giovedì, Ottobre 29

Uganda: sospese 208 Ong per pessima assistenza ai rifugiati Un segnale forte che i Paesi africani intendono approfittare della pandemia di Covid-19 per mettere in seria discussione il concetto di Cooperazione e l’operato delle Organizzazioni non governative

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Il governo ugandese ha sospeso le operazioni di tre quarti delle organizzazioni di assistenza ai rifugiati provenienti dal Sud Sudan, Congo e Burundi per inosservanza delle regole operative. Il provvedimento coinvolge 208 agenzie umanitarie, inclusi 85 ONG internazionali accusate di aver operato illegalmente negli insediamenti di rifugiati, senza l’approvazione del governo. Secondo i dati del governo, solo 69 delle 277 organizzazioni di rifugiati registrate rimangono autorizzate a operare. È quanto riferisce Hilary Onek, Ministro per i soccorsi, la preparazione alle catastrofi e i rifugiati.

Secondo il governo, molte delle Ong sospese non avevano memorandum d’intesa validi con l’ufficio del Primo Ministro, possedevano permessi scaduti per operare, stavano conducendo progetti non autorizzati o offrivano un’assistenza al di sotto dei standard minimi richiesti. L’Uganda ospita il più grande numero di rifugiati in Africa ed è un modello di politiche migratorie e di assistenza umanitaria regolata dallo Stato.

«Il governo dell’Uganda attraverso l’ufficio del Primo Ministro sta avvertendo con forza tutti i partner nazionali e internazionali che si occupano dell’assistenza ai rifugiati di rispettare le regole e le indicazioni che regolano le operazioni dei rifugiati in Uganda. I partner con documenti non validi e non conformi alle norme e ai regolamenti che governano le operazioni dei rifugiati nel paese devono lasciare immediatamente gli insediamenti dei rifugiati e riferire al Ministero degli Affari Interni prima della fine del mese. Coloro che non ottempereranno a questo ordine avranno infranto le leggi dell’Uganda e saranno perseguiti legalmente», ha detto Onek in una direttiva, inviata anche ai funzionari delle Nazioni Unite, agenzie di sicurezza e autorità locali.

Non si conosce al momento l’identità delle Ong ugandesi e internazionali coinvolte. Il governo ha deciso di gestire la problematica con ogni singola agenzia umanitaria senza esporla all’opinione pubblica, storicamente avversa a causa degli ‘effetti nefasti’ della cooperazione in Uganda e in Africa in generale.

Per ‘effetti nefasti’ si intende l’incongruità tra i consistenti finanziamenti messi a disposizione, le opere realizzate e il reale impatto sulla società; la corruzione dilagante sia tra il personale africano che quello espatriato; la mancanza di professionalità degli operatori umanitari stranieri; il negativo impatto sul mercato immobiliare causato dalla loro presenza; il concetto razzista di fondo che ‘l’Occidentale’ conosce cosa sia meglio per lo sviluppo socio economico delle comunità locali senza interpellarle e senza renderle veramente partecipi.

Le Ong hanno reagito in modo corporativo. Invece di analizzare seriamente il problema che coinvolge gravi illeciti, fanno leva sull’impatto di oltre 1,4 milioni di rifugiati presenti nel Paese, che è ancora sotto il blocco del Covid-19. Le Ong affermano che la decisione di sospendere 208 ONG e partner complicherà ulteriormente la vita di centinaia di rifugiati.

Dismas Nkunda, direttore esecutivo di Atrocities Watch Africa, ha dichiarato: «Operare in un campo profughi senza un’autorità valida non è certamente consentito dai regolamenti per la gestione dei campi profughi. C’è una legge in vigore per tutto questo. Tuttavia, 208 ONG sonosemplicemente troppe da sospendere una volta. Ciò potrebbe lasciare una lacuna nella fornitura di servizi umanitari come medicine, cibo, alloggio e istruzione. Potete immaginare cosa significherebbe questo in particolare per l’incolumità dei rifugiati e la loro incolumità, oltretutto in questi tempi del Covid-19».

Le argomentazioni poste dalle Ong vengono considerate dal governo un ricatto e una forma di pressione per operare in qualsiasi condizione «a favore dei rifugiati». A questo punto sorge una domanda. L’assistenza umanitaria è prioritaria al rispetto delle leggi del paese ospitante le Ong? A livello giuridico internazionale la risposta è negativa. Tutte le Ong che intendono compiere l’assistenza umanitaria in un Paese straniero devono sottostare alle leggi e ai regolamenti governativi. Tentare di ignorarli equivale a porsi al di sopra della sovranità nazionale. Atteggiamento intollerabile e di antico sapore coloniale.

Il drastico provvedimento è scattato dopo che il governo dell’Uganda ha constatato lo scorso 26 agosto, presso il campo profughi di Kyangwali, distretto occidentale di Kibnuube (che ospita 120.000 rifugiati) che 22 operatori umanitari e 72 rifugiati sono risultati positivi al coronavirus a causa della carenza di misure preventive del contagio a cui fino ad ora le autorità ugandesi davano per scontato non solo che le Ong si adeguassero ma che fossero attive promotrici.

La mancata registrazione presso le compenti autorità e il mancato rispetto delle norme che regolano l’assistenza umanitaria ai rifugiati rappresentano per molti ugandesi la conferma di una arroganza occidentale di cui l’Africa non abbisogna e rifiuta fermamente. Un’arroganza, che, associata allo spreco di fondi e corruzione presenti in varie Ong internazionali, ha ‘infettato’ le neonate Ong locali che ora intravvedono nell’assistenza umanitaria un ottimo e sicuro business.

Nel 2019 anche l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) è stato l’epicentro di un vasto scandalo di speculazione e corruzione sulla assistenza ai rifugiati in Uganda che ha coinvolto anche varie autorità locali. Un rapporto indipendente rivelò costi gonfiati nell’approvvigionamento di acqua e nella logistica di vari campi profughi oltre al pagamento del salario di un esercito di dipendenti fantasma e gravi irregolarità nelle gare d’appalto ed evasione fiscale. Il montante sottratto è stato calcolato a 10 milioni di dollari.

Nonostante i dettagli e le prove fornite dall’audit, non vi fu alcun provvedimento penale contro i responsabili UNHCR e le autorità ugandesi coinvolte. Una decisione chiaramente dettata da convenienze politiche che ha aperto la porta per ulteriori abusi in quanto i mancati provvedimenti penali hanno creato un pericoloso clima di impunità. Un clima che ora il governo ugandese sembra determinato ad interrompere.

A livello continentale si nota un forte impatto negativo del disimpegno delle Ong internazionali dovuto alla mancata partecipazione nella gestione dei fondi destinati al contenimento della pandemia.

Lo scorso maggio, le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere 6,7 miliardi di dollari per supportare i paesi più fragili a contenere la pandemia da Covid-19. Ad oggi è stato raccolto solo il 13%. La maggioranza di questi fondi è gestita direttamente dalle unità tecniche degli enti finanziatori occidentali, Agenzie ONU e Ministeri della Sanità dei paesi beneficiari. La maggioranza delle ONG sono state escluse dalla gestione degli aiuti umanitari legati alla pandemia in quanto tecnicamente non in grado di assicurare un’adeguata assistenza e per mancanza di personale sanitario medico. Fanno eccezione rare ONG come Medici Senza Frontiere, Medicus Mundi e la Ong italiana CUAM Medici per l’Africa.

I lockdown preventivi adottati da molti Paesi africani hanno limitato l’azione delle Ong internazionali. I costi di immagazzinamento e spedizione dei prodotti alimentari e sanitari e l’acquisto di forniture in loco sono saliti alle stelle, superando le disponibilità finanziarie previste nei budget redatti prima dello scoppio della pandemia. A questo si aggiunge la carenza dei voli internazionali. La maggioranza dei funzionari dell’Unione Europea, USAID e altre agenzie di cooperazione occidentale hanno abbandonato i Paesi africani per paura di venir contagiati. Si è cercato di assicurare il coordinamento e il monitoraggio a distanza con il telelavoro, ma i risultati sono stati disastrosi.

Il telelavoro ha diminuito l’efficacia degli interventi umanitari del 60%. Anche molti operatori umanitari stranieri delle ONG hanno seguito l’esempio dei Donors, fuggendo a marzo e ad aprile dall’Africa. Molte ONG hanno di fatto congelato gli interventi sanitari. Altre hanno scelto di adottare la politica di salvaguardare la salute degli espatriati, riportandoli a casa, facendo gestire i progetti dal personale cosiddetto ‘locale’. La maggioranza del personale africano ha di fatto boicottato il suo apporto sia per le restrizioni dettate dai lockdown sia per l’indignazione che i colleghi ‘bianchi’ se ne sono andati.

In generale le ONG occidentali hanno ridotto del 70% il loro personale. Alcune hanno chiuso i progetti. Esemplare l’esempio della famosa Ong britannica Oxfam che ha terminato le operazioni umanitari in 18 Paesi tra cui Sudan e Burundi. La chiusura dei progetti implica il licenziamento di 1.450 dipendenti africani e la fine delle partnership con 700 organizzazioni locali. La misura è stata attuata per ‘ridurre i costi delle finanze gravemente colpite dalla pandemia di coronavirus’ dichiara la stessa Oxfam. Governi e popolazioni africane hanno osservato il ritiro precipitoso delle Ong occidentali con disprezzo e rammarico. Tra l’opinione pubblica è aumentata la sensazione che questi operato umanitari siano interessati all’Africa solo quandocircolano soldi. Nel momento di difficoltà, nel bel mezzo di una pandemia, hanno preferito fuggire al posto di contribuire a contenere il Coronavirus.

