavoro si incontrino e trovino un punto di accordo a monte, precedente alle partenze dei soggetti lavoratori verso le zone di destinazione. Questo ha implicato la computerizzazione dei centri per l’impiego all’estero con dei database sempre aggiornati e sempre testati in base alle richieste dei Paesi che ne segnalano le proprie necessità. Discorso ben diverso è quello relativo alla qualità dell’accoglienza rivolta verso i lavoratori asiatici nei Paesi che si affacciano sul Golfo Persico. Amnesty International e Human Right Watch hanno periodicamente e continuamente denunciato gli stati di veri e propri abusi sessuali e violenze fisiche ai danni dei dipendenti, il più delle volte schiavizzati ed ai quali viene letteralmente sequestrato il passaporto per poi ancor più ricattarli e sfruttarli. Le condizioni abitative in cui vengono costretti questi lavoratori all’estero sono descritte spesso come disumane oltretutto senza alcuna assistenza medica. Nessuna rivendicazione sindacale è ammessa.

Lì dove si è tentato – tra lavoratori stranieri – di organizzarsi sindacalmente per poter meglio rivendicare i propri diritti, come accaduto negli Emirati Arabi Uniti, la repressione è stata spietata e violenta. A Kuwait City, dove si sono svolte alcune proteste di lavoratori asiatici, soprattutto cittadini del Bangladesh, la Polizia ha sparato con tutto quel che aveva a disposizione, proiettili di gomma, acqua, gas, etc. pur di disperdere la folla e impedire qualsiasi presentazione di richieste nei confronti delle Autorità governative locali. E dopo il Kuwait, ogni tipo di manifestazione di lavoratori asiatici improntata a chiedere trattamenti più umani e più dignitosamente rispettosi dei canoni del Diritto Internazionale, è stata spenta con la più bieca repressione e si è fatta sentire con forza e durezza la mano ferrea anche degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e del Bahrein.

Un ulteriore esempio: gli Emirati Arabi Uniti del 2007, quando ben 4.000 lavoratori immigrati di origine asiatica-orientale sono stati espulsi per il solo fatto che erano state inscenate delle manifestazioni di protesta, cosa che le Autorità degli Emirati non hanno voluto accettare né consentire in futuro. Per questo ha adottato la mano pesante nel corso delle manifestazioni e poi ha di fatto respinto oltre confine un notevole numero di lavoratori rei di aver scioperato sul proprio territorio dove l’unico senso della loro esistenza è di lavorare con tempistiche inumane e condizioni di lavoro oltre che sociali inaccettabili e mal sopportate. In quel caso si tratta nella maggioranza dei casi di cingalesi, thailandesi, pakistani, indiani e bengalesi, le loro proteste erano sì condizioni di lavoro meno bestiali ma anche un innalzamento, anche lieve, delle paghe ritenute da fame. Le Forze di Sicurezza degli Emirati hanno represso nel sangue e nella violenza queste velleità sindacaliste ed hanno respinto oltre confine lavoratori dei quali ha obbiettivamente bisogno ma che nei cantieri e nei luoghi di lavoro in genere, tratta da schiavi del Nuovo Millennio.

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