venerdì, Novembre 27

Uganda: solidarietà e umanità per affrontare l’emergenza profughi del Sud Sudan

0
1 2 3


Se in un qualsiasi Paese europeo si registrasse in meno di un anno un aumento di rifugiati pari al 240% , passando da 500.000 stranieri bisognosi di aiuto a 1,2 milioni, si creerebbero seri problemi sociali e di sicurezza. I partiti populisti e dell’estrema destra costringerebbero il governo ad adottare misure restrittive insofferenti delle tragedie umane di famiglie che hanno perso ogni possibilità di futuro causa la guerra. Si aprirebbe immediatamente una tensione politica all’interno del Parlamento Europeo dove il governo soggetto a questa ‘invasione’ denuncerebbe gli altri Stati per mancanza di solidarietà e chiederebbe una revisione delle quote di rifugiati che ogni Paese dell’Unione Europea deve accogliere. I media trasformerebbero il flusso di rifugiati in ottimo strumento per aumentare vendite e audience tramite una informazione negativa. Si parlerebbe di ‘emergenza’, ‘invasione’. Se i profughi fossero di fede mussulmana si parlerebbe di rischio di terrorismo. Altrimenti si parlerebbe di ‘aumento della criminalità’. La popolazione, già stretta nella morsa della austerity, con economia stagnante, disoccupazione, precariato del lavoro e povertà in costante e drammatico aumento, sarebbe facile preda della estrema destra. Razzismo, diffidenza e conflittualità verso i rifugiati aumenterebbero di pari passo alle richieste di adottare misure più restrittive per regolare i flussi migratori e gli asili politici e umanitari.

Nulla di questo è successo in Uganda che dal giugno 2016 ha visto aumentare i profughi provenienti dal Sud Sudan da 500 mila a 1,2 milioni. Eppure la situazione è estremamente delicata. I fondi governativi per l’assistenza profughi sono stati prosciugati così come i fondi stanziati annualmente dai Donors internazionali per gestire le emergenze umanitarie della regione. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha chiesto alla comunità internazionale uno sforzo economico per sostenere i rifugiati in Uganda pari a 8 miliardi di dollari. Le speranze di ottenere tutti questi necessari fondi sono scarse causa le varie crisi di rifugiati originate dai conflitti medio orientali e africani. Il conflitto siriano ha generato 5,5 milioni di profughi. I conflitti in Sud Sudan, est del Congo, Somalia e Nigeria abbinati alle carestie e  violenze etniche in Kenya ed Eritrea hanno originato 20 milioni di profughi o sfollati interni. Le più rosee previsioni sperano di raccogliere almeno 3 miliardi di dollari per gestire l’emergenza profughi ugandese.

L’assistenza ai profughi in Uganda è la più costosa al mondo causa la politica adottata dal governo ugandese fin dal 1996. Il National Revolutionary Mouvement di Yoweri Kaguta Museveni quando prese il potere con le armi nel 1987 dopo anni di guerriglia contro le sanguinarie dittature del pazzo Idi Amin Dada e di Julius Obote, decise di trasformare l’Uganda in un ‘Save Paradise’ per tutte le vittime di conflitti regionali, memori delle difficoltà subite dai profughi ugandesi e della scarsa assistenza e solidarietà ricevuta. L’accoglienza dei profughi in Uganda nascondeva seri pericoli di sicurezza e instabilità sociale. Il Paese si stava riprendendo dagli anni di devastante guerra civile, l’economia era ancora debole e i rischi di infiltrazioni di guerriglieri tra i profughi altissimo. Per scongiurare questi rischi il governo ugandese decise di adottare una gestione rivoluzionaria dei rifugiati.

Niente campi profughi permanenti come quelli allestiti in Congo e Tanzania per l’afflusso dei profughi dopo il genocidio ruandese del 1994 o quelli in Kenya per i profughi sud sudanesi durante i 25 anni di guerra civile con il nord e dei profughi somali. La decisione fu presa nonostante le proteste dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Profughi (UNHCR) e delle Ong internazionali che pensavano ad un disimpegno umanitario da parte del governo ugandese. Al contrario la dirigenza ugandese aveva chiaro che i costi per mantenere campi profughi permanenti erano altissimi così come i casi di corruzione e malversazione del denaro pubblico che potevano essere tentati sia da imprenditori e pubblici ufficiali ugandesi sia dagli operatori umanitari delle Ong e dagli esperti delle Agenzie ONU.

Gli alti costi di ogni campo profughi permanente non si traducono in miglioramento di vita delle persone in difficoltà. Spesso i campi soffrono di mancanza di adeguate infrastrutture sanitarie, intere generazioni sono escluse dal circolo scolastico, la sanità somministrata è basica e carente. La disoccupazione forzata, la dipendenza dalle razioni alimentari condannano migliaia di persone a vivere una vita vegetativa in attesa di momenti migliori o di rientrare nel proprio Paese. Un’attesa che può durare anni e anni. In questo contesto le masse di profughi diventano facile preda per la criminalità organizzata, gruppi armati e terroristici. Per un profugo diventare mano d’opera delle mafie locali o diventare un guerrigliero o un terrorista è spesso l’unica possibilità di spezzare il circuito di povertà e di dipendenza assoluta tipico del suo statuto di rifugiato. I casi dei campi profughi del 1994 nello Zaire e i campi profughi del 2015 in Turchia hanno dimostrato che organizzazioni terroristiche come le forze genocidarie ruandesi nello Zaire o il DAESH in Siria riescono, grazie a connivenze internazionali comprese le Agenzie ONU, a prendere il controllo della gestione logistica e finanziaria dei campi profughi trasformati in fonte di reddito per la guerra e fonte di reclutamento.

In ultima analisi i campi profughi sono solo un ottimo affare per le ditte occidentali che vendono all’ONU il surplus di produzione agricola, i commercianti locali che speculano sull’assistenza umanitaria, funzionari ONU e operatori umanitari delle ONG che hanno prospettive di lavoro e alti salari garantiti per anni e la possibilità di ‘arrotondare’ tramite alterazione delle fatture, amministrazioni opache e corruzione.. Il dramma umano dei profughi diventa un’ulteriore opportunità per far soldi a palate. Per il Paese ospitante i profughi spesso diventano un problema di sicurezza nazionale indotto. Questa realtà, spesso rifiutata dai principali responsabili, Donors, Agenzie ONU e Ong internazionali, è stata accuratamente evitata dal giovane regime ugandese impegnato a combattere la guerriglia del Lord Resistence Army guidata da Joseph Kony che aveva provocato 1 milioni di sfollati interni al nord del Paese.

Con le scarse risorse economiche destinate alla ricostruzione della Nazione, uno sforzo economico non indifferente per sostenere e vincere la guerra civile al nord, un’economia distrutta da decenni di corruzione e miope totalitarismo, l’Uganda decise di adottare costosissime politiche di assistenza profughi basate sulla solidarietà e la dignità umana. I guerriglieri del National Revolutionary Army che offrirono con il loro sangue un diverso futuro all’Uganda rifiutarono categoricamente di destinare a loro simili una vita sospesa nei campi profughi permanenti. L’orientamento adottato fu quello di evitare la cronicità dettata dallo statuto di profugo inserendo i rifugiati nel contesto sociale economico e produttivo del Paese.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore