venerdì, Ottobre 18

Umbria prima, Emilia Romagna dopo: test per la maggioranza Pur riguardando un campione elettorale poco numeroso, poco rappresentativo della realtà nazionale, acquisterà fatalmente un significato di test nazionale

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E’ una vera e propria corsa a ostacoli: prima tappa, il 27 ottobre prossimo. Quella domenica, in un territorio di poco meno di 8.500 chilometri quadrati, due province (Perugia e Terni), poco più di 880mila abitanti, si deciderà non solo se l’Umbria sarà governata da una coalizione di centro-sinistra alleato con il Movimento 5 Stelle, o se si consegnerà per la prima volta al centro-destra (e già questo sarebbe tanto). Sarà, soprattutto, un test per tanti leader politici: per Nicola Zingaretti: il segretario del Partito Democratico si gioca parecchio in queste elezioni; per il capo della Lega Matteo Salvini: confermerà la sua ‘egemonia’ su un centro-destra con un Silvio Berlusconi ormai sfinito, e una Giorgia Meloni in crescita, ma sostanzialmente ‘ancella’? E nel campo dei Cinque Stelle, la ‘mossa’ di Luigi Di Maio sarà premiata elettoralmente, oppure l’elettorato lo punirà, chi tornando all’ovile piddino; chi premiando la Lega; chi non andando a votare?

Pur riguardando un campione elettorale poco numeroso, poco rappresentativo della realtà nazionale, acquisterà fatalmente un significato di test nazionale. E’ credibile che si assisterà a una quota significativa di astensioni; soprattutto si vedrà se anche a livello regionale si applicherà lo stesso schema che si è realizzato nel Parlamento nazionale. E sarà la prima volta che un elettore si esprimerà tracciando una croce sulla scheda.

Corsa a ostacoli, si diceva; in Umbria centro sinistra e M5S, dopo una logorante trattativa, hanno finalmente raggiunto un accordo: scende in campo un imprenditore di Norcia, Vincenzo Bianconi, vice Presidente del distretto biologico e Presidente di Federalberghi Umbria: «Come tanti, sono innamorato della mia terra. Ogni giorno con la schiena dritta, con determinazione e passione, cerco di migliorare le cose che mi circondano. Non mi sono mai tirato indietro dinnanzi alle sfide che la vita mi ha posto. Ed è per questo che ho deciso di accogliere l’invito a candidarmi a Presidente della Regione Umbria, invito che tante forze civiche, associative e politiche mi hanno rivolto».
Promette, Bianconi, di «ricostruire il futuro dell’Umbria, perché la nostra è una Regione straordinaria e civile che ha bisogno, però, di fortissimi cambiamenti: per l’Ambiente ed il Lavoro, per le Imprese, per il Paesaggio e la Cultura, per l’Università, la Sanità e la Ricerca, per le Infrastrutture ed i Trasporti, per la Sicurezza e la Legalità…». Parole solite, si obietterà; per un ‘programma’ da sempre promesso ed enunciato. Questa volta, tuttavia, l’Umbria, da sempre regione solidamente progressista, potrebbe finire tra le braccia di un centro-destra a egemonia salviniana. Mai come questa volta di necessità il PD dovrà fare virtù. Ed è a queste Forche Caudine, che il M5S lo attende. Anche perché dopo le elezioni umbre, i fari, inevitabilmente, punteranno su altre due regioni, per vedere se e come il Governo nazionale ‘giallo-rosso’ viene accolto e percepito. I successivi step di un più ampio e difficile negoziato tra PD e pentastellati riguardano Emilia-Romagna, dove il PD non sembra voglia rinunciare al governatore uscente Stefano Bonaccini; e la Calabria dove è ancora tutto in alto mare.

Sono risultati che inevitabilmente oltre a rafforzare (o indebolire) il Governo Conte-due, influenzeranno le future nomine. Si tratta di una torta colossale: almeno 400 poltrone in importanti enti di Stato, tra cui ENI, ENEL, Leonardo, e i servizi di sicurezza. Una folla di amministratori delegati, dirigenti, boiardi, che vogliono essere confermati, o vogliosi di nuova collocazione, che prima era accampata attorno alla sede della Lega; e ora si è prontamente spostata, dividendosi tra la sede della Casaleggio associati e quella del PD.

A livello nazionale PD, M5S e alleati, hanno tutta l’intenzione di portare a termine la legislatura, mutare nel frattempo la legge elettorale, ed eleggere il nuovo capo dello Stato, quando il mandato di Sergio Mattarella sarà scaduto. Conservare almeno Umbria ed Emilia-Romagna rafforzerebbero notevolmente questo disegno politico.

Tutto procederebbe secondo binarilogicinon ci fosse il solito Matteo Renzi, con il suo enorme ego e volontà di potenza, a scompaginare il tutto. Sembra essere una sorta di vocazione, oltre una specialità al cupio dissolvi.

Indubbiamente il ‘fare’ renziano solleva polveroni e discussioni; fanno ‘rumore’. La decisione di uscire dal PD e di fondare Italia Viva corrisponde a finalità squisitamente tattiche: condizionare il governo, determinarne le scelte, esercitare, attraverso il suo essenziale gruppo parlamentare (e vanno aggiunti i numerosi ‘amici’ lasciati nel partito) un potere interdettivo, limitare il potere dei Conte, dei Di Maio, dei Zingaretti. Si può anche scorgere una pur tenue strategia: intercettare un’area moderata in cerca di consistenza propria, dal tripolarismo di oggi, al ‘quartetto’. ‘Moderati di tutta Italia, uniamoci’, sembra essere la parola d’ordine di Renzi…Per dirla brutalmente: un Silvio Berlusconi con quarant’anni di meno.

Non vi sarebbe nulla di male, non fosse che in questo specifico momento storico non c’è proprio nulla di bene; crisi economica a parte (il debito pubblico è un moloch che cresce), il problema vero è l’urgenza di un ciclopico lavoro di costruzione di una nuova fiducia civile, in una società debilitata da anni di berlusconismo che sopravvive, e mesi di salvinismo, penetrati con una insospettabile profondità nel nostro tessuto sociale; c’è da recuperare una tramortita passione democratica e civile. Occorronovisioni’, fantasia pragmatica, ‘governodei fenomeni, valori robusti; tutto il contrario delle meschine manovre di piccolo cabotaggio e di nessun respiro politico che quotidianamente vengono poste in essere. Non solo da Renzi, ma da Renzi un particolare.

Con un candore sospetto, l’altro giorno, la renzianissima ma non per questo sprovveduta Maria Elena Boschi ha sospirato che il partitino di Renzi è solo una creatura del suo capo e padrone: un partito personale.
Intervistata dal ‘Corriere della Sera’, dice: «Con i renziani rimasti nel PD non è un addio perché siamo amici. Ma abbiamo idee diverse, non è una finta. Finchè Renzi si è rifiutato di giocare il ruolo di capocorrente, chiunque poteva intestarsi le sue idee. Adesso c’è Italia Viva e per chi crede in Renzi è tutto più semplice». Messaggio chiaro e trasparente.

Con la perfidia del cattolico-democratico condita dalla facondia emiliana, Romano Prodi ha definito il partito renziano uno yoghurt con scadenza breve. Prodi giudica non a torto Italia Viva come partito personale che gioca un ruolo limitato anche nel tempo. Chissà. Renzi, al Senato soprattutto, può influire in modo determinante sulla maggioranza che sostiene il Governo. La userà eccome, questa sua forza, quando si discuterà di nomine e poltrone.

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