L’impatto del disimpegno delle ONG occidentali si fa già sentire. Ci sono già i primi segnali che i programmi di vaccinazione siano compromessi. L’esempio del Ciad è emblematico. Il Paese prima della pandemia era alle prese con un’epidemia di morbillo combattuta con massicce campagne di vaccinazione. Medici Senza Frontiere avvertono che la maggior parte delle ONG occidentali in marzo hanno spostato la propria attenzione sul Covid-19 (nella speranza di ricevere una valanga di finanziamenti), trascurando i programmi e i servizi sanitari per il morbillo impendendo di fermare l’epidemia. Quando hanno constatato che i fondi per contenere il coronavirus venivano affidati direttamente al Ministero ciadiano della Sanità, la maggioranza delle ONG hanno sospeso o chiuso gli interventi rimpatriando gli espatriati con il pretesto di assicurare loro la tutela sanitaria e risparmiarli dal contagio.

Il disimpegno delle ONG occidentali sta incidendo anche sulla salute delle donne rifugiate in quanto le risorse deviata o congelate per i progetti di salute sessuale e riproduttiva stanno alimentando un aumento delle complicazioni della gravidanza, delle morti materne e degli aborti non sicuri, come avverte un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) che, evitando di chiamare in causa direttamente le ONG addossa gli effetti negativi alla situazione generale creatasi dalla pandemia.

Oltre 5.600 cliniche mobili e centri basati sulla comunità che offrono assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva sono stati chiusi in 64 Paesi, dalla Colombia e dal Pakistan allo Zambia e allo Zimbabwe. Le chiusure e le restrizioni riguardano i test HIV, le cure contraccettive, gli aborti e i servizi per le vittime di violenza di genere. Un sondaggio di giugno ha rilevato che circa il 40% delle organizzazioni locali membri dell’IPPF in tutto il mondo ha segnalato riduzionicritiche o gravidei servizi. Questi impatti variavano dal licenziamento del personale, dalla chiusura di servizi e cliniche e dall’esaurimento delle scorte di contraccettivi.

Anche sul fronte della sicurezza alimentare la situazione è disastrosa. Molti Paesi che affrontano gravi crisi alimentari – ad esempio Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Venezuela, Etiopia, Sud Sudan, Siria, Sudan, Nigeria e Haiti – non hanno le risorse per mettere in scena risposte su larga scala al coronavirus. A rimetterci è la protezione dei mezzi di sussistenza e del reddito familiare, con un aumento dell’insicurezza alimentare globale che colpirà le fasce più deboli: donne, bambini e anziani.

La decisione del governo ugandese di sospendere 208 ONG è un segnale forte che i Paesi africani intendono approfittare della pandemia per mettere in seria discussione il concetto di Cooperazione e l’operato delle Organizzazioni non governative, dal loro punto di vista carente e non efficace. La pandemia sta creando degli effetti collaterali ancora difficilmente individuabili e quantificabili. Si sta inasprendo le tensioni sulle politiche migratorie tra Africa e Unione Europea a seguito della decisione presa da Bruxelles lo scorso luglio di limitare l’accesso allo spazio Schengen a soli 4 Paesi africani: Algeria, Marocco, Ruanda e Tunisia. Una decisione irrazionale a livello sanitario in quanto l’Africa è il continente con le più basse percentuali di contagi e di decessi. Inoltre solo il Rwanda ha una situazione sanitaria sotto controllo. Gli altri tre Paesi Nord Africani, sono (assieme al Sud Africa) i Paesi più colpiti dalla pandemia.

A seguito della decisione UE di limitare l’accesso alla maggioranza dei Paesi africani, si iniziano a vedere le ‘ritorsioni basate sul principio di reciprocità. Kenya e Uganda hanno deciso di limitare la presenza di europei solo a che aveva permesso di lavoro o di residenza prima della pandemia. Per il momento nessun visto di turismo. Le richieste di nuovi permessi di lavoro o residenza verranno valutati caso per caso. Il Senegal ha introdotto il nullaosta delle proprie ambasciate per poter venire dall’Europa anche per turismo. Prima il visto (gratuito) era rilasciato direttamente all’aeroporto o frontiera terrestre. L’Etiopia ha ristretto la permanenza turistica a 15 giorni. Tutte queste misure sono state prese senza ufficializzarle ma vengono applicate di fatto. Molti altri paesi africani seguiranno il loro esempio.

La tensione sui flussi migratori è seria, considerando che i Paesi africani hanno deciso di sacrificare l’industria turistica per applicare le ritorsioni. Un’altra motivazione è il ricordo dell’inizio della pandemia in Africa lo scorso marzo. Il virus è stato portato da europei, spesso asintomatici, che consapevoli di essere contagiati sceglievano di venire in Africa piuttosto che sottomettersi alla quarantena nel proprio Paese. Almeno 400 i casi accertati di europei che hanno contagiato vari Paesi africani approfittando che le misure di lockdown e chiusura delle frontiere non erano ancora stata applicate.

Il Covid-19, la tensione tra i due continenti sui flussi migratori e il disimpegno degli espatriati ‘umanitari’ avranno conseguenze pesanti sulle ONG occidentali che operano in Africa. Da anni i vari governi si interrogano sull’utilità dell’attuale modello di cooperazione. Ora molti paesi africani pensano che sia giunta un’ottima opportunità per ‘sbarazzarsi’ delle ONG o perlomeno di limitare al massimo la loro presenza sul territorio.

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